Archives maggio 2016

Il corpo tempio

Costanza G Intervista di Alessandra Giannini Foto Michele Virgillo Quando hai deciso di fare la body-piercer? Già a fine liceo sapevo che volevo fare la body-piercer. Iniziai a bucarmi le orecchie in terza media. Le mie piccole fughe ai tempi in oreficeria, quando ancora il genitore non serviva, agli inizi del liceo già mi informavo sul body-piercing; i primi piercing con l’ago cannula. A sedici anni, il primo vero piercing alla lingua, dopo anni e anni di no al mio desiderio di volerne fare uno. Soffrivo un po’ la vita imposta, con l’ago ricevetti le mie prime forti sensazioni, legate al piacere, al dolore, all’alzarsi da terra, i primi voli. Ero entusiasta di poter dare anche agli altri le stesse sensazioni che ricevevo io. Iniziai a fare i primi piercing durante gli ultimi anni del liceo, conobbi i piercer che all’epoca lavoravano a Firenze, li andavo a trovare in studio. Alle porte della maturità, mentre tutti i miei coetanei sceglievano gli indirizzi dei prossimi studi, io sapevo già bene quello che volevo fare. Tanta pratica e un obiettivo, mettere soldi da parte e imparare ciò che sarebbe poi diventato il mio amato mestiere. Così feci, avevo diciassette anni. All’epoca non c’erano tutti questi corsi di tecnica di tatuaggio e tecnica di body-piercing che ci sono adesso, all’epoca dovevi fare tutto da solo e da una parte forse, ti dovevi sbattere di più. Iniziai a cercare materiale, iniziai a fare piercing agli amici, iniziai a girare le convention in Italia e proprio a Milano incontrai una persona, Giacomo Bianchi, che fu per me di grande aiuto per approfondire il mio percorso, e anche un nuovo grande amico su cui poter contare. Avevo ventitré anni. Giacomo lavorava già in uno studio di Firenze, mi prese a lavorare con sé: io imparai tutto ciò che dovevo imparare. Gli anni di lavoro accanto a lui furono pieni di studio, performances e spettacoli. Dopo di che, presi il volo da sola, iniziando a lavorare per vari studi di Firenze e dintorni. In un tuo ultimo post vediamo alcuni tuoi libri, non ho resistito e ho rubato alcune citazioni: (il corpo è) lo strumento di conoscenza ed esplorazione del mondo. Il più sincero e fedele forse. È attraverso il corpo che Frida racconta di sé e pure delle proprie emozioni. È attraverso il corpo che conosce ed esplora l’unico orizzonte che realmente le interessi, quello interiore. da Gli amori di Frida Kahlo, Valeria Arnaldo, Red Star Press Che rapporto hai con il tuo corpo? Amo molto il mio corpo, la sua evoluzione, come ha seguito il mio crescere con dedizione e fiducia. Mi sono sempre osservata molto; sentita, annusata, tagliata, non piaciuta, amata moltissimo. Sono sempre stata cicciottella in adolescenza. Forse era collegato al mio essere ancora chiusa, raccolta in me, col mio dolore da affrontare, vivere e digerire. Qualche anno fa ho avuto un problema di salute da risolvere, tutto ciò mi ha fatto crescere molto, è stata una lotta vinta e insieme al mio spirito è sbocciato anche il mio corpo. Sono dimagrita molto, è stato come un regalo. Mi sono osservata diversa e mi baciavo le braccia. Così noi donne, come fiori sbocciamo. Ho iniziato a ricevere proposte di lavori da fotografi e ho imparato che l’amore, prima di tutto, è bello ma soprattutto sano riceverlo da noi stesse. Amarsi sempre: la pelle, le ossa, la carne, gli acciacchi. Il corpo vs emozioni. Il piercing è una body-modification, qual è la tua filosofia a riguardo? Credo davvero che il nostro corpo sia un tempio. Ognuno di noi è libero di addobbarsi come preferisce, come meglio per esprimere se stesso, al fine di onorare le parti che amiamo. Credo che fin quando rispettiamo il nostro corpo, tutto appare bello anche a chi ci osserva. Il piercing è una piccola modificazione corporea, ma il campo può estendersi anche alla moderna chirurgia plastica, al cambio di sesso, a tante altre cose. Sono a favore fino a che il tutto venga fatto con la piena e reale percezione di sé. Il problema sorge quando le persone non si accettano, quando si addobbano per nascondere, o per seguire tendenze che non hanno niente a che fare con la loro persona. Ma chi siamo noi per giudicare i valori o i dolori altrui? Dovremmo tutti essere in piena sintonia col nostro corpo, valorizzarlo sempre, che sia con gioielli o con una taglia di seno in più; viva i templi e i giardini.   Tu sei già in paradiso, ti sei soltanto addormentato: hai unicamente bisogno di risvegliarti. da Il quarto elemento dell’amore, Osho, Feltrinelli Paradiso o inferno? Sogni o sei desta? Per arrivare al paradiso dall’inferno ci si deve passare, che lo si voglia o no. È così! È la vita, e probabilmente questo passaggio è anche alla base di tutto. Solo col dolore riusciamo a trasformarci, a evolverci e uscirne più forti di prima, con uno stato d’animo diverso, come quiete interna e conoscenza e accettazione di tutto ciò che siamo, siamo stati, saremo. Per mia fortuna, l’inferno l’ho vissuto dai tredici anni: un percorso imposto, non aver potuto avere la libertà di scegliere, un rapporto difficile con mio padre, il sentirmi invisibile e perennemente sbagliata, la droga presente – negli occhi degli amici, nei libri, malvagia e intrigante, vizio innalzante, ali di catene, miraggio illusorio, così magica nei film – il non riuscire a creare felicità da sola, ma sempre tramite qualcosa. Il mal di vivere. Ciò che non fa male a uno, fa male all’altro. Tutto ciò mi ha fatto crescere. Adesso vivo il mio paradiso, il bastarmi a me stessa, il mio mondo interno ha sovrastato l’esterno. Ha vinto l’arcobaleno che mi fa scivolare tutto di dosso. I sogni che hanno sempre fatto parte di me, e che un tempo mi facevano aprire a persone e situazioni negative, continuano a far parte di me anche adesso, che ho imparato a proteggermi come fossi una casa, un tempo senza finestre, adesso che ho bene in testa ciò chi sono, e cosa voglio. Sognare sì, ma con la testa sulle spalle. Sennò ci si perde nei sogni altrui. A differenza della lussuria, della superbia, della gola, l’invidia è forse l’unico vizio che non dà piacere. da I vizi capitali e i nuovi vizi, Umberto Galimberti, Feltrinelli Quale vizio capitale cancelleresti dall’elenco per potervi indulgere? Invidi o sei invidiata? Fortunatamente sono sempre stata una persona buona, e ho sempre lavorato sulla mia parte buona. Credo che tutti noi come esseri umani abbiamo la possibilità di scegliere in che modo lavorare, dove e come focalizzare la nostra energia. C’è chi lavora sulla propria parte buona, c’è chi lavora su quella meno buona. Spiritualità o razionalità dell’ego. L’invidia nasce nel momento in cui ci stacchiamo da noi stessi, e ci paragoniamo all’altro. È uno sminuirsi, un non sentirsi a pieno. Probabilmente nasce come debolezza e, da dove e come poniamo la nostra attenzione, si trasforma. Il mondo però purtroppo non è abitato da sola bontà, e la gente sì: è invidiosa. Davanti alla scelta di poter tutti collaborare, cooperare, imparare l’uno dall’altro, molto spesso ci troviamo davanti persone che fanno muro, che ti fanno notare tutto ciò che in te non va, che si approfittano del tuo essere buona. Questo un tempo mi faceva male, quel solito tempo in cui davo più importanza agli altri e meno a me. Adesso mi fa solo capire l’essenza della persona che ho davanti, e di certo, non mi spinge ad approfondire la relazione. Dobbiamo stare un po’ attenti con determinate persone. La vita è movimento ed energia, che trasmetti e ricevi. Le persone luminose sono belle perché riempiono gli spazi, questo può essere meraviglioso per chi emana la solita luce, deleterio per gli invidiosi. Invidiateci pure, peggio per voi. Per quanto mi riguarda, osservo il prossimo, mi piace la gente che ha proprio stile e personalità, da queste persone posso solo trarne vantaggio e piacere, e magari, prendere spunto, ma di certo non le invidio. Dall’elenco cancellerei senza dubbio la gola! Cosa c’è di meglio di una bella cena in ottima compagnia? Chi sono i tuoi modelli femminili? Sono cresciuta col movimento Riot grrrl. Bikini Kill, Babes in Toyland, Le Tigre, L7 (adoro!!!), ma come ho amato le Hole non ho mai amato nessuno di questi gruppi. Senza dubbio il mio modello femminile è sempre stata Courtney Love, il suo modo di porsi, di vestirsi, di gridare fan**** al mondo. Mi sono sempre molto ritrovata in lei, nei suoi testi, nel suo vivere i suoi vent’anni. Quando avevo diciassette anni suonavo la chitarra e con altre due amiche ci si rinchiudeva in sala prove e urlavamo. Mini gonne, calze rotte, piedi sugli amplificatori, rossetto rosso. Ho sempre amato molto la musica, mi ha sempre salvata, in qualche modo. Adesso non ho modelli femminili, se non il mio diventare donna, al meglio. Anzi, direi che il mio modello femminile sono tutte quelle donne indipendenti, libere, prive di invidia (appunto), piene di arte, di bellezza e personalità. Non c’è cosa più bella di trovare persone che abbiano idee proprie e progetti di cui parlare, in un mondo pieno di persone che si riempiono la bocca di cose, materialità, e affari che non riguardano la loro vita ma quella degli altri. La vera donna è una dea, tutto il resto è frivolezza superficiale. Se non fossi una piercer saresti? Già da qualche anno non sono solo una piercer. Mi piace fare tante cose, sono curiosa, non sopporto l’idea di dover fare un solo lavoro nella vita. Non credo al contratto indeterminato. Mi piace un percorso che abbia novità e dinamicità, e farò di tutto perché possa succedere ora e in futuro. Nel 2012 conobbi un uomo che aveva dei negozi qui a Firenze, iniziammo un rapporto sentimentale e così entrai a far parte del mondo dell’abbigliamento. Aprimmo insieme un negozio, Iron Fist, iniziai ad apprezzare quella scena che un tempo mi trasmetteva solo consumismo, ne conobbi la sfera artistica. Oltre il pronto moda che vive i nostri tempi, la moda è arte, espressione di sé, stile, unicità e carattere. E così qualche anno dopo iniziai a lavorare per Sisley, in cui lavoro tutt’ora adesso. Tramite il negozio (in via Roma a Firenze) ho fatto molte conoscenze, persone splendide, fotografi e, come si dice, da cosa nasce cosa. Ho iniziato a fare i miei primi shooting, inizialmente per gioco, poi per pubblicizzare t-shirt e abbigliamento di negozi vintage, infine sono stata scelta come modella per la creazione del catalogo Spitfire, un brand di abbigliamento italiano, e fu per me una giornata meravigliosa, oltre a essere il mio primo shooting importante. Modella, body-piercer, addetta vendite, mi piace tutto ciò che mi permette di esprimermi e stare a contatto con la gente. Hai dei bellissimi pezzi tatuati sul corpo, ci vuoi dare qualche nome di artista che ti ha tatuato? Il mio primissimo tattoo lo feci che avevo circa vent’anni, un piccolo funghetto dietro l’avanbraccio. Avevo da poco iniziato a fare i primi piercing agli amici, così, lo barattai per un piercing al frenulo. Lo feci a colui che sarebbe diventato poi un futuro collega, all’epoca anche lui alle prime armi con la macchinetta. Il tatuatore in questione, Beppe (aka Il Moio), proprietario adesso dello studio Black Circle Hellectric Tattooing di Figline Valdarno. A seguire, Alberto Ciarchi, Giacomo Bianchi, Il Moio, Samuele Briganti, Gianmauro Spanu, Annaluna Mavridis, proprietaria e tatuatrice dello studio Skins Street di Firenze, dove lavoro tutt’ora adesso come body-piercer. Se dovessi scappare dall’Italia dove andresti? Per adesso non ho l’urgenza di scappare, sto bene e vivo bene esattamente qui dove sono. Non viviamo il bel paese, e su questo ne sono d’accordo. Ma ho sempre sognato di vivermi il viaggio col mio compagno, quindi, quando arriverà l’amore, ci dirà lui dove andare, sicuramente sarà una terra col mare e con tanta natura. Se proprio dovessi scappare, allora scapperei lontano dal frastuono.


