Archives settembre 2018

Il corpo tempio

Costanza G Intervista di Alessandra Giannini Foto Michele Virgillo Quando hai deciso di fare la body-piercer? Già a fine liceo sapevo che volevo fare la body-piercer. Iniziai a bucarmi le orecchie in terza media. Le mie piccole fughe ai tempi in oreficeria, quando ancora il genitore non serviva, agli inizi del liceo già mi informavo sul body-piercing; i primi piercing con l’ago cannula. A sedici anni, il primo vero piercing alla lingua, dopo anni e anni di no al mio desiderio di volerne fare uno. Soffrivo un po’ la vita imposta, con l’ago ricevetti le mie prime forti sensazioni, legate al piacere, al dolore, all’alzarsi da terra, i primi voli. Ero entusiasta di poter dare anche agli altri le stesse sensazioni che ricevevo io. Iniziai a fare i primi piercing durante gli ultimi anni del liceo, conobbi i piercer che all’epoca lavoravano a Firenze, li andavo a trovare in studio. Alle porte della maturità, mentre tutti i miei coetanei sceglievano gli indirizzi dei prossimi studi, io sapevo già bene quello che volevo fare. Tanta pratica e un obiettivo, mettere soldi da parte e imparare ciò che sarebbe poi diventato il mio amato mestiere. Così feci, avevo diciassette anni. All’epoca non c’erano tutti questi corsi di tecnica di tatuaggio e tecnica di body-piercing che ci sono adesso, all’epoca dovevi fare tutto da solo e da una parte forse, ti dovevi sbattere di più. Iniziai a cercare materiale, iniziai a fare piercing agli amici, iniziai a girare le convention in Italia e proprio a Milano incontrai una persona, Giacomo Bianchi, che fu per me di grande aiuto per approfondire il mio percorso, e anche un nuovo grande amico su cui poter contare. Avevo ventitré anni. Giacomo lavorava già in uno studio di Firenze, mi prese a lavorare con sé: io imparai tutto ciò che dovevo imparare. Gli anni di lavoro accanto a lui furono pieni di studio, performances e spettacoli. Dopo di che, presi il volo da sola, iniziando a lavorare per vari studi di Firenze e dintorni. In un tuo ultimo post vediamo alcuni tuoi libri, non ho resistito e ho rubato alcune citazioni: (il corpo è) lo strumento di conoscenza ed esplorazione del mondo. Il più sincero e fedele forse. È attraverso il corpo che Frida racconta di sé e pure delle proprie emozioni. È attraverso il corpo che conosce ed esplora l’unico orizzonte che realmente le interessi, quello interiore. da Gli amori di Frida Kahlo, Valeria Arnaldo, Red Star Press Che rapporto hai con il tuo corpo? Amo molto il mio corpo, la sua evoluzione, come ha seguito il mio crescere con dedizione e fiducia. Mi sono sempre osservata molto; sentita, annusata, tagliata, non piaciuta, amata moltissimo. Sono sempre stata cicciottella in adolescenza. Forse era collegato al mio essere ancora chiusa, raccolta in me, col mio dolore da affrontare, vivere e digerire. Qualche anno fa ho avuto un problema di salute da risolvere, tutto ciò mi ha fatto crescere molto, è stata una lotta vinta e insieme al mio spirito è sbocciato anche il mio corpo. Sono dimagrita molto, è stato come un regalo. Mi sono osservata diversa e mi baciavo le braccia. Così noi donne, come fiori sbocciamo. Ho iniziato a ricevere proposte di lavori da fotografi e ho imparato che l’amore, prima di tutto, è bello ma soprattutto sano riceverlo da noi stesse. Amarsi sempre: la pelle, le ossa, la carne, gli acciacchi. Il corpo vs emozioni. Il piercing è una body-modification, qual è la tua filosofia a riguardo? Credo davvero che il nostro corpo sia un tempio. Ognuno di noi è libero di addobbarsi come preferisce, come meglio per esprimere se stesso, al fine di onorare le parti che amiamo. Credo che fin quando rispettiamo il nostro corpo, tutto appare bello anche a chi ci osserva. Il piercing è una piccola modificazione corporea, ma il campo può estendersi anche alla moderna chirurgia plastica, al cambio di sesso, a tante altre cose. Sono a favore fino a che il tutto venga fatto con la piena e reale percezione di sé. Il problema sorge quando le persone non si accettano, quando si addobbano per nascondere, o per seguire tendenze che non hanno niente a che fare con la loro persona. Ma chi siamo noi per giudicare i valori o i dolori altrui? Dovremmo tutti essere in piena sintonia col nostro corpo, valorizzarlo sempre, che sia con gioielli o con una taglia di seno in più; viva i templi e i giardini.   Tu sei già in paradiso, ti sei soltanto addormentato: hai unicamente bisogno di risvegliarti. da Il quarto elemento dell’amore, Osho, Feltrinelli Paradiso o inferno? Sogni o sei desta? Per arrivare al paradiso dall’inferno ci si deve passare, che lo si voglia o no. È così! È la vita, e probabilmente questo passaggio è anche alla base di tutto. Solo col dolore riusciamo a trasformarci, a evolverci e uscirne più forti di prima, con uno stato d’animo diverso, come quiete interna e conoscenza e accettazione di tutto ciò che siamo, siamo stati, saremo. Per mia fortuna, l’inferno l’ho vissuto dai tredici anni: un percorso imposto, non aver potuto avere la libertà di scegliere, un rapporto difficile con mio padre, il sentirmi invisibile e perennemente sbagliata, la droga presente – negli occhi degli amici, nei libri, malvagia e intrigante, vizio innalzante, ali di catene, miraggio illusorio, così magica nei film – il non riuscire a creare felicità da sola, ma sempre tramite qualcosa. Il mal di vivere. Ciò che non fa male a uno, fa male all’altro. Tutto ciò mi ha fatto crescere. Adesso vivo il mio paradiso, il bastarmi a me stessa, il mio mondo interno ha sovrastato l’esterno. Ha vinto l’arcobaleno che mi fa scivolare tutto di dosso. I sogni che hanno sempre fatto parte di me, e che un tempo mi facevano aprire a persone e situazioni negative, continuano a far parte di me anche adesso, che ho imparato a proteggermi come fossi una casa, un tempo senza finestre, adesso che ho bene in testa ciò chi sono, e cosa voglio. Sognare sì, ma con la testa sulle spalle. Sennò ci si perde nei sogni altrui. A differenza della lussuria, della superbia, della gola, l’invidia è forse l’unico vizio che non dà piacere. da I vizi capitali e i nuovi vizi, Umberto Galimberti, Feltrinelli Quale vizio capitale cancelleresti dall’elenco per potervi indulgere? Invidi o sei invidiata? Fortunatamente sono sempre stata una persona buona, e ho sempre lavorato sulla mia parte buona. Credo che tutti noi come esseri umani abbiamo la possibilità di scegliere in che modo lavorare, dove e come focalizzare la nostra energia. C’è chi lavora sulla propria parte buona, c’è chi lavora su quella meno buona. Spiritualità o razionalità dell’ego. L’invidia nasce nel momento in cui ci stacchiamo da noi stessi, e ci paragoniamo all’altro. È uno sminuirsi, un non sentirsi a pieno. Probabilmente nasce come debolezza e, da dove e come poniamo la nostra attenzione, si trasforma. Il mondo però purtroppo non è abitato da sola bontà, e la gente sì: è invidiosa. Davanti alla scelta di poter tutti collaborare, cooperare, imparare l’uno dall’altro, molto spesso ci troviamo davanti persone che fanno muro, che ti fanno notare tutto ciò che in te non va, che si approfittano del tuo essere buona. Questo un tempo mi faceva male, quel solito tempo in cui davo più importanza agli altri e meno a me. Adesso mi fa solo capire l’essenza della persona che ho davanti, e di certo, non mi spinge ad approfondire la relazione. Dobbiamo stare un po’ attenti con determinate persone. La vita è movimento ed energia, che trasmetti e ricevi. Le persone luminose sono belle perché riempiono gli spazi, questo può essere meraviglioso per chi emana la solita luce, deleterio per gli invidiosi. Invidiateci pure, peggio per voi. Per quanto mi riguarda, osservo il prossimo, mi piace la gente che ha proprio stile e personalità, da queste persone posso solo trarne vantaggio e piacere, e magari, prendere spunto, ma di certo non le invidio. Dall’elenco cancellerei senza dubbio la gola! Cosa c’è di meglio di una bella cena in ottima compagnia? Chi sono i tuoi modelli femminili? Sono cresciuta col movimento Riot grrrl. Bikini Kill, Babes in Toyland, Le Tigre, L7 (adoro!!!), ma come ho amato le Hole non ho mai amato nessuno di questi gruppi. Senza dubbio il mio modello femminile è sempre stata Courtney Love, il suo modo di porsi, di vestirsi, di gridare fan**** al mondo. Mi sono sempre molto ritrovata in lei, nei suoi testi, nel suo vivere i suoi vent’anni. Quando avevo diciassette anni suonavo la chitarra e con altre due amiche ci si rinchiudeva in sala prove e urlavamo. Mini gonne, calze rotte, piedi sugli amplificatori, rossetto rosso. Ho sempre amato molto la musica, mi ha sempre salvata, in qualche modo. Adesso non ho modelli femminili, se non il mio diventare donna, al meglio. Anzi, direi che il mio modello femminile sono tutte quelle donne indipendenti, libere, prive di invidia (appunto), piene di arte, di bellezza e personalità. Non c’è cosa più bella di trovare persone che abbiano idee proprie e progetti di cui parlare, in un mondo pieno di persone che si riempiono la bocca di cose, materialità, e affari che non riguardano la loro vita ma quella degli altri. La vera donna è una dea, tutto il resto è frivolezza superficiale. Se non fossi una piercer saresti? Già da qualche anno non sono solo una piercer. Mi piace fare tante cose, sono curiosa, non sopporto l’idea di dover fare un solo lavoro nella vita. Non credo al contratto indeterminato. Mi piace un percorso che abbia novità e dinamicità, e farò di tutto perché possa succedere ora e in futuro. Nel 2012 conobbi un uomo che aveva dei negozi qui a Firenze, iniziammo un rapporto sentimentale e così entrai a far parte del mondo dell’abbigliamento. Aprimmo insieme un negozio, Iron Fist, iniziai ad apprezzare quella scena che un tempo mi trasmetteva solo consumismo, ne conobbi la sfera artistica. Oltre il pronto moda che vive i nostri tempi, la moda è arte, espressione di sé, stile, unicità e carattere. E così qualche anno dopo iniziai a lavorare per Sisley, in cui lavoro tutt’ora adesso. Tramite il negozio (in via Roma a Firenze) ho fatto molte conoscenze, persone splendide, fotografi e, come si dice, da cosa nasce cosa. Ho iniziato a fare i miei primi shooting, inizialmente per gioco, poi per pubblicizzare t-shirt e abbigliamento di negozi vintage, infine sono stata scelta come modella per la creazione del catalogo Spitfire, un brand di abbigliamento italiano, e fu per me una giornata meravigliosa, oltre a essere il mio primo shooting importante. Modella, body-piercer, addetta vendite, mi piace tutto ciò che mi permette di esprimermi e stare a contatto con la gente. Hai dei bellissimi pezzi tatuati sul corpo, ci vuoi dare qualche nome di artista che ti ha tatuato? Il mio primissimo tattoo lo feci che avevo circa vent’anni, un piccolo funghetto dietro l’avanbraccio. Avevo da poco iniziato a fare i primi piercing agli amici, così, lo barattai per un piercing al frenulo. Lo feci a colui che sarebbe diventato poi un futuro collega, all’epoca anche lui alle prime armi con la macchinetta. Il tatuatore in questione, Beppe (aka Il Moio), proprietario adesso dello studio Black Circle Hellectric Tattooing di Figline Valdarno. A seguire, Alberto Ciarchi, Giacomo Bianchi, Il Moio, Samuele Briganti, Gianmauro Spanu, Annaluna Mavridis, proprietaria e tatuatrice dello studio Skins Street di Firenze, dove lavoro tutt’ora adesso come body-piercer. Se dovessi scappare dall’Italia dove andresti? Per adesso non ho l’urgenza di scappare, sto bene e vivo bene esattamente qui dove sono. Non viviamo il bel paese, e su questo ne sono d’accordo. Ma ho sempre sognato di vivermi il viaggio col mio compagno, quindi, quando arriverà l’amore, ci dirà lui dove andare, sicuramente sarà una terra col mare e con tanta natura. Se proprio dovessi scappare, allora scapperei lontano dal frastuono.


IO PER TE MUORO

INTERVISTA AD ALICE JUNO AIMARETTI

Intervista di Alessandra Giannini

Fotografie Liam Dotz

 

 

Juno sta per la regina dell’Olimpo o per un filtro di Instagram?

Juno sta per Giunone ed è stata una scelta di mia madre ventinove anni fa, Alice è stato aggiunto per il “santo” battesimo.

 

Tre artiste a cui ti ispiri?

Ci sono molte artiste che ammiro e seguo, in particolare modo Moira Ramone, Arianna Fusini, Iris Lys, Alice Totemica, Angelique Houtkamp, Amanda Toy e Morg Armeni.

 

Io per te muoro, tatuaggi umoristici: la lezione è prenderci meno sul serio?

Io per te muoro è nato con il mio trasferimento a Reggio Emilia, ho letto questa scritta su di un muro e ho fatto il flash, un tributo a questa città. Penso che a prendersi sempre troppo sul serio si finisca nel ridicolo, quindi anche nel tatuaggio può esserci umorismo e leggerezza.

 

Una scamorza appesa. Così ti definisci nei tuoi post su Instagram. Com’è nata la tua passione per i tessuti aerei?
Questo genere di discipline mi hanno sempre incuriosita, molte volte nei disegni riprendo il mondo circense. Da ottobre ho iniziato un corso di tessuti aerei qui a Reggio Emilia, anche se non credo di poter raggiungere livelli eccelsi lo faccio con passione e mi diverte molto. Fino a poco tempo prima tatuavo e basta, non avevo piaceri al di fuori dei tatuaggi e quello che li circonda, ora ho questo ed è bello dedicarsi anche ad altro.

 

Sei molto sportiva: tra aerei snowboard quali altri sport pratichi?

In realtà ho tirato fuori tutta questa sportività negli ultimi anni, anzi in adolescenza potevo benissimo essere la testimonial dell’anti-sport. Vado in palestra, faccio tessuti e con la neve batto le piste con le chiappe, mi diverte molto ma anche nello snowboard non sono una cima. Va bene che il mio “moroso” ha molta pazienza e la prende con filosofia.

 

Come sei diventata tatuatrice?

Amavo i tatuaggi fin da piccola, i miei genitori erano tatuati, così ho iniziato a tatuarmi molto presto. Il passo è stato breve ma complesso, ho comprato un kit per tatuare e ho iniziato a usare amici e parenti come cavie, così è iniziato questo cammino nel mondo dei tatuaggi.

 

Chi sono i tuoi referenti nell’ambito del tatuaggio?

Sicuramente Francesco Garbuggino, amo molto i suoi lavori, li trovo geniali come soggetti e tecnicamente solidi, uno schiaffo! Seguo anche Matthew Houston, Bobeus, Caio Piñeiro, Almagro, Dani Queipo, Jelle Soos e molti altri.

 

Hai partecipato alla nostra mostra collettiva Tarot con la carta del Giudizio. Se la carta parlasse per Jodorowsky direbbe: «Io so. Ho visto il Creatore. E allora lo annuncio, semplicemente. Trasporto il richiamo irresistibile della Coscienza. Sono il risveglio, il miracolo che si compie all’interno del tuo essere». Cosa ti ha fatto scegliere questo Arcano?

Credo sia stata la carta ad avere scelto me e non il contrario. Sono stata felice di aver fatto Il Giudizio, conoscendo meglio la sua bellezza. L’ho reinterpretata in chiave più alchemica, dando una visione di trasmutazione dell’essere umano.

 

Quando hai fatto il tuo primo tatuaggio (su te stessa)?

Mi sono fatta tatuare per la prima volta a tredici anni, un tribale sulla spalla (coperto pochi anni fa). Invece il primo auto-tatuaggio l’ho fatto nella gamba ed è un pinguino reso come una matrioska. Era un soggetto che volevo fin da bambina, da quando accompagnavo mia madre negli studi di tatuaggi, così anni dopo ho realizzato quel sogno.

 

I colori che non mancano mai nei tuoi tappini?

Il rosso sicuramente e il giallo.

 

Rotativa o bobina?

Rotativa, mi trovo molto bene.

 

Se non fossi una tatuatrice saresti?