IO PER TE MUORO

INTERVISTA AD ALICE JUNO AIMARETTI

Intervista di Alessandra Giannini

Fotografie Liam Dotz

 

 

Juno sta per la regina dell’Olimpo o per un filtro di Instagram?

Juno sta per Giunone ed è stata una scelta di mia madre ventinove anni fa, Alice è stato aggiunto per il “santo” battesimo.

 

Tre artiste a cui ti ispiri?

Ci sono molte artiste che ammiro e seguo, in particolare modo Moira Ramone, Arianna Fusini, Iris Lys, Alice Totemica, Angelique Houtkamp, Amanda Toy e Morg Armeni.

 

Io per te muoro, tatuaggi umoristici: la lezione è prenderci meno sul serio?

Io per te muoro è nato con il mio trasferimento a Reggio Emilia, ho letto questa scritta su di un muro e ho fatto il flash, un tributo a questa città. Penso che a prendersi sempre troppo sul serio si finisca nel ridicolo, quindi anche nel tatuaggio può esserci umorismo e leggerezza.

 

Una scamorza appesa. Così ti definisci nei tuoi post su Instagram. Com’è nata la tua passione per i tessuti aerei?
Questo genere di discipline mi hanno sempre incuriosita, molte volte nei disegni riprendo il mondo circense. Da ottobre ho iniziato un corso di tessuti aerei qui a Reggio Emilia, anche se non credo di poter raggiungere livelli eccelsi lo faccio con passione e mi diverte molto. Fino a poco tempo prima tatuavo e basta, non avevo piaceri al di fuori dei tatuaggi e quello che li circonda, ora ho questo ed è bello dedicarsi anche ad altro.

 

Sei molto sportiva: tra aerei snowboard quali altri sport pratichi?

In realtà ho tirato fuori tutta questa sportività negli ultimi anni, anzi in adolescenza potevo benissimo essere la testimonial dell’anti-sport. Vado in palestra, faccio tessuti e con la neve batto le piste con le chiappe, mi diverte molto ma anche nello snowboard non sono una cima. Va bene che il mio “moroso” ha molta pazienza e la prende con filosofia.

 

Come sei diventata tatuatrice?

Amavo i tatuaggi fin da piccola, i miei genitori erano tatuati, così ho iniziato a tatuarmi molto presto. Il passo è stato breve ma complesso, ho comprato un kit per tatuare e ho iniziato a usare amici e parenti come cavie, così è iniziato questo cammino nel mondo dei tatuaggi.

 

Chi sono i tuoi referenti nell’ambito del tatuaggio?

Sicuramente Francesco Garbuggino, amo molto i suoi lavori, li trovo geniali come soggetti e tecnicamente solidi, uno schiaffo! Seguo anche Matthew Houston, Bobeus, Caio Piñeiro, Almagro, Dani Queipo, Jelle Soos e molti altri.

 

Hai partecipato alla nostra mostra collettiva Tarot con la carta del Giudizio. Se la carta parlasse per Jodorowsky direbbe: «Io so. Ho visto il Creatore. E allora lo annuncio, semplicemente. Trasporto il richiamo irresistibile della Coscienza. Sono il risveglio, il miracolo che si compie all’interno del tuo essere». Cosa ti ha fatto scegliere questo Arcano?

Credo sia stata la carta ad avere scelto me e non il contrario. Sono stata felice di aver fatto Il Giudizio, conoscendo meglio la sua bellezza. L’ho reinterpretata in chiave più alchemica, dando una visione di trasmutazione dell’essere umano.

 

Quando hai fatto il tuo primo tatuaggio (su te stessa)?

Mi sono fatta tatuare per la prima volta a tredici anni, un tribale sulla spalla (coperto pochi anni fa). Invece il primo auto-tatuaggio l’ho fatto nella gamba ed è un pinguino reso come una matrioska. Era un soggetto che volevo fin da bambina, da quando accompagnavo mia madre negli studi di tatuaggi, così anni dopo ho realizzato quel sogno.

 

I colori che non mancano mai nei tuoi tappini?

Il rosso sicuramente e il giallo.

 

Rotativa o bobina?

Rotativa, mi trovo molto bene.

 

Se non fossi una tatuatrice saresti?

Bella domanda!!! Realisticamente avrei continuato a lavorare come grafica. Mi piaceva come lavoro, ma lo stare attaccata tutto il giorno a una scrivania con il computer non era proprio da me.

 

Un sogno nel cassetto?

Mmm… Ci ho dovuto pensare un attimo. Sicuramente raggiungere delle soddisfazioni a livello lavorativo, arrivare a fare convention mondiali con artisti che stimo. Poi andare a fare una vacanza in quei posti da cartolina con le palafitte sul mare, quest’anno ci siamo quasi andati vicini, quindi la considero quasi una vittoria.
Grazie mille per questa possibilità di raccontami e far conoscere i miei lavori. Tarot è stato un bellissimo progetto che ho fatto con molto interesse.

 

 

 

 

 


FACCIAMO UN GIOCO

ROSE and NOIR

Daniela Sagliascimg_4890hi Noir en Rose muore e rimuore: è una maestra del suicidio drammatico e a resuscitare per gli applausi, del femminicidio e della rivincita miracolosa della resurrezione.
Muore come una Santa o come una dalia nera, s’imortala per la cronaca e poi si strina i vestiti dal fogliame, si dà una struccatina e si confonde tra noi viventi tour court.

Si lascia intenerire dal candido gatto certosino, dal verde tenero di una talea innestata con cura, dai colori allegri di “tutti frutti”… Finché è di nuovo noir désir.

Più morta vivente o più rediviva?

Ne’ l’uno ne’ l’altro…Solo mi piace non prendere nulla sul serio. Anche le foto. Odio i poser o i ‘selfisti’. Quindi questo e’ in fondo il mio modo per ritrarre attimi e luoghi, ma scherzandoci sopra.

Il mondo dei vivi sappiamo che è bello perché è vario: quello dei morti?
Purtroppo non sono ancora in grado di dire che questo mondo e’ bello. Confido nell’aldila’.

Inscenare suicidi e assassini ti diverte in modo macabro- naïf o ha un potenziale catartico vero e proprio?
Eh si. Mi diverte molto e nessuno di solito lo fa. Mi hanno definita una dark pop amelie. Che vive cioè in un mondo tutto suo, fatto di favole, ma anche favole noir… Tra tim walker e tim burton

Lo consigli come alternativa al teatro? E alla psicoterapia?

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LOVE IS A DOG

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Intervista a LINDA IACONO

Di Alessandra Giannini

Foto di IVAN LATTUADA

Tatuatrice da Trafficanti D’arte

 

Love Is a Dog from Hell per Charles Bukowski mentre per il Linda Love Is a Dog. E’ infatti e quella forma di amore puro e perfetta sintonia che la lega ai suoi amici a quattro. Linda ci accoglie a casa sua insieme a Hydra e Shark, lei che inizialmente spaventata perché sorda si rintana un po’ mentre lui fa gli onori di casa. Scattiamo le foto sul lettone dove i cani si mettono subito a proprio agio rendendo evidente il rapporto di reciproco affetto e fiducia che li lega a Linda. Un legame fatto di poche parole, di gesti e di intimità. Linda all’intervista risponde andando subito al dunque senza divagare, con risposte asciutte ma piene di sentimento sostenute altresì da uno sguardo ammaliante e profondo che ci rimanda alla sua grande affinità con il regno animale.

 

Sei una paladina degli animali cosa ti dà la forza di portare avanti le tue battaglie animaliste ?

 

La risposta che mi viene in mente è sicuramente l’amore per degli esseri cosi puri. Più che una passione è proprio un attaccamento al vero nel senso che fin da quando sono piccola ho sempre avuto un forte legame con gli animali così come con le persone più deboli, tutti quei casi che avevano bisogno e necessità di “aiuto” (tra virgolette)… e quindi ho deciso di intraprendere questa strada.

 

Il tuo primo animale?

 

E’ stato un gatto persiano è che è venuto a mancare quando io avevo 19 anni e lui 24, io quindi sono nata quando lui era già bello grandino, vivevamo in simbiosi. Nella mia vita c’è stato da subito un attaccamento molto forte quasi morboso per gli animali, per prima cosa da parte loro nei miei confronti ed io automaticamente ho ricambiato.

 

Il tuo primo tattoo?