Bella domanda!!! Realisticamente avrei continuato a lavorare come grafica. Mi piaceva come lavoro, ma lo stare attaccata tutto il giorno a una scrivania con il computer non era proprio da me.

 

Un sogno nel cassetto?

Mmm… Ci ho dovuto pensare un attimo. Sicuramente raggiungere delle soddisfazioni a livello lavorativo, arrivare a fare convention mondiali con artisti che stimo. Poi andare a fare una vacanza in quei posti da cartolina con le palafitte sul mare, quest’anno ci siamo quasi andati vicini, quindi la considero quasi una vittoria.
Grazie mille per questa possibilità di raccontami e far conoscere i miei lavori. Tarot è stato un bellissimo progetto che ho fatto con molto interesse.

 

 

 

 

 


FACCIAMO UN GIOCO

ROSE and NOIR

Daniela Sagliaschi Noir en Rose muore e rimuore: è una maestra del suicidio drammatico e a resuscitare per gli applausi, del femminicidio e della rivincita miracolosa della resurrezione.
Muore come una Santa o come una dalia nera, s’imortala per la cronaca e poi si strina i vestiti dal fogliame, si dà una struccatina e si confonde tra noi viventi tour court.

Si lascia intenerire dal candido gatto certosino, dal verde tenero di una talea innestata con cura, dai colori allegri di “tutti frutti”… Finché è di nuovo noir désir.

Più morta vivente o più rediviva?

Ne’ l’uno ne’ l’altro…Solo mi piace non prendere nulla sul serio. Anche le foto. Odio i poser o i ‘selfisti’. Quindi questo e’ in fondo il mio modo per ritrarre attimi e luoghi, ma scherzandoci sopra.

Il mondo dei vivi sappiamo che è bello perché è vario: quello dei morti?
Purtroppo non sono ancora in grado di dire che questo mondo e’ bello. Confido nell’aldila’.

Inscenare suicidi e assassini ti diverte in modo macabro- naïf o ha un potenziale catartico vero e proprio?
Eh si. Mi diverte molto e nessuno di solito lo fa. Mi hanno definita una dark pop amelie. Che vive cioè in un mondo tutto suo, fatto di favole, ma anche favole noir… Tra tim walker e tim burton

Lo consigli come alternativa al teatro? E alla psicoterapia?

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LOVE IS A DOG

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Intervista a LINDA IACONO

Di Alessandra Giannini

Foto di IVAN LATTUADA

Tatuatrice da Trafficanti D’arte

 

Love Is a Dog from Hell per Charles Bukowski mentre per il Linda Love Is a Dog. E’ infatti e quella forma di amore puro e perfetta sintonia che la lega ai suoi amici a quattro. Linda ci accoglie a casa sua insieme a Hydra e Shark, lei che inizialmente spaventata perché sorda si rintana un po’ mentre lui fa gli onori di casa. Scattiamo le foto sul lettone dove i cani si mettono subito a proprio agio rendendo evidente il rapporto di reciproco affetto e fiducia che li lega a Linda. Un legame fatto di poche parole, di gesti e di intimità. Linda all’intervista risponde andando subito al dunque senza divagare, con risposte asciutte ma piene di sentimento sostenute altresì da uno sguardo ammaliante e profondo che ci rimanda alla sua grande affinità con il regno animale.

 

Sei una paladina degli animali cosa ti dà la forza di portare avanti le tue battaglie animaliste ?

 

La risposta che mi viene in mente è sicuramente l’amore per degli esseri cosi puri. Più che una passione è proprio un attaccamento al vero nel senso che fin da quando sono piccola ho sempre avuto un forte legame con gli animali così come con le persone più deboli, tutti quei casi che avevano bisogno e necessità di “aiuto” (tra virgolette)… e quindi ho deciso di intraprendere questa strada.

 

Il tuo primo animale?

 

E’ stato un gatto persiano è che è venuto a mancare quando io avevo 19 anni e lui 24, io quindi sono nata quando lui era già bello grandino, vivevamo in simbiosi. Nella mia vita c’è stato da subito un attaccamento molto forte quasi morboso per gli animali, per prima cosa da parte loro nei miei confronti ed io automaticamente ho ricambiato.

 

Il tuo primo tattoo?

 

E’ stato abbastanza una cavolata, l’iniziale del mio fidanzatino quando avevo quattordici anni, non capivo assolutamente nulla di tatuaggi e infatti non esiste più …

 

Lavori da trafficante d’arte uno studio conosciuto a livello internazionale come ti fa sentire essere parte di una “family” tanto famosa?

 

Più che parte di essere parte di una famiglia famosa mi fa sentire parte di una famiglia, che sia famosa o meno, ha i suoi vantaggi cosi come io ho i miei. Io do a loro e loro danno a me come in una vera famiglia.

 

Ti fermano per strada e ti dicono….


PERLE E PORCI

Nataša, completamente nuda, con i capelli scarmigliati che le si agitavano intorno alla testa, volava a cavallo di un grosso verro” Il maestro e Margherita di Michail Bulgakov

 

 

Intervista a Greta Pisotti, la Tatooeria, di Alessandra Giannini e Olga Oerre Orlandi

 

Una friandises: ecco cos’è Greta. Uno di quei deliziosi capolavori della pasticceria mignon, incantevoli e squisiti. I suoi porcellini adorati ti fanno definitivamente innamorare del suo mondo favoloso. Come fa a non essere stucchevole? No lei non lo è affatto! Infatti non manca un profumato caffè amaro che rimette a posto i sensi inzuccherati: per non far indigestione di ATP e per farsi strada tra le insidie del tatuaggio con caparbietà e successo ci vuole comunque un “aroma robusto” e molta verve!

 

Essere Tatuatrice oggi non è più anticonformista. E preferire maiali ai chiuaua? 

 

Non mi piacciono mai le cose scontate, loro li ho sempre desiderati, sono dolci e cicciottini, avevo preso anche un chiuaua, l’ho tenuto qui in studio ma si picchiava con il gatto. Io non sono da cani perché sono disorganizzata, il cane è delicato mentre loro mangiano tutto quello che mangio io, se faccio la pasta la faccio anche per loro. Sono molto simili a me, sono allegri e casinisti. Il cane ti ama indipendentemente da tutto e questo mi mette ansia (anche nelle persone), il maiale no, io ci ho messo un mese prima di prenderlo in braccio e ho capito di essermelo meritata. La femmina la porto fuori e mi chiedono se è un porcellino d’india. Domande classiche: “Dove fanno i bisogni” , Loro hanno la lettiera per i gatti. Oppure “ sono come un cane?” No, se no avrei preso un cane. Loro a differenza dei cani e dei gatti hanno un modo di comunicare più simile al nostro, hanno un linguaggio verbale, fatto di tantissimi suoni. Dormono con noi sono molto puliti, io li lavo una volta alla settimana, molto più di parecchie persone.

 

Fattoria di Orwell o Tre piccoli porcellini?

 

La prima, Lorenzo di Bonaventura un tatuatore mi disse “l’occasione fece l’uomo ladro” ed io concordo penso che tutti anche quelli che come me sono di indole buona se avessero l’occasione di comandare cambierebbero.

 

Cosa ne pensi dell’artista che tatua maiali vivi?

 

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LE EVASIONI

Si veste sempre molto elegante, impeccabile in ogni suo capo di abbigliamento, è un uomo veramente gentile e educato. Intervisto Alex nel mio studio di tatuaggi
durante una seduta. I miei clienti mi raccontano volentieri delle loro vite durante il tatuaggio e Alex è mio assiduo cliente da oltre un anno. Stiamo terminando il lavoro su un pezzo che gli impegna tutta la schiena. Il soggetto è la famosa e spietata coppia di fuorilegge, negli stati uniti rurali degli
anni ’30: Bonnie e Clyde. In vista degli articoli sul rapporto tra tatuaggio e carcere intervisto Alex sul suo tatuaggio, sul signifi cato e sulla provenienza. Ne nasce un racconto spontaneo, sotto gli aghi, che parla della vita fuorilegge di padre di prigione e di tatuaggi…

Alex come mai hai deciso di farti dietro la schiena Bonnie e Clyde?
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PORN IS MORE HONEST THAN RELIGION

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Catturata dalla magia dell’aqua Silvia Pannella ritrae persongaggi tatuati nella vasca da bagno. La vasca rappresenta il luogo dell’intimità, un radicale mettersi
a nudo che scopre senza veli e inibilizioni l’essenza più vera e profonda del sè. Il corpo tatuato si racconta attraverso segni e colori cosi come lo sguardo e la gestualità dei protagonsti del racconto fotografico di Silvia. Scatta con spontaneità e sensibilità, facendo emergere la bellezza e l’intimità delle persone messe a nudo nella loro essenza più vera. Il tatuaggio esaltato dall’acqua sembra galleggiare, come se affiorasse dalla pelle e dall’acqua per raccontarci una storia, uno scorcio di vissuto. In ogni scatto una posa, una sensazione, un’emozione fugace quasi rubata e sottratta dalla più profonda intimità. Lo sguardo di una donna coraggiosa
che non ha paura dell’onestà del desiderio e crede nel lieto fine….che poi altro non è che “il piacere finale”.
La tua immagine del profilo di Facebook cita: Porn is more honest than religion. Carmelo Bene ha detto:
“il porno si instaura dopo la morte del desiderio […]. Quando tu fai qualcosa al di là della voglia, la voglia
della voglia, questo è il porno.”. Tu che hai da dire sul porno? E sull’eros?

GIULIA

 

 


Stigmăta italiana

Luisa Gnecchi Ruscone

Foto Ivan Lattuada

 Intervista di Alessandra Giannini

 

Dopo la mostra STIGMĂTA – La tradizione del tatuaggio in Italia,tenutasi al Museo medievale di Bologna e l’uscita del libro TATTOO. La storia e le origini in Italiami reco a trovare la storica di tatuaggio Luisa Gnecchi Ruscone.

L’incontro si svolge nello studio-museo Queequeg alle porte di Brera.

Entro da un angusto passaggio per trovarmi in un cortile vecchia Milano e infine nella piccola sala d’attesa del Queequeg. Mi colpisce la moltitudine di disegni, cataloghi e oggetti che ricoprono soffitti e pareti, lo studio è un museo, pieno zeppo di strumenti da tatuaggio antichi, oggetti ritrovati e curiosità. Luisa Gnecchi Ruscone è moglie del maestro Gianmaurizio Fercioni e con lui lavora insieme anche a loro figlia Olivia. Luisa è una studiosa di tatuaggio con al suo attivo molte ricerche, libri e articoli.  Attraversando la sala da tatuaggio mi accompagna in un cortiletto dove le faccio alcune domande. Il libro racconta delle origini del tatuaggio fin dalle sue antichissime origini, con rimandi alla Bibbia, e a Ötzi, la mummia del Similaun. Molto curiosi i riferimenti al Cristo della domenica, figura iconografica medievale che rappresentava Cristo trafitto da più oggetti possibile. Gli oggetti in questione sono comuni strumenti da lavoro, scalpelli, zappe, coltelli, seghe, fusi per la filatura. In questo modo si ricordava ai fedeli che la domenica è un giorno da dedicare a Dio e non al lavoro. Altro scorcio affasciante approfondito nel libro è quello del tatuaggio lauretano. Stampini raffiguranti immagini sacre che venivano tatuati on the roadai fedeli in pellegrinaggio. Infine non poteva mancare Cesare Lombroso e i suoi studi sul tatuaggio criminale. Sbalordita dalle curiosità che mi attorniano nel museo, ne approfitto per fare a Luisa qualche domanda personale e per approfondire qualche aspetto del libro.

Come nasce la tua passione per i tatuaggi?

La mia passione nasce quando incontro mio marito.

Io non avevo tatuaggi e lui era pieno e gli dico: “ti fai del male a fare per sgorbiarti la pelle” poi ho capito che invece non c’entra niente il dolore e che la dimensione non è quella. È nata quando Tommaso Mursia che era un nostro cliente ha chiesto a Gianmaurizio di scrivere un libro sulla storia del tatuaggio e lui mi ha detto: “io non ho tempo, fallo tu”. Cosi in un anno mi sono fatta la mia bella ricerca e da lì è iniziata la mia storia degli articoli per quella che allora si chiamava Tattoo Revue e poi è diventata Tattoo Life.

 

Sei tatuata?

Continuo a non essere tatuata. Non ho mai avuto voglia. Ogni tanto mi vengono delle idee bizzarre ma alla fine non lo faccio mai. Ci ho messo cinque anni a bucarmi un orecchio. Mi sembrava un gesto irreversibile. Ma la storia del tatuaggio mi appassiona molto.

 

Compagna nella vita e nel lavoro del maestro Gianmaurizio Fercioni, non ti è mai venuta voglia di tatuare? Lo hai fatto?

No. Non avendone io, non mi sembrava corretto. Ho tatuato solo Gianmaurizio. Dice che faccio un male cane, lui mi dice “calca, calca” e io calco e in effetti basta una passata sola e i mei rimangono.

 

Nell’incipit del tuo ultimo libroTATTOO. La storia e le origini in Italiaattribuisci l’uso di dipingersi il corpo all’angelo Aslèel che insegnò alle donne i segreti della preparazione dell’antimonio, un pigmento usato per abbellire il corpo. Il tatuaggio nasce dunque come pratica estetica al pari del trucco?

Non sono io che lo attribuisco ad Aslèel, io cito la Bibbia. Il tatuaggio è esistito in tutti e cinque i continenti fin da epoche antichissime.

Ci sono alcuni antropologi che sostengono che venga prima dei graffiti, altri subito dopo, più o meno è contemporaneo. Ha avuto diverse funzioni a seconda del luogo e dell’epoca. Le ragioni per cui la gente si tatuava, era per primo un messaggio sociale.  Ci si tatuava qualcosa perché si capisse qualcosa si sé. Il primo messaggio è di posizione sociale. Di solito erano tatuate le persone importanti: re, principi. Per ragioni militari, ci si scriveva a che esercito si appartenesse per essere riconosciuti in caso di morte. Per amore, per bellezza, come marchio di infamia. Una punizione che consisteva nel dolore del tatuaggio inflitto forzatamente che nel permanere, di solito in faccia o parti visibili del corpo per segnalare il crimine che avevi commesso. Questo è durato fino all’abolizione della schiavitù in tutti i paesi: America, Gran Bretagna e Cina. Noi conosciamo quello di Angelica alla corte dei re. Ultima forma è quella magica e terapeutica, spesso la stessa cosa in società tribali, fatto in zone non visibili. Come nel caso della mummia di Ötzi che ha tatuaggi sulle caviglie e sulla schiena. I tatuaggi costituivano un messaggio sociale e anche estetico.


Anita Inverarity

Andare sulle montagne per essere più vicini al divino

Intervista di Rossana Calbi e Costanza Tagliaferri

C’era una volta, in una lontana contea vicino alle correnti fredde del mare, Anita, che si era rifugiata lì per raccontare sulla carta le sue favole antiche.

In una casa persa nel nord-est della Scozia, nella contea di Peterculter, Anita Inverarity fa perdere le sue fanciulle nei boschi. Dopo aver studiato grafica negli anni Ottanta, Anita non intreccia i capelli con le foglie nel vento freddo del mare del Nord fino al 2011, quando si rifugia in un luogo che possa accogliere il suo ritorno al passato e aprire le porte ai sogni di altri visionari. Una casa che diventa un rifugio per la sua arte e quella degli artisti che raccontano luoghi persi come quelli in cui vive Anita Inverarity, di ritorno ad agosto con una partecipazione ad una mostra in Italia.

Descrivi il tuo viaggio artistico come un “ritorno a casa” dopo diverse carriere. Ci puoi raccontare che cosa ti ha fatto tornare all’arte?

Sono tornata a fare arte dopo una lunga malattia e il bisogno di lavorare vicino a casa. In questo senso è stato un viaggio sia curativo sia di adattamento e necessità.

L’Italia è un paese che più volte ha accolto le tue mostre, a quali progetti hai partecipato?

Sono felicissima di tornare a lavorare in Italia con questo team. La mia ultima esposizione è stata nel 2015 per la mostra Like a Virgincon Sacripante Gallery di Roma.

Come senti rilevanti i temi della mostraLost People, cheverrà presentata ad agosto in occasione del Beu-Beu Art Festival?

Ho interpretato il tema di Lost Peoplepiù con un’idea di contemplazione, come se la ricerca verso noi stessi passasse attraverso la solitudine e la meditazione. L’idea di andare sulle montagne per essere più vicini al divino e superare la divisione che sentiamo tra l’universo e la nostra identità.

 

Quali gli artisti italiani contemporanei che più apprezzi?

Al momento sono colpita dal Pop Surrealism e l’arte illustrativa che viene dall’Italia. Tra le mie artiste preferite ci sono Silvia Pavarini, Simona Candini e Carla Secco.