 

E’ stato abbastanza una cavolata, l’iniziale del mio fidanzatino quando avevo quattordici anni, non capivo assolutamente nulla di tatuaggi e infatti non esiste più …

 

Lavori da trafficante d’arte uno studio conosciuto a livello internazionale come ti fa sentire essere parte di una “family” tanto famosa?

 

Più che parte di essere parte di una famiglia famosa mi fa sentire parte di una famiglia, che sia famosa o meno, ha i suoi vantaggi cosi come io ho i miei. Io do a loro e loro danno a me come in una vera famiglia.

 

Ti fermano per strada e ti dicono….


PERLE E PORCI

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Nataša, completamente nuda, con i capelli scarmigliati che le si agitavano intorno alla testa, volava a cavallo di un grosso verro” Il maestro e Margherita di Michail Bulgakov

 

 

Intervista a Greta Pisotti, la Tatooeria, di Alessandra Giannini e Olga Oerre Orlandi

 

Una friandises: ecco cos’è Greta. Uno di quei deliziosi capolavori della pasticceria mignon, incantevoli e squisiti. I suoi porcellini adorati ti fanno definitivamente innamorare del suo mondo favoloso. Come fa a non essere stucchevole? No lei non lo è affatto! Infatti non manca un profumato caffè amaro che rimette a posto i sensi inzuccherati: per non far indigestione di ATP e per farsi strada tra le insidie del tatuaggio con caparbietà e successo ci vuole comunque un “aroma robusto” e molta verve!

 

Essere Tatuatrice oggi non è più anticonformista. E preferire maiali ai chiuaua? 

 

Non mi piacciono mai le cose scontate, loro li ho sempre desiderati, sono dolci e cicciottini, avevo preso anche un chiuaua, l’ho tenuto qui in studio ma si picchiava con il gatto. Io non sono da cani perché sono disorganizzata, il cane è delicato mentre loro mangiano tutto quello che mangio io, se faccio la pasta la faccio anche per loro. Sono molto simili a me, sono allegri e casinisti. Il cane ti ama indipendentemente da tutto e questo mi mette ansia (anche nelle persone), il maiale no, io ci ho messo un mese prima di prenderlo in braccio e ho capito di essermelo meritata. La femmina la porto fuori e mi chiedono se è un porcellino d’india. Domande classiche: “Dove fanno i bisogni” , Loro hanno la lettiera per i gatti. Oppure “ sono come un cane?” No, se no avrei preso un cane. Loro a differenza dei cani e dei gatti hanno un modo di comunicare più simile al nostro, hanno un linguaggio verbale, fatto di tantissimi suoni. Dormono con noi sono molto puliti, io li lavo una volta alla settimana, molto più di parecchie persone.

 

Fattoria di Orwell o Tre piccoli porcellini?

 

La prima, Lorenzo di Bonaventura un tatuatore mi disse “l’occasione fece l’uomo ladro” ed io concordo penso che tutti anche quelli che come me sono di indole buona se avessero l’occasione di comandare cambierebbero.

 

Cosa ne pensi dell’artista che tatua maiali vivi?

 

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LE EVASIONI

Si veste sempre molto elegante, impeccabile in ogni suo capo di abbigliamento, è un uomo veramente gentile e educato. Intervisto Alex nel mio studio di tatuaggi
durante una seduta. I miei clienti mi raccontano volentieri delle loro vite durante il tatuaggio e Alex è mio assiduo cliente da oltre un anno. Stiamo terminando il lavoro su un pezzo che gli impegna tutta la schiena. Il soggetto è la famosa e spietata coppia di fuorilegge, negli stati uniti rurali degli
anni ’30: Bonnie e Clyde. In vista degli articoli sul rapporto tra tatuaggio e carcere intervisto Alex sul suo tatuaggio, sul signifi cato e sulla provenienza. Ne nasce un racconto spontaneo, sotto gli aghi, che parla della vita fuorilegge di padre di prigione e di tatuaggi…

Alex come mai hai deciso di farti dietro la schiena Bonnie e Clyde?
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PORN IS MORE HONEST THAN RELIGION

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Catturata dalla magia dell’aqua Silvia Pannella ritrae persongaggi tatuati nella vasca da bagno. La vasca rappresenta il luogo dell’intimità, un radicale mettersi
a nudo che scopre senza veli e inibilizioni l’essenza più vera e profonda del sè. Il corpo tatuato si racconta attraverso segni e colori cosi come lo sguardo e la gestualità dei protagonsti del racconto fotografico di Silvia. Scatta con spontaneità e sensibilità, facendo emergere la bellezza e l’intimità delle persone messe a nudo nella loro essenza più vera. Il tatuaggio esaltato dall’acqua sembra galleggiare, come se affiorasse dalla pelle e dall’acqua per raccontarci una storia, uno scorcio di vissuto. In ogni scatto una posa, una sensazione, un’emozione fugace quasi rubata e sottratta dalla più profonda intimità. Lo sguardo di una donna coraggiosa
che non ha paura dell’onestà del desiderio e crede nel lieto fine….che poi altro non è che “il piacere finale”.
La tua immagine del profilo di Facebook cita: Porn is more honest than religion. Carmelo Bene ha detto:
“il porno si instaura dopo la morte del desiderio […]. Quando tu fai qualcosa al di là della voglia, la voglia
della voglia, questo è il porno.”. Tu che hai da dire sul porno? E sull’eros?

GIULIA

 

 


Pax Paloscia _ La mia Alice desidera perdersi

Fotografa, street artist, sempre in movimento tra Roma, Milano e New York, Pax Paloscia è un’artista eclettica. Rossana Calbi ci ha chiacchierato per noi e la sua intervista completa uscirà il prossimo numero

 

Intervista di Rossana Calbi

Colore steso che diventa il negativo di uno scatto fotografico, la vita cercata per le strade ritorna sulle strade ma in una chiave diversa, indurita nel tratto ma con colori pastello: la vita ritorna dove è stata rubata. Pax Paloscia semplicemente ne sottolinea i tratti, ne evidenzia la concordanza anche utilizzando elementi discordanti, se c’è una costante nelle opere dell’artista romana è proprio quell’armonia vitale che conserva sempre, che ruba dai passanti, ma anche dai suoi modelli e che restituisce sui muri.
Divisa tra Roma e New York, tra le gallerie, la sua ultima mostra personale, Alice Down to the Rabbit Hole, nell’aprile del 2017 da Rosso20sette nella Capitale, e nel 2016 è una delle protagoniste di Scope Art Fair a New York, Pax Paloscia ha un dono molto semplice: la capacità di osservare. Sembra semplice osservare, ma non si riesce a vedere, e neanche semplicemente a guardare. Presi dalle nostre nevrosi non riusciamo a uscire dalla nostra testa ed ecco che ci serve qualcuno che ci fermi in questo turbinio costante e perenne. Pax si incanta sempre e si incastra non in dettagli ma sui soggetti, sulla vita e le sue trasformazioni, sul suo divenire; questi sono i temi di un’artista che si muove con diversi supporti: tela, carta, cartapesta, video, che non desidera fermare né chi osserva né se stessa, ma che descrive un frame di quello che ci stiamo perdendo nel nostro incedere.


TATUAMI

Gabriele Donnini

Palloncini, uncini e shibari

 

Milano Tattoo Convention 2018

 

 

Ed eccoci arrivati alla Tatuami 2018. Gradita sorpresa a San Donato, sede della convention, troviamo il mercato dell’antiquariato, e prima di avventurarci tra gli stand ronzanti, facciamo un giro per bancarelle trovando pezzi stupendi a prezzi abbordabili, ho comprato due cuori sacri, una vetrinetta antica e qualche piccola cornice in ottone per i miei quadri. Il mio compagno invece compra pezzi elettronici e meccanici di cui, data la mia ignoranza, mi è incomprensibile ogni utilizzo ma sono sicura essere pezzi di grande valore.

Entriamo già felici del nostro shopping e subito notiamo che la temperatura è di gran lunga più accettabile di quella dello scorso anno, l’aver di poco anticipato la convention è stata una mossa strategica. Siamo dentro. Ci accoglie il piccolo spazio espositivo con la mostra di P’Ink e le tavole da surf a tema sirena, Mermaids curato da Il Tatuaggio. Purtroppo la mostra è un antipasto veloce e si passa subito alla portata principale. Lo spazio ospita circa centoventi postazioni, tra artisti ed espositori. Gli artisti sono la maggior parte, anche se in pole position di entrata troviamo l’immancabile bancone di El Rana dove comprerei sempre tutto ricoprendomi come una Madonna ingioiellata, ma grazie al precedente acquisto di antichità riesco a trattenermi. Subito cerco Sivia Pannella che mi ha detto sarebbe salita a Milano e la conosco personalmente! Grazie al lavoro sul vostro e nostro magazine, mi capita spesso di stringere amicizie virtuali dove ci si sente, ci si scrive ma non ci si conosce realmente. Dunque quando capita è sempre un’occasione memorabile. Con Silvia parliamo dei prossimi articoli e di chi intervistare a mollo nella vasca da bagno. Poi si gira all’impazzata tra i banchetti. La musica un po’ troppo alta della performance stordisce un po’ ma girando tra i banchi veniamo via via attirati dai lavori degli artisti. All’ingresso sono anche stupita dal fenomeno palloncino-unicorno. Fai una foto con il palloncino ti tagghi e hai uno sconto, mi spiegano che funziona così e funziona alla grande vista la coda di ragazze con palloncini di fronte allo stand. Di fronte il banco fornitissimo di Sunskin, a fine corsia, lo stand di Roots tutto al femminile, che apprezzo oltremodo, essendo io sempre molto di parte rispetto al lavoro che unisce la creatività e la forza femminile: il trio di Lucille Niniviaggi, Lucrezia Urtis e Anna Twiggy chiude in bellezza il primo corridoio. E poi il palco dove si alternano gli appesi, gli intramontabili mutoidi appesi con sospensioni, e poi c’è Kirigami ha una maschera e la sua “vittima”, lei è vestita alla marinara con dei lunghi capelli rossi, è appesa con corde, è lo shibari; insomma la sospensione cucinata in modi diversi. In una nuvola di unicorni e colori si distingue Amanda Toy. Quindi mi soffermo poi anche sull’imponente monolite banco di Puro con tanto di schermo al plasma e a salutare Bombay Foor. Trovo anche il banchetto Uroboro con Cecilia De Laurentiis. C’è la claque Galdo e l’immancabile Stizzo. Cito solo alcuni ma sicuramente tanti bravi artisti che ho intervistato e che vi devo ancora presentare. Un giro sicuramente interessante e ricco di spunti, un punto forte della convention è sicuramente quello di non essere troppo estesa e di riunire molti artisti italiani, tra cui tanti milanesi di indiscussa bravura. Forse un tocco esotico non guasterebbe ma visto che siamo per il made in Italy direi che va bene anche così.

 


Intervista a Maud Wagner

Intervista a Maud Wagner

 

di Olga orlandi,

 

Illustrazione di Pimienta Negra

 

 

 

LA PRIMA A TATUARSI, LA PRIMA A TATUARE E TUTTO IL RESTO È UN CLICHÉ

 

Nata nell’ultimo ventennio del settecento, prima artista circense poi performer: la prima donna a tatuarsi e tatuare. Maud Wagner passa al secolo come la trasgressione personificata, e invece racconta di quel che ha ancor più sottopelle e si scopre tutto il corredo bon ton. Infondo non c’è contraddizione: old school al cento per cento.

 

OERRE — Che sfiga però: manco una foto a colori!

EMME VUDOPPIA — Ti dirò… io non sono scontenta. Lo chiamo l’effetto Partenone, che tutti dicono — pensa che prima di essere immacolato era fantasticamente dipinto. E così s’immaginano anche di meglio che quello che ero.

 

OERRE — Circense e primato dei tatuaggi: che godere nell’essere un fenomeno da baraccone?

EMME VUDOPPIA — Da quando ci diamo del tu?

 

OERRE — Hai impedito a tua figlia Lotteva di tatuarsi prima che fossi morta! Dai, non servono Freud o la Montessori per presagire che il giorno dopo i funerali si sarebbe devastata d’inchiostro senza soluzione di continuità! E poi che ipocrita!

EMME VUDOPPIA— Il discorso di Freud vale anche al contrario: di cosa ti sorprendi? Le ho dato tempo per pensarci bene e insieme non ho subito l’umiliazione che mi sorpassasse in trasgressione. Mai sentito una madre dire — ho freddo mettiti il golf, ho caldo levati la felpa? Ancora più eclatante — io t’ho fatta, io ti distruggo. Altro che ipocrisia: sono uno stereotipo.

 

OERRE — E i tuoi cosa ti hanno fatto di così terribile per avere uno strazio di figlia così?

EMME VUDOPPIA — Ma loro sono morti all’oscuro di tutto: li visitavo con certi pastrani vittoriani mortificanti… Figurati che mi sono sentita dire da mia madre che esageravo in sobrietà! Di certo non sospetti che la Levi Montalcini stava così accollata perché sotto era vulcanizzata dai marchi a fuoco, che Piero Angela non va mai al mare perché ha sei capezzoli e che Augias ha l’abbozzo di un gemello mai sviluppato che gli si affaccia all’altezza dei reni.

 

OERRE — Che voglia l’hand poked

EMME VUDOPPIA — Ammetto che è doloroso da subire e faticoso da eseguire, ma non ho avuto cuore di dissuadere Gus: sotto quei baffoni aveva la lacrima facile. D’altronde poteva andarmi peggio: Napoleone scriveva alla moglie — sono di ritorno dalla guerra tra qualche settimana, comincia a non lavarti.

 

OERRE – Fammi capire… border line e patriota?!

EMME VUDOPPIA — Certamente: il massimo della trasgressione! D’altronde io son tutta una contraddizione, figurati che svengo se mi taglio con la carta.

 

OERRE — Cosa t’ispira della modernità?

EMME VUDOPPIA – La spesa on line, i cerotti per la cervicale, l’app del contapassi per dimagrire.


Architattoo

Fotografia di Unconventional Mick, modella Manuela Elettra

L’architettura del tatuaggio

 

di Alessandra Giannini, Alelove

 

 

L’Architetto d’oggi, l’Architetto universitario, impari da tutti gli artigiani: impari dal marmista (le superfici lucide, levigate, a martellina, a bocciarda, a scaglia), impari dal falegname, dallo stuccatore, dal fabbro, da tutti gli operai e gli artigiani (è bellissimo). […] Impari le cose fatte con le mani. Nulla che non sia prima nelle mani. Impari anche, l’Architetto, dall’artigiano come si ama il mestiere: com’è bello farlo per farlo. L’arte per l’arte è lì, non è in una forma di arte senza contenuto, ma è nella felicità di farla.*

 

L’architettura e il tatuaggio

Quale analogia esiste tra architettura e tatuaggio? Un progetto: noi progettiamo il nostro corpo attraverso il tatuaggio nello stesso modo in cui progettiamo l’ambiente in cui viviamo, per sentirci maggiormente a nostro agio e parte di un insieme unitario.

Architetto deriva dal greco ἀρχιτέκτων (pronuncia architéktōn), parola composta dai termini ἀρχή (árche) e τέκτων (técton) che significa: primo artefice. Quando imprimiamo segni permanenti sulla nostra pelle siamo architetti, ovvero artefici primi, del nostro corpo. Il tatuaggio nasce dunque da un progetto che affiora sulla pelle.

Possiamo leggere una continuità tra architettura dell’ambiente e arte del tatuaggio prendendo spunto dalla teoria della gesamtkunstwerk (l’opera d’arte totale) di Gropius.

 

Committente

Il tatuatore come l’architetto ascolta le esigenze del committente o del cliente e si fa artefice di tali idee, come l’architetto il tatuatore è un demiurgo: progetta, crea, realizza. Questo rapporto è imprescindibile quando l’artista non si riferisce a se stesso ma si rivolge a un committente, realizza un’opera per un altro da sé. Non è possibile realizzare un’architettura o un tatuaggio senza tenere conto della persona a cui è destinata, i suoi gusti e le sue inclinazione. Ho visto una volta un video di una performance in cui persone introducevano un braccio in un buco e un tatuatore faceva un disegno a suo piacimento, senza conoscere la persona e questa si vedeva tatuato quello che garbava allo sconosciuto tatuatore. Ecco, questo è possibile solo in una performance, cosi come non è possibile realizzare una casa senza tenere conto di chi ci andrà ad abitare. Analogie.

 

Arte e tecnica

tecnica

tèc·ni·ca/

sostantivo femminile
Complesso di norme che regolano l’esercizio pratico e strumentale di un’arte, di una scienza, di un’attività professionale
arte

àr·te/

sostantivo femminile

Qualsiasi forma di attività dell’uomo come riprova o esaltazione del suo talento inventivo e della sua capacità espressiva.

L’architetto, come il tatuatore, è una figure al limite tra l’essere artista e artigiano, in entrambi vi è una componente creatrice immaginifica e una poietica. Per integrare tra loro arte e mestieri, creazione artistica e produzione industriale seguiamo la lezione dell’architettura totale di Gropius: Tutti noi architetti, scultori, pittori dobbiamo rivolgerci al mestiere. L’arte non è una professione, non v’è differenza essenziale tra l’artista e l’artigiano. In rari momenti l’ispirazione e la grazia dal cielo, che sfuggono al controllo della volontà, possono far sì che il lavoro possa sbocciare nell’arte, ma la perfezione nel mestiere è essenziale per ogni artista. Essa è una fonte di immaginazione creativa.
Forme espressive e capacità espressive regolate da norme, la tecnica è ciò che ci permette di esprimerci al meglio, a regola d’arte, architetti e tatuatori non possono non essere del tutto padroni della tecnica per potere essere artisti.

 

 

Abachi

Il termine abaco deriva dal latino abacus, polvere. Originariamente i primi abachi erano costituiti da una tavoletta su cui spargere sabbia. L’abaco è un antico strumento di calcolo, utilizzato come ausilio per effettuare operazioni matematiche, oggi usato in accezione di normogramma, in architettura un abaco dei materiali è una leggenda dove vengono indicati i materiali di un progetto che si diversificano di volta in volta per esigenza, La combinazione di elementi verifica una stretta dipendenza di ciascun elemento dagli altri. Esiste un abaco del tatuaggio? Oggi sicuramente possiamo attingere da numerosi database digitali in cui reperiamo materiali da comporre nel progetto del tatuaggio. Se elaborassimo un abaco del tatuaggio giapponese potremmo inserire sfondi (nuvole, cappe, onde), fiori (ciliegio, peonie, crisantemi, eccetera), simboli giapponesi (carpe, gheisha, maneki neko, ecc.) e combinare tali elementi secondo regole ben precise. Allo stesso modo potremmo definire un abaco per ogni stile dal traditional all’avangard. Possiamo operare al di fuori di un abaco? Certo, allo stesso modo in cui Gaudí progettava la Sagrada Familia, è una scelta progettuale. Di sicuro gli abachi, se ben fatti, possono essere una guida per un’esecuzione a regola d’arte.

 

Non sono l’unica architatuatrice, voglio quindi porre poche semplici domande ad altri per approfondire questo particolare bipolarismo artistico, in questo numero intervisto Melissa Migliora che lascia il suo lavoro di architetto per fare l’apprendista tatuatrice.

 

Didascalia Immagine: L’architettura e il tatuaggio. L’architatouage, ensamble di dettagli architettonici e tavola di Lombroso, L’uomo criminale

*Gio Ponti, Amate l’architettura, Rizzoli, Milano, 2015, pp. 111-112

 


Nicoz Balboa tra Julie Doucet e la Montessori

I mille interessi di una fumettista, blogger, tatuatrice, mamma e soprattutto artista

 

intervista di Rossana Calbi

La prima volta che ho visto le sirene tristi di Nicoz Balboa erano bruciate nel legno e mi incantavano dalle pareti della galleria della Capitale MondoPop, che, ahimè, ha chiuso ormai da anni: nel 2012; adesso le sue donne disegnate fortificano le foto di William Baglione in Baglione vs Balboa (ovvero: donne nude che ti fanno in culo) fino alla fine di luglio all’Hangar Tattoo Studio di San Lorenzo, sempre a Roma. Impossibile per Nicoz rimanere lontana dalla sua città: Roma, ma in questi anni è diventata mamma, tatuatrice e ormai, dopo la pubblicazione di Born to Lose con la Coconino Press, entrata a far parte del gruppo Fandango nel 2009, è solennemente una fumettista. E tutto questo, tutto il suo divenire è nella sua graphic novel. Born to Lose è la sua crescita, la sua trasformazione, la sua accettazione rispetto ai cambiamenti: Born to Lose è la storia di Nicoz Balboa, un’artista in piena evoluzione che presenta le sue nuove sirene in asana contorte nel progetto Yoga on My Skin, in mostra fino al 30 settembre 2017, presso Amaneï a Salina, nelle Eolie, in collaborazione con Parione9 Gallery.