Rems for president

Intervista di Alessandra Giannini

Rems: cosa rappresenta questo soprannome o acronimo?

Il mio soprannome deriva dalla tag che usavo quando facevo graffiti, ho iniziato ad appassionarmi di writing quando avevo 12 anni, all’epoca con qualche amico giravamo per Milano e hinterland e iniziavamo a far conoscere le nostre tag, col passare del tempo tutti hanno iniziato a chiamarmi Rems e quando sono approdato nel mondo del tatuaggio è stato spontaneo continuare ad usare questo nome.

Quando hai deciso di iniziare a tatuare?

Il periodo nel quale ho iniziato seriamente a pensare a fare del tatuaggio la mia vita è stato negli anni della scuola superiore. Durante quel periodo continuavo a crescere come writer e disegnavo moltissimo, contemporaneamente si iniziavano a vedere i primi tatuaggi tra amici e compagni di scuola ed a questo punto che iniziò tutto: capitava sempre più frequentemente che ricevessi richieste di disegni personalizzati da portare poi ai tatuatori, quando vedevo gli amici che tornavano con i miei disegni sulla loro pelle ho capito quale fosse la mia strada.

Hai iniziato molto giovane già con le idee chiare e in poco tempo sei riuscito a emergere in un ambiente complicato, che consigli daresti a futuri giovani apprendisti?

Ciò che consiglio è un percorso opposto a quello che ho fatto io da autodidatta, col senno di poi ho imparato il valore dell’apprendistato che in apparenza sembra scontato ma non è mai banale: sperimentare, ricreare e fare un percorso di crescita all’interno di uno studio valido dentro al quale si possano migliorare le proprie abilità, imparare i trucchi del mestiere e sviluppare uno stile ed un’identità propria.

 

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Lucille Ninivaggi

Intervista di Alessandra Giannini

Fotografie di Veronica Nina Zanusso

 

Ho frequentato solo il liceo artistico, non ho potuto permettermi di studiare altro, non volevo pesare economicamente su mia madre e sono sempre stata molto attiva e ho iniziato subito a lavorare per essere indipendente, ho iniziato con il fare la commessa, poi la babysitter e ho fatto un sacco di altri lavoretti fino a che una mia carissima amica mi ha fatto entrare in un ufficio stile cosa che dieci anni fa non era facile, serviva una formazione specifica e invece io entrai in punta di piedi, ho iniziato facendo le fotocopie e presto fui il tutto fare dello studio. Mi sono comprata il computer da sola, e da autodidatta studiato computer grafica. Il tatuaggio è sempre stato un sogno nel cassetto, mi sono sempre tatuata legando ogni mio tatuaggio a un ricordo spesso sofferente tanto che ho iniziato ad un certo punto a stravolgere questa cosa e a farmi tatuaggi felici.

 

 

 

 

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M_ORGANIC HEART

Intervista a Morg Armeni

di Alessanra Giannini

foto di Michele Virgillo

Morg sembra uscita da uno dei suoi quadri, eroina forte dagli occhi intensi e sognanti, assoluta protagonista di storie d’amore, dolore peccato e redenzione. Tatuatrice e pittrice, Morg ci racconta un universo surreale e visionario in cui una donna mistica è protagonista. Attraverso il suo sguardo la realtà si trasfigura e appare come un paesaggio allegorico ricco di simboli e significati. Lei, raccontandosi con un’introspezione autobiografica, ci mostra le sue fonti di ispirazione: la natura, la donna, l’antico. Nei dipinti, come nei tatuaggi, troviamo numerosi riferimenti alla storia dell’arte, come la passione per le incisioni antiche. I tatuaggi, come i dipinti a olio, sono realizzati con attenzione maniacale ai dettagli, con riferimenti come Bruegel, Bosch e Fouquet. Per Morg l’equilibro è armonia e redenzione, la donna dal cuore (m)organico si trova sospesa tra natura e artificio.
L’abbiamo chiamata per interpretare la nostra copertina mostrandosi come donna e come artista, rendendosi protagonista delle sue opere, raccontandoci in modo sublime attraverso una sé immersa nel suo universo onirico, la sintesi perfetta tra natura e artificio, filo conduttore di tutto il nostro numero.

Morg inizia a tatuare molto presto: nel 2000 e viaggia moltissimo, Roma, Genova, Firenze, Parigi, Amsterdam; nel 2005 apre il suo studio di tatuaggi a Genova, il Morganic Heart Tattoo, partecipa a tattoo conventions e mostre d’arte in Italia e all’estero, collabora a Milano con Oink Farm dove riesco finalmente a fermarla per qualche secondo chiedendole di raccontarsi.

 

Morg Armeni, partiamo dal tuo nome, gli artisti spesso si danno un nome d’arte: il tuo è reale o immaginato ?

Armeni è il mio cognome reale, mentre Morg l’ho cambiato io all’anagrafe anni fa perché mi avevano dato un nome comune da femmina (che non vi posso svelare) ma non mi è mai piaciuto. Già dagli anni ‘90 mi firmavo Morg, poi le persone non mi davano credito e nel ‘98 ho pensato di cambiarlo ufficialmente e ho affrontato tutte le trafile e alla fine il mio nome d’arte è diventato un nome reale.

 

Hai frequentato l’Accademia ligustica di belle arti a Genova, troviamo frequenti riferimenti alla pittura fiamminga, a paesaggi e simboli di Bosh, anche un omaggio al Bronzino, nello specifico all’Allegoria del trionfo di Venere, quanto di accademico c’è nel tuo lavoro di pittrice e tatuatrice?

La base del disegno è quella, in pittura a livello di composizione e anatomia il mio fare deriva da quello che ho studiato, anche se mi è sempre venuta molto naturale la composizione anatomica anche da prima di studiare, mi è sempre venuto istintivo disegnare visi e corpi di donna. Per quanto riguarda il tatuaggio, specialmente nei primi anni, ho cercato di dimenticare le regole accademiche di composizione chiaroscuro perché volevo capire bene l’old school e se avessi usato troppo le regole sarebbe diventato un neo traditional. Adesso ho maggiore libertà espressiva e sto mischiando un po’diversi stili e sto rompendo le regole a seconda di quello che mi interessa.

Vi siete appassionati alla lettura? Per leggere il testo completo dell’intervista è possibile comprare la rivista qui:

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grazie!


Pax Paloscia _ La mia Alice desidera perdersi

Fotografa, street artist, sempre in movimento tra Roma, Milano e New York, Pax Paloscia è un’artista eclettica. Rossana Calbi ci ha chiacchierato per noi e la sua intervista completa uscirà il prossimo numero

 

Intervista di Rossana Calbi

Colore steso che diventa il negativo di uno scatto fotografico, la vita cercata per le strade ritorna sulle strade ma in una chiave diversa, indurita nel tratto ma con colori pastello: la vita ritorna dove è stata rubata. Pax Paloscia semplicemente ne sottolinea i tratti, ne evidenzia la concordanza anche utilizzando elementi discordanti, se c’è una costante nelle opere dell’artista romana è proprio quell’armonia vitale che conserva sempre, che ruba dai passanti, ma anche dai suoi modelli e che restituisce sui muri.
Divisa tra Roma e New York, tra le gallerie, la sua ultima mostra personale, Alice Down to the Rabbit Hole, nell’aprile del 2017 da Rosso20sette nella Capitale, e nel 2016 è una delle protagoniste di Scope Art Fair a New York, Pax Paloscia ha un dono molto semplice: la capacità di osservare. Sembra semplice osservare, ma non si riesce a vedere, e neanche semplicemente a guardare. Presi dalle nostre nevrosi non riusciamo a uscire dalla nostra testa ed ecco che ci serve qualcuno che ci fermi in questo turbinio costante e perenne. Pax si incanta sempre e si incastra non in dettagli ma sui soggetti, sulla vita e le sue trasformazioni, sul suo divenire; questi sono i temi di un’artista che si muove con diversi supporti: tela, carta, cartapesta, video, che non desidera fermare né chi osserva né se stessa, ma che descrive un frame di quello che ci stiamo perdendo nel nostro incedere.


TATUAMI

Gabriele Donnini

Palloncini, uncini e shibari

 

Milano Tattoo Convention 2018

 

 

Ed eccoci arrivati alla Tatuami 2018. Gradita sorpresa a San Donato, sede della convention, troviamo il mercato dell’antiquariato, e prima di avventurarci tra gli stand ronzanti, facciamo un giro per bancarelle trovando pezzi stupendi a prezzi abbordabili, ho comprato due cuori sacri, una vetrinetta antica e qualche piccola cornice in ottone per i miei quadri. Il mio compagno invece compra pezzi elettronici e meccanici di cui, data la mia ignoranza, mi è incomprensibile ogni utilizzo ma sono sicura essere pezzi di grande valore.