Born to Lose è la tua prima graphic novel tutta tua, ma prima cosa c’è stato? Quali sono state le pagine pubblicate che ricordi con più soddisfazione?
Born to Lose in realtà non è la prima cosa tutta mia che esce, però diciamo che oggettivamente è il progetto più completo e “adulto” di cui per il momento sono molto fiera ed è il primo che esce con una casa editrice storica.
Le prime pagine pubblicate sono state quelle fotocopiate per le fanzine che facevo prima con le mie amiche del liceo, «Catholic Girls», e poi c’è stato sempre al liceo questa raccolta di fumetti che si chiamava «Caccapiscia». Ce ne sono stati altri nel tempo e negli anni; fino almeno a dieci anni fa ogni tanto fotocopiavo questi fumetti e li producevo, poi l’avvento dei blog ha sostituito le fotocopie, ha velocizzato la distribuzione, l’autoproduzione anche se virtuale.
Parallelamente ho partecipato a varie antologie e come cose personali tutte mie avevo fatto uscire, una decina di anni fa, il fumetto Les Larmes de Crocodile e in Italia, sempre più o meno dodici anni fa, uscì il fumetto Nicozrama ed era edito dal Centro Fumetto “Andrea Pazienza”.

Raccontare noi stessi è forse la cosa più facile, in fondo dovremmo conoscerci al meglio, o serve scrivere e disegnare di noi per imparare a vedere cosa ci gira attorno e cosa ci passa per la testa?
Io opterei più per la seconda opzione: quando io ho iniziato a disegnare questo diario che si chiamava MOMeskine all’inizio e che usciva mensilmente su un blog non avevo idea che stavo facendo quello che stavo facendo l’obiettivo era disegnare tutti i giorni ossessivamente quello che succedeva; adesso mi rendo conto che l’ho fatto probabilmente per capire quello che vivevo, all’epoca non te lo saprei dire io sono la regina dell’incoscienza quando faccio le cose quando è stato il momento di pensare a una pubblicazione è stato lì che mi sono accorta che il personaggio, perché è un fumetto autobiografico, ma si tratta di un’esagerazione di me, aveva un’evoluzione; la vita di questo personaggio andava da un punto iniziale a un punto finale. Per Born to Lose è stata fatta una selezione di una prima parte di questi diari, dei primi due anni e qualcosa. Siccome, poi la vita non è lineare: il libro raccoglie questi due anni in cui io tutti i giorni ho disegnato. Ovviamente pubblicare tutti e due gli anni, pagina per pagina, avrebbe richiesto troppo, sarebbe stata la Treccani e quindi questa selezione è stata fatta per alleggerire un po’ la mole. Mentre selezionavo il lavoro mi sono accorta che avevo vissuto certe cose e le ho viste un po’ da fuori: è stato come vedersi un po’ dall’alto.

Tra le dediche sul volume ne troviamo una a Julie Doucet, autrice canadese di diari a fumetti quali Dirty Plotte e My New York Diary. Qual è il tuo rapporto con quest’autrice?

Julie Doucet è la persona che mi ha insegnato a fare fumetti, anche se lei non lo sa, adesso un po’ lo sa. Io ero appassionata di fumetti da tempo: i super eroi, prima ancora Dylan Dog, poi ho scoperto anche i fumetti americani indipendenti, e nel ’96 mi è capitato sotto mano un numero di Dirty Plotte e lì sono rimasta folgorata, ho avuto l’illuminazione e ho detto: ok, si possono anche fare i fumetti così, raccontando se stessi, raccontando la propria vita e la cosa rimane comunque interessante, almeno per me lo è!

Quando penso ai miei gusti ho sempre apprezzato lavori autobiografici o fintamente autobiografici o, comunque, in cui la voce narrante fosse soggettiva. Prima di scoprire Julie Doucet portavo sempre con me Il giovane Holden di Salinger, infatti, è nelle citazioni iniziali, quindi quando ho visto che si poteva fare un fumetto in quel modo da un punto
di vista oltretutto femminile e con tematiche anche femminili. Per esempio, mi ricordo benissimo la storia in cui lei si sveglia e dice: Cavolo, il Tampax è pieno! Allora adesso leviterò!
E si alza con la forza della mente e vola per tutta casa in posizione orizzontale per arrivare sopra il water e girarsi per non perdere gocce di sangue per strada con il Tampax pieno.
Quella tipologia di racconto per me fu determinante, quindi per questo la dedica. Poi la cosa tipo fan le inviai il link del blog in cui pubblicavo il MOMeskine e lei, dopo un po’ di mesi, mi scrisse una mail in cui definiva i diari addicted, infatti, in questi giorni sto prendendo forza per dedicarle un libro a penna e spedirglielo in Canada: per me lei è molto importante.

Di passioni ne racconti tante: dalla musica di Gipsy Rufina alla cucina proposta da Vegan Riot, il libro di Paolo Petralia. Una mi ha incuriosito molto: la Montessori. Cosa ti ha insegnato la pedagoga anconese?

Io sono molto sensibile alla musica, che detto così sembra una cosa farlocca, però ascolto molta musica mentre lavoro, sono abbastanza monomaniacale. Ho dei periodi in cui ascolto un solo artista, una sola band spesso anche un solo disco o addirittura anche solo una sola canzone a ripetizione tutto il giorno. Ho avuto questo ‘periodo Gipsy’, che poi non si è mai interrotto, in cui ascoltavo molto molto Gipsy e nel frattempo l’ho contattato e venne a suonare qui a La Rochelle, siamo anche diventati amici l’ho anche tatuato.
Vegan Riot, è una realtà che merita, il sito anche prima del libro era una fonte a cui attingevo, non sempre riesco ad essere vegan, non sempre riesco a rimanere vegetariana. Spesso ho delle ricadute, soprattutto a causa della mozzarella.
Tu mi chiedevi della Montessori, quando è nata mia figlia mi sono interessata alla Montessori, a leggere libri e documentarmi su approcci “alternativi” rispetto all’educazione, alla nutrizione, all’accudimento dei bambini. Ho cominciato interessarmi a varie scuole di pensiero diverse. Soprattutto perché quando ero incinta non mi sono per niente documentata perché ho pensato — va be’, che ci vuole? I figli sono una cosa istintiva, che devi fare? — quando invece è nata mia figlia mi sono resa conto che
non era tutto istintivo che era una cosa molto difficile partorire e allevare un essere umano; mi andava di farlo in maniera cosciente e non applicare regole per sentito dire soprattutto perché mi suonavano male, soprattutto qui in Francia molti approcci fanno l’elogio del distacco, della freddezza, della disciplina e io vengo da un contesto anche culturale in cui la disciplina e l’ordine non mi stanno molto simpatici. Perché avrei dovuto applicarli con la carne della mia carne?! Leggendo e rileggendo mi sono approcciata a degli scritti di Maria Montessori e il suo approccio all’educazione mi sembrava molto pertinente si vede che lei ha studiato l’approccio e l’apprendimento per poi creare un metodo, non è un metodo creato in teoria e poi applicato a forza sui bambini.
Quello che mi ha insegnato è che ogni bambino ha un periodo sensibile per l’apprendimento e ha voglia ed è spinto a imparare le lettere, quindi a leggere, i numeri, i colori oppure la vita quotidiana: allacciarsi le scarpe o versare l’acqua, in quei periodi bisogna nutrire la fame di conoscenza del bambino.
Perché poi nutrendo questa loro fame impareranno molto in fretta. Si deve rimanere all’ascolto dei bisogni del piccolino. È una cosa che io ho provato a fare ed è stato illuminante alzare le antenne invece di imporre delle attività o delle nozioni, basta solo aspettare che la voglia venga da parte del bambino e la voglia arriva, non c’è da preoccuparsi, il bambino è curiosissimo: ha voglia di imparare.

Pagine scansionate, sporche e tracciate velocemente con i colori e disegni dettagliati sulla carta prima e sulla pelle poi: uno stile poliedrico ma sempre riconoscibile. I tuoi personaggi sono antropomorfi un po’ come te, un’anima delicata e romantica e l’altra punk. Alla fine Cappuccetto Rosso picchia il lupo?
Sì, forse mi sa che forse che siamo un po’ di persone qua dentro. O semplicemente sono dei discorsi e quindi dei linguaggi diversi. L’approccio del tatuaggio rispetto al diario grafico sono due necessità e due campi di azione molto diversi.
Alla fine Cappuccetto Rosso picchia il lupo? No, alla fine vanno a braccetto. Vanno a bere.
Nel tatuaggio non sono sola, sono di fronte alla richiesta di un cliente anche se io, poi, metto la mia mano, metto il mio stile ma non perdo mai di vista la richiesta della persona perché è la persona che se ne va con il tatuaggio addosso per tutta la vita, quindi non mi succede mai di imporre un disegno, io disegno sempre per la persona in realtà. Anche se sono fortunata perché spesso i clienti mi chiedono cose che mi piace realizzare. Per quel che riguarda il diario grafico sono da sola di fronte alla pagina, a volte proprio di fronte a un’incazzatura o a una gioia e quindi tutto molto più diretto, più sporco e istintivo.

Attualmente vivi a La Rochelle quale storia ti piace di questa città sul mare?

In realtà La Rochelle ha una storia di resistenza, di ribellione, ha una storia molto carica. Non sono molto brava a raccontare le storie non mie. Ci devo pensare, poi un giorno te lo dirò.

Il tatuaggio è arrivato alla fine, è arrivato dopo la pittura, le mostre, dopo tua figlia, tu eri già Nicoz Balboa del Punk Surrealism, eri già un’artista e sei diventata una tatuatrice dal ’99, un supporto nuovo o una nuova prospettiva?

Il tatuaggio e il disegno hanno sempre viaggiato su due binari paralleli, uno per “necessità”: il disegno, quindi la voglia di raccontarmi, fumetti ne faccio da quando sono bambina, autoritratti ne faccio dall’asilo. Il tatuaggio l’ho scoperto al liceo, negli anni ’90, ed è una cosa che mi ha sempre appassionato, mi sono sempre fatta tatuare. All’epoca che non c’era Internet e mi compravo le riviste: stavo lì con le amiche chiedendomi cosa mi dovessi tatuare, quale stile.
A parte due settimane in cui ho fatto la cameriera, già da quando avevo diciannove anni facevo la piercer , poi quando mi sono trasferita a Parigi ho cominciato a fare piercing in uno studio in cui poi sono diventata shop manager: preparavo le postazioni, gli aghi e tutto il necessario. Mi sono fidanzata con Guicho (tatuatore francese, specializzato in stile giapponese n.d.r) il padre di mia figlia, insieme abbiamo aperto uno studio a La Rochele: in realtà è un lavoro che ho sempre fatto quello della tatuatrice. Ho fatto il primo tatuaggio tanti anni fa, era il ’99, su un mio collega piercer in uno studio dove lavoravo a San Giovanni (Roma n.d.r.), per tanti anni ho tatuato gli amichetti, ma non avevo mai unito tatuaggio e disegno semplicemente perché per me un tatuaggio era un linguaggio a parte e quindi richiedeva un certo tipo di stile un certo tipo di soggetti, per un po’ di anni ho provato a disegnare cose da tatuaggio e devo dire che l’effetto era molto kitsch. Finché un giorno, la mia cara amica Anna Tufano, artista anche lei, mi chiese si tatuarmi un disegno che era su una mia biografia: un lupo con una donnina, io non pensavo che avrei potuto unire i due linguaggi. È lì che vedo il mio punto di svolta.
L’effetto è stato soddisfacente non tanto dal punto di vista grafico, ma dal punto di vista della realizzazione, cioè mi sono divertita. Era il 2012: ho postato questo disegno su Facebook e da lì si è aperta una porta: molte persone mi hanno detto se tatuassi le cose che facevo sui quadri, ed è stato un bel regalo dalla vita perché ho unito due cose che pensavo non si sarebbero mai potuto unire.

Quali tattoo artists ti ispirano e riempi di cuoricini su Instagram?
Quello che io realizzo nel tatuaggio è legato all’illustrazione e al disegno, anche se poi dal punto di vista della realizzazione, non tanto del soggetto, cerco di mantenere alcune cose tecniche canoniche del tatuaggio tipo le linee, il colore, il nero. Cerco di rimanere nel linguaggio del tatuaggio, anche se non nel disegno, infatti, se nel diario grafico uso anche molti acquerelli, macchie di colore, nel tatuaggio non farò mai tipi di tatuaggio con macchie di colore che escono e sbordano, perché proprio ho una sorta di timore rispetto alle due cose. E qui ti rispondo alla domanda: in realtà, i tatuatori che seguo su Instagram sono molto canonici, legati al tatuaggio tradizionale anche neo-tradizionale, come li chiamano, anche giapponesi.

WEB

nicozbalboa.wordpress.com/momeskine/
fandangoeditore.it/categoria-prodotto/marchi-editoriali/coconino-press/

amanei.com

 


A Magic Place

I TATTOO STUDIO PIU’ BELLI: LO STUDIO DI AMANDA TOY A MILANO PROGETTATO DA PLACE DI ALESSANDRO SPAGLIARDI

Di Alessandra Giannini @alelove

Bohèmien-informale-colorato, questi sono tutti aggettivi che ben descrivono il Toy Tattoo Parlour, uno degli studi più interessanti nel panorama milanese. Il Toy nasce per Amanda Toy, tatuatrice milanese famosa per le sue bamboline colorate, da progetto di Alessandro Spagliardi, desinger di interni. L’amicizia tra committente e progettista rende possibile una perfetta sintonia tra l’universo espressivo e colorato di Amanda e il rigore formale di Alessandro. Il risultato è una scatola bianca allegramente riempita di giocattoli variopinti. Arrivando da Via Rasori vediamo la vetrina con infissi rosa e la grande vetrina che ricorda un negozio di baloccchi. Entrando dalla porticina colorata entriamo in un mondo onirico Sono bianchi il pavimento in laminato, il soffitto con greche retrò, il lampadario a gocce e le pareti: una white box perfetta per i giochi di Amanda. Cosi nicchie decorate da donnine anni 50 e peonie in una fantasia optical rompono la candida continuità delle pareti, insieme agli arredi comodi,variopinti ed eterogenei: l’angolo salottino con le poltroncine e le sedie una diversa dall’altra, il tavolone in legno massello antico, il piccolo tecnigrafo creano dei punti focali scenografici all’interno dello spazio grande e minimal. Protagoniste indiscusse le opere di Amanda, liberamente disposte nello spazio e sulle pareti. Tocco romantico il cuore oblò da cui spiare la sacra sala da tatuaggio, altrettanto bianca e funzionale. Sicuramente uno studio perfettamente riuscito nella simbiosi di linguaggio artista e interior designer.

AMANDA TOY, tatuatrice e proprietaria del TOY PARLOUR

Il tuo studio è una perfetta sintesi di arte e architettura d’interni, per questo lo abbiamo eletto uno dei “best tattoo shop” di Milano. Quanto rispecchia della tua personalità?

Alessandra, ti ringrazio molto per avere letto il mio studio uno dei più bel tattoo shop di Milano, quando quattro anni fa ho deciso di aprire lo studio a Milano mi sono subito innamorata della location, in particolar modo delle due vetrine grandi e della porta a botola. Non riuscivo a immaginare un mio studio a Milano perché non avevo ancora trovato un posto che veramente facesse sussultare il mio cuore e mi facesse innamorare, appena l’ho trovato ho subito voluto con lavorare con un mio amico, il designer Alessandro Spagliardi che ho conosciuto molti anni fa a Trieste e che oggi vive a Milano e l’ho chiamato per chiedergli una consulenza.


Ti sei avvalsa di un professionista per la progettazione: quanto la visione di un architetto è distante da quella di un tatuatore? Tu e Alessandro (progettista del Toy Palour, ndr) siete amici, di vecchia data o lo siete diventati durante la progettazione dello Shop?

Avevo in mente di farlo con le pareti bianche che fosse un luogo molto pulito e pieno di luce, questo sì tutto il resto è venuto piano piano compreso le pareti con le nicchie a forma di cuore per le quali mi sono illuminata una mattina in quanto volevo creare delle aperture nel cartongesso. Alessandro e’ stato molto bravo ci siamo trovati bene sia in fatto di gusto che di materiali e senza di lui sarebbe stato davvero un delirio perché si è occupato anche della parte burocratica ASL etc etc Per questo lo ringrazierò sempre ❤. Alla fine e’ nato il Toy tattoo Parlour che è una parte di me e quindi ovviamente ho scelto tutto in base alla mia essenza perché ho sempre pensato che luogo di lavoro deve rispecchiare se stessi È un luogo in cui io passo la maggior parte del mio tempo e quindi mi devo trovare in armonia al 100% sia nella location che con i miei collaboratori che scelgo in base a professionalità persona e che siano in armonia insieme. Da vera bilancia non posso pensare di essere un luogo dove non regni l’armonia…

 

Per la versione completa vedi la rivista

 


DEVIANZA E APPARTENENZA

Intervista di Rossana Calbi a Martina Ronca foto di Benedetto Randazzo e Marta Gobbi

Gli esseri umani sono esseri incompleti*, sembra che quest’affermazione dell’antropologo Marco Aime sia lo sprone della ricerca di Martina Ronca, curatrice, storica dell’arte e cantante. Un’indagine costante quella di Martina che la muove dai libri alla creazione di un processo artistico strutturato, la curatela di performance, e allo stesso tempo giocoso: la sua presenza sul palco come cantante nei Majors. Un’incompletezza che la giovane studiosa romana analizza e riempie quotidianamente nel rapporto con la creazione di alto e basso profilo, dimostrando, se ancora fosse necessario, che la cultura si compie a partire dall’elaborazione del Sé e dell’Altro sempre e comunque su più livelli.
È soprattutto l’azione a indicare il vero sviluppo culturale: la capacità di fare con consapevolezza e per questo capace anche di ridere e scherzare su se stessa.
Martina Ronca completa il suo corpo e la sua osservazione con azioni visibili dimostrando come la cultura stia nel fare!

 
Il 23 ottobre 2016 hai preso parte alla conferenza IL TATUAGGIO. CORPO, DEVIANZA E APPARTENENZA, ci parli delle altre relatrici: Cecilia De Laurentiis e Anna Livia Carella?
Cecilia è una tatuatrice e storica dell’arte. L’idea della conferenza è nata da lei – in collaborazione con Akka, il proprietario di Uroboro – quando si è laureata con la tesi Il tatuaggio nell’arte contemporanea: dal corpo degenerato al corpo politico. Nella sua ricerca analizza le relazioni tra artisti e tatuatori tra la Repubblica di Weimar e il III Reich, specie nelle opere di Otto Dix e Griebel; al momento è ad Amburgo, impegnata in un progetto di ricerca su Christian Warlich (in bocca al lupo!).
Anna Livia è una nippologa, insegnante e operatrice shiatsu. È autrice del testo Il fuoco sulla pelle (Castelvecchi Editore, 2011) sull’irezumi, il tatuaggio tradizionale giapponese, e ideatrice del Kokeshi Rebel Fest, manifestazione romana sulle arti giapponesi, tradizionali e non.
Entrambe vivono della loro passione, con la quale si confrontano con rispetto, quasi devozione, e a cui si dedicano con sincera umiltà e voglia di imparare. Confrontarmi con loro è davvero stimolante, non soltanto dal punto di vista accademico. Io sono un po’ pigra e spesso mi perdo, mentre Cecilia è una valanga di idee e proposte e Anna Livia è molto pacata e pragmatica; collaborare con loro mi aiuta anche a ripensare ai miei studi e al mio metodo di lavoro, spronandomi a fare meglio.

Cos’è l’appartenenza? Cosa vuol dire creare identità con il proprio corpo?
Il corpo tatuato (e, più in generale, modificato) è stato sempre considerato qualcosa da outsider, o comunque rappresentativo di categorie ben distinte; si vedano i tatuaggi criminali russi, o quelli marinareschi. Negli Stati Uniti degli anni ‘70 e ‘80 il tatuaggio si lega all’ambiente BDSM (con l’acronimo BDSM si indica genericamente una varietà di pratiche spesso erotiche o di ruolo che coinvolgono le pratiche di bondage e sadomasochismo. N.d.R): di nuovo, dei fuori categoria. In questo ambiente si tengono i T&P parties: feste private in cui gli appassionati di Tatuaggi e Piercing provenienti da tutta l’America settentrionale si incontrano e confrontano, spesso per la prima volta, sentendosi comunità. Anche in Giappone, del resto, il tatuaggio identifica gruppi di persone ben precisi, come gli appartenenti a una stessa famiglia della yakuza o i pompieri, e se guardiamo ai riti tribali ci rendiamo conto che gli interventi sul corpo, segnando un momento di passaggio, identificano categorie di individui ben distinte da chi ancora non è stato iniziato all’età adulta o alla maturità sessuale.
Ora questo forte senso di appartenenza espresso attraverso le modificazioni corporali è venuto meno: se è vero che tuttora molte persone si avvicinano al tatuaggio grazie all’interesse e alla vicinanza verso determinate controculture (l’hardcore, il punk, il rockabilly) o comunque nell’ambito di contesti border, è anche vero che dagli anni Novanta in poi il tatuaggio, nel mondo occidentale, è stato assimilato all’interno dei trend del momento. Diventa dunque difficile parlare di una vera e propria “identità comunitaria” rappresentata dal tatuaggio; trovo sia più corretto intendere il tatuaggio, e le body modification in senso più ampio, come strumenti di riprogettazione di sé e di costruzione della propria identità secondo il proprio sentire, che varia da individuo a individuo.
Anziché essere il tatuaggio a connotare la persona, è il singolo che utilizza il segno sul corpo per assomigliare all’idea che egli ha di sé; quando mi guardo allo specchio io mi vedo come ancora in costruzione: so che in un determinato punto manca una traccia, un foro, un’immagine, un colore per sentirmi completamente me stessa, e ci lavoro sopra tatuandomi, indossando gioielli da piercing, tingendomi i capelli. Forse un giorno potrò sentirmi “finita”, ovvero perfettamente corrispondente all’immagine e alla persona che sento di essere, o forse no, perché continuerò a cambiare idea su di me; nel frattempo il mio corpo non rappresenta che me stessa, e nient’altro.