Entriamo già felici del nostro shopping e subito notiamo che la temperatura è di gran lunga più accettabile di quella dello scorso anno, l’aver di poco anticipato la convention è stata una mossa strategica. Siamo dentro. Ci accoglie il piccolo spazio espositivo con la mostra di P’Ink e le tavole da surf a tema sirena, Mermaids curato da Il Tatuaggio. Purtroppo la mostra è un antipasto veloce e si passa subito alla portata principale. Lo spazio ospita circa centoventi postazioni, tra artisti ed espositori. Gli artisti sono la maggior parte, anche se in pole position di entrata troviamo l’immancabile bancone di El Rana dove comprerei sempre tutto ricoprendomi come una Madonna ingioiellata, ma grazie al precedente acquisto di antichità riesco a trattenermi. Subito cerco Sivia Pannella che mi ha detto sarebbe salita a Milano e la conosco personalmente! Grazie al lavoro sul vostro e nostro magazine, mi capita spesso di stringere amicizie virtuali dove ci si sente, ci si scrive ma non ci si conosce realmente. Dunque quando capita è sempre un’occasione memorabile. Con Silvia parliamo dei prossimi articoli e di chi intervistare a mollo nella vasca da bagno. Poi si gira all’impazzata tra i banchetti. La musica un po’ troppo alta della performance stordisce un po’ ma girando tra i banchi veniamo via via attirati dai lavori degli artisti. All’ingresso sono anche stupita dal fenomeno palloncino-unicorno. Fai una foto con il palloncino ti tagghi e hai uno sconto, mi spiegano che funziona così e funziona alla grande vista la coda di ragazze con palloncini di fronte allo stand. Di fronte il banco fornitissimo di Sunskin, a fine corsia, lo stand di Roots tutto al femminile, che apprezzo oltremodo, essendo io sempre molto di parte rispetto al lavoro che unisce la creatività e la forza femminile: il trio di Lucille Niniviaggi, Lucrezia Urtis e Anna Twiggy chiude in bellezza il primo corridoio. E poi il palco dove si alternano gli appesi, gli intramontabili mutoidi appesi con sospensioni, e poi c’è Kirigami ha una maschera e la sua “vittima”, lei è vestita alla marinara con dei lunghi capelli rossi, è appesa con corde, è lo shibari; insomma la sospensione cucinata in modi diversi. In una nuvola di unicorni e colori si distingue Amanda Toy. Quindi mi soffermo poi anche sull’imponente monolite banco di Puro con tanto di schermo al plasma e a salutare Bombay Foor. Trovo anche il banchetto Uroboro con Cecilia De Laurentiis. C’è la claque Galdo e l’immancabile Stizzo. Cito solo alcuni ma sicuramente tanti bravi artisti che ho intervistato e che vi devo ancora presentare. Un giro sicuramente interessante e ricco di spunti, un punto forte della convention è sicuramente quello di non essere troppo estesa e di riunire molti artisti italiani, tra cui tanti milanesi di indiscussa bravura. Forse un tocco esotico non guasterebbe ma visto che siamo per il made in Italy direi che va bene anche così.

 


Intervista a Maud Wagner

Intervista a Maud Wagner

 

di Olga orlandi,

 

Illustrazione di Pimienta Negra

 

 

 

LA PRIMA A TATUARSI, LA PRIMA A TATUARE E TUTTO IL RESTO È UN CLICHÉ

 

Nata nell’ultimo ventennio del settecento, prima artista circense poi performer: la prima donna a tatuarsi e tatuare. Maud Wagner passa al secolo come la trasgressione personificata, e invece racconta di quel che ha ancor più sottopelle e si scopre tutto il corredo bon ton. Infondo non c’è contraddizione: old school al cento per cento.

 

OERRE — Che sfiga però: manco una foto a colori!

EMME VUDOPPIA — Ti dirò… io non sono scontenta. Lo chiamo l’effetto Partenone, che tutti dicono — pensa che prima di essere immacolato era fantasticamente dipinto. E così s’immaginano anche di meglio che quello che ero.

 

OERRE — Circense e primato dei tatuaggi: che godere nell’essere un fenomeno da baraccone?

EMME VUDOPPIA — Da quando ci diamo del tu?

 

OERRE — Hai impedito a tua figlia Lotteva di tatuarsi prima che fossi morta! Dai, non servono Freud o la Montessori per presagire che il giorno dopo i funerali si sarebbe devastata d’inchiostro senza soluzione di continuità! E poi che ipocrita!

EMME VUDOPPIA— Il discorso di Freud vale anche al contrario: di cosa ti sorprendi? Le ho dato tempo per pensarci bene e insieme non ho subito l’umiliazione che mi sorpassasse in trasgressione. Mai sentito una madre dire — ho freddo mettiti il golf, ho caldo levati la felpa? Ancora più eclatante — io t’ho fatta, io ti distruggo. Altro che ipocrisia: sono uno stereotipo.

 

OERRE — E i tuoi cosa ti hanno fatto di così terribile per avere uno strazio di figlia così?

EMME VUDOPPIA — Ma loro sono morti all’oscuro di tutto: li visitavo con certi pastrani vittoriani mortificanti… Figurati che mi sono sentita dire da mia madre che esageravo in sobrietà! Di certo non sospetti che la Levi Montalcini stava così accollata perché sotto era vulcanizzata dai marchi a fuoco, che Piero Angela non va mai al mare perché ha sei capezzoli e che Augias ha l’abbozzo di un gemello mai sviluppato che gli si affaccia all’altezza dei reni.

 

OERRE — Che voglia l’hand poked

EMME VUDOPPIA — Ammetto che è doloroso da subire e faticoso da eseguire, ma non ho avuto cuore di dissuadere Gus: sotto quei baffoni aveva la lacrima facile. D’altronde poteva andarmi peggio: Napoleone scriveva alla moglie — sono di ritorno dalla guerra tra qualche settimana, comincia a non lavarti.

 

OERRE – Fammi capire… border line e patriota?!

EMME VUDOPPIA — Certamente: il massimo della trasgressione! D’altronde io son tutta una contraddizione, figurati che svengo se mi taglio con la carta.

 

OERRE — Cosa t’ispira della modernità?

EMME VUDOPPIA – La spesa on line, i cerotti per la cervicale, l’app del contapassi per dimagrire.


Architattoo

L’architettura del tatuaggio

 

di Alessandra Giannini, Alelove

 

 

L’Architetto d’oggi, l’Architetto universitario, impari da tutti gli artigiani: impari dal marmista (le superfici lucide, levigate, a martellina, a bocciarda, a scaglia), impari dal falegname, dallo stuccatore, dal fabbro, da tutti gli operai e gli artigiani (è bellissimo). […] Impari le cose fatte con le mani. Nulla che non sia prima nelle mani. Impari anche, l’Architetto, dall’artigiano come si ama il mestiere: com’è bello farlo per farlo. L’arte per l’arte è lì, non è in una forma di arte senza contenuto, ma è nella felicità di farla.*

 

L’architettura e il tatuaggio

Quale analogia esiste tra architettura e tatuaggio? Un progetto: noi progettiamo il nostro corpo attraverso il tatuaggio nello stesso modo in cui progettiamo l’ambiente in cui viviamo, per sentirci maggiormente a nostro agio e parte di un insieme unitario.

Architetto deriva dal greco ἀρχιτέκτων (pronuncia architéktōn), parola composta dai termini ἀρχή (árche) e τέκτων (técton) che significa: primo artefice. Quando imprimiamo segni permanenti sulla nostra pelle siamo architetti, ovvero artefici primi, del nostro corpo. Il tatuaggio nasce dunque da un progetto che affiora sulla pelle.

Possiamo leggere una continuità tra architettura dell’ambiente e arte del tatuaggio prendendo spunto dalla teoria della gesamtkunstwerk (l’opera d’arte totale) di Gropius.