 

Per il testo completo vedi la rivista.


La Gattuatrice Intervista a Iris Lys, The Cattoer =^^=

Domande di Alessandra Giannini @alelove, Immagini di Iris Lys

Io sono una gattara, amo i gatti la loto pigrizia, le loro movenze ammalianti, la loro agilità e l’affetto per nulla scontato che sanno dare. Non posso quindi non estasiarmi di fronte alle tavole feline di Iris, gatti, gatti e ancora gatti, in tutte le posizioni (yoga) e in tutte le versioni (traditional). Iris ha creato un catalogo di flash in perfetto stile traditional tutti a tema felino, i colori sono solidi, le sgrattate sapientemente collocate e la linea spessa e uniforme, un’impeccabile esecuzione old school. Quindi “Gattare di tutto il mondo unitevi! “E poi Iris è sicuramente una donna gatto dallo sguardo dolce e penetrante, perché di occhi lei ne ha tre compreso il suo terzo occhio tatuato sulla gola. L’intervista è in lingua inglese con traduzione in italiano di Jennifer Cohen.

Fai dei tatuaggi prevalentemente di gatti, perché li ami così tanto?

E’ difficile rispondere, sono sempre stata ossessionata dai gatti da quando ero bambina, sono cresciuta in un piccolo villaggio nel sud della Francia e abbiamo sempre avuto gatti, nostri e anche randagi, io volevo sempre accarezzare questi ultimi. Li amavo così tanto ma non so spiegare perché’. Hanno sempre fatto parte della mia vita.

Sei una donna gatta?

Totalmente donna gatta (ride) i gatti sono più importanti per me degli umani!

 

Lavori a Liège, cosi ami (e odi) della tua citta’? 

Be’, mi sono trasferita qui circa 9 mesi fa, quindi non sono di qui, passo molto tempo in giro, per conventions. Prima vivevo a Montreal per stare con mio fidanzato, e vi ho abitato per 1 anno e mezzo, non conosco bene Liegi.

 

In Francese Liegi e’ conosciuto come la cité ardente (the ardent city). Ne sai qualcosa di questa fama? 

Come ho detto non sono di Liegi e non so ancora niente di questa città. Sono mezza Francese e mezza Finlandese, nata in Francia e trasferita in Finlandia a 18 anni! Vengo da un piccolo villaggio della Provenza!

Sei ardente come questa città?

Io? Boh (ride) chiedilo al mio fidanzato o ai miei gatti!!

 

Hai sempre tatuato immagini di gatti o hai cominciato ad un certo punto?

Sono 11 anni che faccio i tatuaggi, ci ho messo del tempo per diventare brava e sono autodidatta. Sono sempre stata abbastanza tradizionale. Ho fatto il mio primo tatuaggio di un gatto alcuni anni fa e poi ne ho fatto altri e piaceva alla gente allora ho pensato che potesse diventare il mio marchio, non mi annoio mai. Posso fare altri soggetti ma sono sempre contenta di fare un nuovo gatto : )

 

Il tuo primo tattoo? 

Se intendi il primo che ho mai fatto… avevo 14 anni e ho tatuato un piccolo om sulla mia mano con un ago da cucire e dell’inchiostro.

 

Il tuo primo gatto?

Lei si chiamava Pekka (un nome da maschio in Finlandese!) in onore del mio cartone preferito quando ero bambina. Non aveva la coda, era un gatto maculato, l’amavo tantissimo ma un giorno è sparita.

Felix o Garfield?

Felix

I gatti amano le donne o le donne amano i gatti?

Tutti e due

Scrivi “do not copy” sui tuoi disegni, altri tatuatori rubano le tue immagini?

Si’, e’ per questo che sento di dover scriverlo ovunque in modo che le persone capiscono che non devono rubare le cose che trovano in internet perché’ non sono le loro, io lavoro duramente per creare le cose per le persone e mi ha fatto arrabbiare molte volte vedere che le persone credono che quello che trovano in internet sia loro. Le persone non conoscono il mondo dei tatuaggi, le regole, e questo mi rattrista!

Sono sempre copiati da tatuatori scarsi, e le persone che si fanno tatuare da loro non sono collezionisti, non hanno un vero interesse per i tatuaggi.

Cosa suggerisci per dare ispirazione e per non copiare?

Mettere via i soldi per viaggiare e farsi tatuare da me se a loro piacciono i miei disegni, come fanno molte persone. I collezionisti di tatuaggi viaggiano per farsi tatuare e per fare le vacanze nello stesso momento, come faccio anch’io!

Il tuo primo tatuaggio? 

Un errore del passato haha un tribale, e’ già stato coperto

Il prossimo? 

Devo trovare un posto, sono coperta al 90%!

Viaggi molto, dove ti sei sentita a casa?

Da nessuna parte, per questo continuo a viaggiare, lo sto cercando!

Sono in Belgio soltanto per adesso, chissa’ dove saro’ tra 10 anni…!

 


ALBA VIS, la forza e la luce di Carlotta (E’ Cawa) Marchetta

Intervista di Alessandra Giannini, immagini di Carlotta Marchetta

 

 

Carlotta Oltre che Tatuatrice sei anche illustratrice: quanto il tuo tatuaggio è influenzato dall’illustrazione o viceversa?

 

Io cerco di fare illustrazioni su carta e di proporle poi su pelle, quelle su carta tendono ad essere più libere ma cerco sempre di rappresentate su pelle ciò che faccio graficamente con i mezzi che ho: pennelli e chine o aghi e puntali. Sono sempre soggetti di colore nero. Molte volte devo indirizzare meglio il soggetto dell’illustrazione su una composizione fatta su una parte del corpo perché il corpo non è come un foglio con una dimensione standard ma ha una muscolatura con movimenti specifici per cui trasformo la composizione di illustrazione in una composizione di illustrazione specifica per il tatuaggio. A volte ci sono tatuaggi su richiesta specifica del cliente e cerco di soddisfarli, spesso il tatuaggio su richiesta è elaborato direttamente su pelle e non è eseguito il definitivo con china, la “bella” su carta, ma direttamente sul corpo. Le illustrazione invece sono delle opere personali che vengono scelte. I clienti che vengono da me già conoscono lo stile che mi appartiene come tatuatrice ed è più facile, riesco con una buona chiacchierata e con delle proposte di disegno a o capire come elaborare e impostarle il mio disegno per loro.

 

Come hai iniziato a tatuare?

 

Ho iniziato quattro anni fa. In età adolescenziale ero affascinata dai tatuaggi. A 14 compravo le riviste di tattoo e li copiavo sulla mia Smemoranda che era piena di questi disegni. Io studiavo moda e ho studiato design e illustrazione, disegnavo e mi sono alle volte trovata a fare disegni per tatuaggi. Dopo molti anni ho deciso di intraprednere la strada di tatuatrice, ho comprato una rotativa che mi ha permesso di sperimentare insieme ad amici molto coraggiosi. Sin dall’inizio sono sempre stata molto attenta a non copiare.

 

Sei una black worker. il nero è solo un colore?

 

Il nero è tratto. E’ la matrice, è un “non-colore” utilizzo il nero perché lo utilizzo nelle illustrazioni, inizialmente utilizzavo il bruno van di unione dei tre colori primari, perché il nero opacizza su carta quindi è meglio evitarlo. Ho sperimentato molto con i colori, tutt’ora lo faccio con le tele, li utilizzo come materia, come pasta, uso l’olio che è molto consistente. La pittura è un’altra cosa, la pittura è la cosa più personale che ci possa essere per me. Se lo facessi come professione forse sperimenterei altri soggetti, è un procedimento lento, un substrato, nessuno vede i mei quadri, lo faccio come processo personale.

Mi trovo bene con il nero. È forte, intenso….

 

Nero come….

 

Nero come me…nero come te….nero come E’

 

Hai uno stile noir con influenze giapponesi, grafico e fortemente espressivo, un po’ “the ring” , come nasce questo tuo linguaggio?

 

Piano piano, sperimentando. Fare è il verbo della vita, il non fare non esiste, mi sono ritrovata a sperimentare con delle illustrazioni che inizialmente tendevano al tradizionale, quindi mi sono completamente scissa e mi sono indirizzata verso qualcosa di più libero, quasi di automatico anche se ogni tratto linea punto era studiato ed era lì per un motivo, ho sperimentato poi dei soggetti più figurativi, prima volti accademici poi più orientaleggianti. Non faccio giapponese. Ho affrontato anche quella cosa (il giapponese) che è stata smussata in altro e sicuramente in futuro prenderò altre cose dal passato…..è tutto un impasto.

 

Raccontaci di Cawa, È un brand, è uno status symbol, è un progetto artistico?

 

 

E’ uno stato d’essere che poi si è trasformato in un brand, ho cercato di concretizzarlo in qualcosa essendo un illustratrice facevo le illustrazioni le vettorializzavo, seguivo il processo di serigrafia, avendo studiato moda mi piaceva la materia e le cucitore, poi ho capito che alla fine Cawa sono io che faccio i disegni e i tatuaggi e mi sono allontanata anche da li, da stato d’essere (progetto artisitco) a stato ad essere, Cawa è tornato a me.

 

 

Che relazione c’è tra abbigliamento e tatuaggio esiste una subcultura legata all’ambiente?

 

Oggi il tatuaggio è legato alle sub culture in generale, ci sono state delle subculture che avevano tatuaggi e vestivano in modo particolare come i punk o gli skin, oggi è legato all’attualità, intesa come lo studio delle cose attuali. In questo periodo storico il tatuaggio ha avuto un sopravvento sulla popolazione, forse anche perché i tatuatori hanno iniziato a indirizzare meglio i clienti o a non insistere. L’abbigliamento esiste da sempre e va avanti ogni sei mesi circa, il tatuaggio è per sempre.

 

 

Come nasce il tattoo shop alba vis?

 

E’ nato due anni fa perché anche se tatuavo da poco cercavo un posto privato, nella mia città non ci sono molti studi di tatuaggi e non sono mai stata considerata come una potenziale apprendista, forse ero troppo timida. Sono totalmente autodidatta ho imparato facendomi tatuare e guardanido i mei colleghi tatuare. Ho molte lacune ma come tutti, piano piano si impara nell’apprendimento ci deve essere entusiasmo non fretta. Alba Vis è uno shop su strada ma allo stesso tempo è poco commerciale, io credo che sia bellissimo e che tutti dovrebbero entrare a vederlo.

 

Cosa significa la scelta del nome?

 

Alba vis significa in latino forza bianca, perché io tatuo in nero con ogni tanto una punta di bianco, mi piace il concetto di buco nero o buco bianco.

 

 

Agrigento È una città ricca di storia e di cultura, come si relaziona al mondo del tatuaggio?

 

Si relaziona con difficoltà, ci impegniamo. Ricordo con amore le parole che Eugenio Serra il mio insegnante di corso e grande tatuatore mi disse una volta: che una città è bella per tatuare se chi ha tatuato prima di te ha insegnato un po’ di cultura del tatuaggio. La mia città deve ancora imparare.

 

Pirandello è nato e cresciuto ad Agrigento ti riconosci nella sua citazione: ” Imparerai a tue spese Che ogni giorno incontrerai moltissime maschere e pochissimi volti. ”

 

Il negozio è in via Pirandello ed è vicino alla sua casa d’infanzia. Pirandello ha lavorato nel periodo delle avanguardie artistiche, è stato un uomo lungimirante, ha affrontato questioni che ritroviamo anche oggi. Da tatuatore hai un rapporto più stretto con il cliente che si apre con te e riesci a scorgerne il vero volto. A volte per affrontare al meglio delle situazioni indossiamo delle maschere che ci consentono di andare avanti in un mondo difficile. Io mi sento abbastanza un’outsider, non ho dovuto spesso indossare maschere. Non è vero che i volti sono pochi ma ci vuole tempo per scorgerli. E’ il tempo…..che è proprio una maledizione.

 

I capelli lunghi sono una scelta estetica o da piccola e costringevano a tagliarli corti per praticità?

 

Una scelta estetica, da piccola li avevo corti poi lunghi poi li ho rasati…ora di nuovo lunghi, è sempre stata una scelta estetica, non ho mai avuto obblighi o inibizioni sono stata una bambina veramente fortunata.

 

Il tuo primo tattoo ?

 

Un puntino sul palmo un dolore atroce

 

Il primo che hai tatuato?

 

Una stellina sulla coscia, freehand, no pencil no stencil

 

Il tuo prossimo tattoo?

 

Troppe idee, non progetto mai nulla, vorrei chiudermi i polsi ci penso da tanto tempo una corona di spine e catena, un filler semplice per chiudere.

 

Il prossimo che tatuerai?

 

Uno scorpione su una pancia, non mi ricordo di preciso, ho l’agenda su google drive se vuoi posso guardare.

 

 

 


AMANDATOYLAND

Intervista a AMANDA TOY, tatuatrice e proprietaria del TOY PARLOUR

di Alessandra Giannini

Il tuo studio è una perfetta sintesi di arte e architettura d’interni, per questo lo abbiamo eletto uno dei “best tattoo shop” di Milano. Quanto rispecchia della tua personalità?

 

Alessandra, ti ringrazio molto per avere letto il mio studio uno dei più bel tattoo shop di Milano, quando quattro anni fa ho deciso di aprire lo studio a Milano mi sono subito innamorata della location, in particolar modo delle due vetrine grandi e della porta a botola. Non riuscivo a immaginare un mio studio a Milano perché non avevo ancora trovato un posto che veramente facesse sussultare il mio cuore e mi facesse innamorare, appena l’ho trovato ho subito voluto con lavorare con un mio amico, il designer Alessandro Spagliardi che ho conosciuto molti anni fa a Trieste e che oggi vive a Milano e l’ho chiamato per chiedergli una consulenza.

 

 

Ti sei avvalsa di un professionista per la progettazione: quanto la visione di un architetto è distante da quella di un tatuatore? Tu e Alessandro (progettista del Toy Palour, ndr) siete amici, di vecchia data o lo siete diventati durante la progettazione dello Shop?

 

Avevo in mente di farlo con le pareti bianche che fosse un luogo molto pulito e pieno di luce, questo sì tutto il resto è venuto piano piano compreso le pareti con le nicchie a forma di cuore per le quali mi sono illuminata una mattina in quanto volevo creare delle aperture nel cartongesso. Alessandro e’ stato molto bravo ci siamo trovati bene sia in fatto di gusto che di materiali e senza di lui sarebbe stato davvero un delirio perché si è occupato anche della parte burocratica ASL etc etc Per questo lo ringrazierò sempre ❤. Alla fine e’ nato il Toy tattoo Parlour che è una parte di me e quindi ovviamente ho scelto tutto in base alla mia essenza perché ho sempre pensato che luogo di lavoro deve rispecchiare se stessi È un luogo in cui io passo la maggior parte del mio tempo e quindi mi devo trovare in armonia al 100% sia nella location che con i miei collaboratori che scelgo in base a professionalità persona e che siano in armonia insieme. Da vera bilancia non posso pensare di essere un luogo dove non regni l’armonia,

 

Casa tua assomiglia al Toy Tattoo?

 

Ho creato il mio studio come se fosse la mia casa, in quanto come ti dicevo è il luogo in cui pass la maggior parte del tempo quindi ho voluto creare un ambiente confortevole che rispecchiasse la mia essenza, casa mia rispecchia la mia essenza n maniera diversa, per quanto riguarda gli oggetti che mi circondano a cui non saprei rinunciare posso dirti che ogni oggetto ha una sua storia e quindi non saprei scegliere, ci sono degli oggetti a cui tengo di più perché in rodine cronologico sono quelli che conservo da più anni e che rappresentano gli albori del mio lavoro, quando ho iniziato, oppure gli oggetti che ho ricevuto da amici in regalo.

 

Uno dei tuoi tattoo shop preferiti?

 

Uno degli shop che porto nel cuore e che mi piace moltissimo è l’everlasting di S.Francisco uno dei primi luoghi che riunito la sensazione di essere a casa con lo studio di tatuaggi quando ancora la maggior parte di studi erano luoghi molto freddi e asettici, ti parlo della metà degli anni 90. Anche il mio ex-studio l’original classic tattoo di Rudy Fritsch a Trieste dove sono stata per 13 anni lo porto nel cuore come luogo dove sono scresciuta, un posto che ho davvero amato e Rudy oltre ad essere stato mio compagno è stato anche il mio grande maestro.

 

Se dovessi scegliere un colore per una parete?

 

Siccome ho molti oggetti colorati non ho avuto nessun dubbio sul fatto di volerle bianche e molto luminose, se dovessi scegliere un colore sarebbe un ciclamino molto delicato da alternare con pareti bianche oppire un bianco glitterato, tutto “sbrillucicoso”, anzi ora che ci penso mi piacerebbe una parete bianca e “sbrillucicosa”, ho appena ridipinto lo studio dopo quattro anni quindi alla prossima imbiancatura glitter come se piovesse…una pioggia di glitter!

 

Il tuo stile è riconoscibile, un’icona, un brand, in quanto tempo hai sviluppato un linguaggio tanto personale?

 

Il mio stile è riconoscibile, è vero sia dal punto di vista tecnico che oggettivo, perché ho una visiona del tatuaggio molto grafica e pulita, per il resto penso che sia il fatto che ci metto la mia anima e la mia storia, quindi penso che ogni periodo che potrei suddividere per nome rappresenti il mio percorso da venti anni fa ad oggi, Ma il filo conduttore è uno solo. Per quanto riguarda il divenire un brand, pur essendo io anti-brand, lo prendo come un complimento, lo vedo come un impronta molto importante nel mondo globalizzato del tatuaggio contemporaneo.

 

Quando hai iniziato a tatuare? Il tatuatore è più un lavoro, una vocazione o una passione?

 

Ho iniziato a tatuare nel 1996. Dipende, come in tutti lavori, A che livello vuoi farlo, il tatuatore a 360 gradi penso sia una passione e quindi vocazione

 

I tuoi pezzi sono un’esplosione di colore. I colori che non mancano mai nei tuoi tappino? E nel tuo armadio? Di che colore ancora non hai tinto i tuoi capelli?

 

È vero, i miei prezzi sono molto colorati, non riuscirai a vederli in altro modo anche se a dir la verità mi piace molto eseguire il bianco è nero lo trovo molto rilassante , mentre invece il colore e’ più terapico ed energetico. Di solito senza farlo apposta mi fanno notare che i colori che uso e quindi i relativi tappini sono 7 … non necessariamente uso gli stessi colori .. e nemmeno li preparo prima li metto direttamente al momento scegliendoli per via energetica. Nel mio armadio faccio prima a dirti i colori che non ci sono cioè grigio e marroni o comunque colori scuri.

I capelli a parte il blu scuro,nero,viola scuro, verde scuro, grigio li ho avuti praticamente di quasi tutti i colori con preferenza per il rosa e per il turchese

 

 

Giocattoli bambole animaletti arcobaleni, quanto c’è della tua infanzia in questo universo colorato? Conservi ancora dei giocattoli di quando eri piccola? Il tuo gioco preferito? Ti senti più Iridella o Poochie?

 

Certamente conservo dei giocattoli di quando ero piccola! Un aneddoto molto importante: da piccola non sono mai riuscita a farmi comprare il peluche di Poochie e quest’anno mi è stato regalato da una mia cliente amica l’originale vintage, uno dei suoi giocattoli di infanzia che ora conservo molto orgogliosamente! In più devo tatuare colei che bambina faceva le pubblicità di poochie… non ci credo (ride), lei mi ha portato il giornalino con la sua foto e i suoi timbrini . Tra poochie e Iridella mi sento più Iridella ovviamente: rainbow bright e colori forever