 

Committente

Il tatuatore come l’architetto ascolta le esigenze del committente o del cliente e si fa artefice di tali idee, come l’architetto il tatuatore è un demiurgo: progetta, crea, realizza. Questo rapporto è imprescindibile quando l’artista non si riferisce a se stesso ma si rivolge a un committente, realizza un’opera per un altro da sé. Non è possibile realizzare un’architettura o un tatuaggio senza tenere conto della persona a cui è destinata, i suoi gusti e le sue inclinazione. Ho visto una volta un video di una performance in cui persone introducevano un braccio in un buco e un tatuatore faceva un disegno a suo piacimento, senza conoscere la persona e questa si vedeva tatuato quello che garbava allo sconosciuto tatuatore. Ecco, questo è possibile solo in una performance, cosi come non è possibile realizzare una casa senza tenere conto di chi ci andrà ad abitare. Analogie.

 

Arte e tecnica

tecnica

tèc·ni·ca/

sostantivo femminile
Complesso di norme che regolano l’esercizio pratico e strumentale di un’arte, di una scienza, di un’attività professionale
arte

àr·te/

sostantivo femminile

Qualsiasi forma di attività dell’uomo come riprova o esaltazione del suo talento inventivo e della sua capacità espressiva.

L’architetto, come il tatuatore, è una figure al limite tra l’essere artista e artigiano, in entrambi vi è una componente creatrice immaginifica e una poietica. Per integrare tra loro arte e mestieri, creazione artistica e produzione industriale seguiamo la lezione dell’architettura totale di Gropius: Tutti noi architetti, scultori, pittori dobbiamo rivolgerci al mestiere. L’arte non è una professione, non v’è differenza essenziale tra l’artista e l’artigiano. In rari momenti l’ispirazione e la grazia dal cielo, che sfuggono al controllo della volontà, possono far sì che il lavoro possa sbocciare nell’arte, ma la perfezione nel mestiere è essenziale per ogni artista. Essa è una fonte di immaginazione creativa.
Forme espressive e capacità espressive regolate da norme, la tecnica è ciò che ci permette di esprimerci al meglio, a regola d’arte, architetti e tatuatori non possono non essere del tutto padroni della tecnica per potere essere artisti.

 

 

Abachi

Il termine abaco deriva dal latino abacus, polvere. Originariamente i primi abachi erano costituiti da una tavoletta su cui spargere sabbia. L’abaco è un antico strumento di calcolo, utilizzato come ausilio per effettuare operazioni matematiche, oggi usato in accezione di normogramma, in architettura un abaco dei materiali è una leggenda dove vengono indicati i materiali di un progetto che si diversificano di volta in volta per esigenza, La combinazione di elementi verifica una stretta dipendenza di ciascun elemento dagli altri. Esiste un abaco del tatuaggio? Oggi sicuramente possiamo attingere da numerosi database digitali in cui reperiamo materiali da comporre nel progetto del tatuaggio. Se elaborassimo un abaco del tatuaggio giapponese potremmo inserire sfondi (nuvole, cappe, onde), fiori (ciliegio, peonie, crisantemi, eccetera), simboli giapponesi (carpe, gheisha, maneki neko, ecc.) e combinare tali elementi secondo regole ben precise. Allo stesso modo potremmo definire un abaco per ogni stile dal traditional all’avangard. Possiamo operare al di fuori di un abaco? Certo, allo stesso modo in cui Gaudí progettava la Sagrada Familia, è una scelta progettuale. Di sicuro gli abachi, se ben fatti, possono essere una guida per un’esecuzione a regola d’arte.

 

Non sono l’unica architatuatrice, voglio quindi porre poche semplici domande ad altri per approfondire questo particolare bipolarismo artistico, in questo numero intervisto Melissa Migliora che lascia il suo lavoro di architetto per fare l’apprendista tatuatrice.

 

Didascalia Immagine: L’architettura e il tatuaggio. L’architatouage, ensamble di dettagli architettonici e tavola di Lombroso, L’uomo criminale

*Gio Ponti, Amate l’architettura, Rizzoli, Milano, 2015, pp. 111-112

 


Nicoz Balboa tra Julie Doucet e la Montessori

I mille interessi di una fumettista, blogger, tatuatrice, mamma e soprattutto artista

 

intervista di Rossana Calbi

La prima volta che ho visto le sirene tristi di Nicoz Balboa erano bruciate nel legno e mi incantavano dalle pareti della galleria della Capitale MondoPop, che, ahimè, ha chiuso ormai da anni: nel 2012; adesso le sue donne disegnate fortificano le foto di William Baglione in Baglione vs Balboa (ovvero: donne nude che ti fanno in culo) fino alla fine di luglio all’Hangar Tattoo Studio di San Lorenzo, sempre a Roma. Impossibile per Nicoz rimanere lontana dalla sua città: Roma, ma in questi anni è diventata mamma, tatuatrice e ormai, dopo la pubblicazione di Born to Lose con la Coconino Press, entrata a far parte del gruppo Fandango nel 2009, è solennemente una fumettista. E tutto questo, tutto il suo divenire è nella sua graphic novel. Born to Lose è la sua crescita, la sua trasformazione, la sua accettazione rispetto ai cambiamenti: Born to Lose è la storia di Nicoz Balboa, un’artista in piena evoluzione che presenta le sue nuove sirene in asana contorte nel progetto Yoga on My Skin, in mostra fino al 30 settembre 2017, presso Amaneï a Salina, nelle Eolie, in collaborazione con Parione9 Gallery.

Born to Lose è la tua prima graphic novel tutta tua, ma prima cosa c’è stato? Quali sono state le pagine pubblicate che ricordi con più soddisfazione?
Born to Lose in realtà non è la prima cosa tutta mia che esce, però diciamo che oggettivamente è il progetto più completo e “adulto” di cui per il momento sono molto fiera ed è il primo che esce con una casa editrice storica.
Le prime pagine pubblicate sono state quelle fotocopiate per le fanzine che facevo prima con le mie amiche del liceo, «Catholic Girls», e poi c’è stato sempre al liceo questa raccolta di fumetti che si chiamava «Caccapiscia». Ce ne sono stati altri nel tempo e negli anni; fino almeno a dieci anni fa ogni tanto fotocopiavo questi fumetti e li producevo, poi l’avvento dei blog ha sostituito le fotocopie, ha velocizzato la distribuzione, l’autoproduzione anche se virtuale.
Parallelamente ho partecipato a varie antologie e come cose personali tutte mie avevo fatto uscire, una decina di anni fa, il fumetto Les Larmes de Crocodile e in Italia, sempre più o meno dodici anni fa, uscì il fumetto Nicozrama ed era edito dal Centro Fumetto “Andrea Pazienza”.

Raccontare noi stessi è forse la cosa più facile, in fondo dovremmo conoscerci al meglio, o serve scrivere e disegnare di noi per imparare a vedere cosa ci gira attorno e cosa ci passa per la testa?
Io opterei più per la seconda opzione: quando io ho iniziato a disegnare questo diario che si chiamava MOMeskine all’inizio e che usciva mensilmente su un blog non avevo idea che stavo facendo quello che stavo facendo l’obiettivo era disegnare tutti i giorni ossessivamente quello che succedeva; adesso mi rendo conto che l’ho fatto probabilmente per capire quello che vivevo, all’epoca non te lo saprei dire io sono la regina dell’incoscienza quando faccio le cose quando è stato il momento di pensare a una pubblicazione è stato lì che mi sono accorta che il personaggio, perché è un fumetto autobiografico, ma si tratta di un’esagerazione di me, aveva un’evoluzione; la vita di questo personaggio andava da un punto iniziale a un punto finale. Per Born to Lose è stata fatta una selezione di una prima parte di questi diari, dei primi due anni e qualcosa. Siccome, poi la vita non è lineare: il libro raccoglie questi due anni in cui io tutti i giorni ho disegnato. Ovviamente pubblicare tutti e due gli anni, pagina per pagina, avrebbe richiesto troppo, sarebbe stata la Treccani e quindi questa selezione è stata fatta per alleggerire un po’ la mole. Mentre selezionavo il lavoro mi sono accorta che avevo vissuto certe cose e le ho viste un po’ da fuori: è stato come vedersi un po’ dall’alto.

Tra le dediche sul volume ne troviamo una a Julie Doucet, autrice canadese di diari a fumetti quali Dirty Plotte e My New York Diary. Qual è il tuo rapporto con quest’autrice?

Julie Doucet è la persona che mi ha insegnato a fare fumetti, anche se lei non lo sa, adesso un po’ lo sa. Io ero appassionata di fumetti da tempo: i super eroi, prima ancora Dylan Dog, poi ho scoperto anche i fumetti americani indipendenti, e nel ’96 mi è capitato sotto mano un numero di Dirty Plotte e lì sono rimasta folgorata, ho avuto l’illuminazione e ho detto: ok, si possono anche fare i fumetti così, raccontando se stessi, raccontando la propria vita e la cosa rimane comunque interessante, almeno per me lo è!

Quando penso ai miei gusti ho sempre apprezzato lavori autobiografici o fintamente autobiografici o, comunque, in cui la voce narrante fosse soggettiva. Prima di scoprire Julie Doucet portavo sempre con me Il giovane Holden di Salinger, infatti, è nelle citazioni iniziali, quindi quando ho visto che si poteva fare un fumetto in quel modo da un punto
di vista oltretutto femminile e con tematiche anche femminili. Per esempio, mi ricordo benissimo la storia in cui lei si sveglia e dice: Cavolo, il Tampax è pieno! Allora adesso leviterò!
E si alza con la forza della mente e vola per tutta casa in posizione orizzontale per arrivare sopra il water e girarsi per non perdere gocce di sangue per strada con il Tampax pieno.
Quella tipologia di racconto per me fu determinante, quindi per questo la dedica. Poi la cosa tipo fan le inviai il link del blog in cui pubblicavo il MOMeskine e lei, dopo un po’ di mesi, mi scrisse una mail in cui definiva i diari addicted, infatti, in questi giorni sto prendendo forza per dedicarle un libro a penna e spedirglielo in Canada: per me lei è molto importante.

Di passioni ne racconti tante: dalla musica di Gipsy Rufina alla cucina proposta da Vegan Riot, il libro di Paolo Petralia. Una mi ha incuriosito molto: la Montessori. Cosa ti ha insegnato la pedagoga anconese?

Io sono molto sensibile alla musica, che detto così sembra una cosa farlocca, però ascolto molta musica mentre lavoro, sono abbastanza monomaniacale. Ho dei periodi in cui ascolto un solo artista, una sola band spesso anche un solo disco o addirittura anche solo una sola canzone a ripetizione tutto il giorno. Ho avuto questo ‘periodo Gipsy’, che poi non si è mai interrotto, in cui ascoltavo molto molto Gipsy e nel frattempo l’ho contattato e venne a suonare qui a La Rochelle, siamo anche diventati amici l’ho anche tatuato.
Vegan Riot, è una realtà che merita, il sito anche prima del libro era una fonte a cui attingevo, non sempre riesco ad essere vegan, non sempre riesco a rimanere vegetariana. Spesso ho delle ricadute, soprattutto a causa della mozzarella.
Tu mi chiedevi della Montessori, quando è nata mia figlia mi sono interessata alla Montessori, a leggere libri e documentarmi su approcci “alternativi” rispetto all’educazione, alla nutrizione, all’accudimento dei bambini. Ho cominciato interessarmi a varie scuole di pensiero diverse. Soprattutto perché quando ero incinta non mi sono per niente documentata perché ho pensato — va be’, che ci vuole? I figli sono una cosa istintiva, che devi fare? — quando invece è nata mia figlia mi sono resa conto che
non era tutto istintivo che era una cosa molto difficile partorire e allevare un essere umano; mi andava di farlo in maniera cosciente e non applicare regole per sentito dire soprattutto perché mi suonavano male, soprattutto qui in Francia molti approcci fanno l’elogio del distacco, della freddezza, della disciplina e io vengo da un contesto anche culturale in cui la disciplina e l’ordine non mi stanno molto simpatici. Perché avrei dovuto applicarli con la carne della mia carne?! Leggendo e rileggendo mi sono approcciata a degli scritti di Maria Montessori e il suo approccio all’educazione mi sembrava molto pertinente si vede che lei ha studiato l’approccio e l’apprendimento per poi creare un metodo, non è un metodo creato in teoria e poi applicato a forza sui bambini.
Quello che mi ha insegnato è che ogni bambino ha un periodo sensibile per l’apprendimento e ha voglia ed è spinto a imparare le lettere, quindi a leggere, i numeri, i colori oppure la vita quotidiana: allacciarsi le scarpe o versare l’acqua, in quei periodi bisogna nutrire la fame di conoscenza del bambino.
Perché poi nutrendo questa loro fame impareranno molto in fretta. Si deve rimanere all’ascolto dei bisogni del piccolino. È una cosa che io ho provato a fare ed è stato illuminante alzare le antenne invece di imporre delle attività o delle nozioni, basta solo aspettare che la voglia venga da parte del bambino e la voglia arriva, non c’è da preoccuparsi, il bambino è curiosissimo: ha voglia di imparare.

Pagine scansionate, sporche e tracciate velocemente con i colori e disegni dettagliati sulla carta prima e sulla pelle poi: uno stile poliedrico ma sempre riconoscibile. I tuoi personaggi sono antropomorfi un po’ come te, un’anima delicata e romantica e l’altra punk. Alla fine Cappuccetto Rosso picchia il lupo?
Sì, forse mi sa che forse che siamo un po’ di persone qua dentro. O semplicemente sono dei discorsi e quindi dei linguaggi diversi. L’approccio del tatuaggio rispetto al diario grafico sono due necessità e due campi di azione molto diversi.
Alla fine Cappuccetto Rosso picchia il lupo? No, alla fine vanno a braccetto. Vanno a bere.
Nel tatuaggio non sono sola, sono di fronte alla richiesta di un cliente anche se io, poi, metto la mia mano, metto il mio stile ma non perdo mai di vista la richiesta della persona perché è la persona che se ne va con il tatuaggio addosso per tutta la vita, quindi non mi succede mai di imporre un disegno, io disegno sempre per la persona in realtà. Anche se sono fortunata perché spesso i clienti mi chiedono cose che mi piace realizzare. Per quel che riguarda il diario grafico sono da sola di fronte alla pagina, a volte proprio di fronte a un’incazzatura o a una gioia e quindi tutto molto più diretto, più sporco e istintivo.

Attualmente vivi a La Rochelle quale storia ti piace di questa città sul mare?

In realtà La Rochelle ha una storia di resistenza, di ribellione, ha una storia molto carica. Non sono molto brava a raccontare le storie non mie. Ci devo pensare, poi un giorno te lo dirò.

Il tatuaggio è arrivato alla fine, è arrivato dopo la pittura, le mostre, dopo tua figlia, tu eri già Nicoz Balboa del Punk Surrealism, eri già un’artista e sei diventata una tatuatrice dal ’99, un supporto nuovo o una nuova prospettiva?

Il tatuaggio e il disegno hanno sempre viaggiato su due binari paralleli, uno per “necessità”: il disegno, quindi la voglia di raccontarmi, fumetti ne faccio da quando sono bambina, autoritratti ne faccio dall’asilo. Il tatuaggio l’ho scoperto al liceo, negli anni ’90, ed è una cosa che mi ha sempre appassionato, mi sono sempre fatta tatuare. All’epoca che non c’era Internet e mi compravo le riviste: stavo lì con le amiche chiedendomi cosa mi dovessi tatuare, quale stile.
A parte due settimane in cui ho fatto la cameriera, già da quando avevo diciannove anni facevo la piercer , poi quando mi sono trasferita a Parigi ho cominciato a fare piercing in uno studio in cui poi sono diventata shop manager: preparavo le postazioni, gli aghi e tutto il necessario. Mi sono fidanzata con Guicho (tatuatore francese, specializzato in stile giapponese n.d.r) il padre di mia figlia, insieme abbiamo aperto uno studio a La Rochele: in realtà è un lavoro che ho sempre fatto quello della tatuatrice. Ho fatto il primo tatuaggio tanti anni fa, era il ’99, su un mio collega piercer in uno studio dove lavoravo a San Giovanni (Roma n.d.r.), per tanti anni ho tatuato gli amichetti, ma non avevo mai unito tatuaggio e disegno semplicemente perché per me un tatuaggio era un linguaggio a parte e quindi richiedeva un certo tipo di stile un certo tipo di soggetti, per un po’ di anni ho provato a disegnare cose da tatuaggio e devo dire che l’effetto era molto kitsch. Finché un giorno, la mia cara amica Anna Tufano, artista anche lei, mi chiese si tatuarmi un disegno che era su una mia biografia: un lupo con una donnina, io non pensavo che avrei potuto unire i due linguaggi. È lì che vedo il mio punto di svolta.
L’effetto è stato soddisfacente non tanto dal punto di vista grafico, ma dal punto di vista della realizzazione, cioè mi sono divertita. Era il 2012: ho postato questo disegno su Facebook e da lì si è aperta una porta: molte persone mi hanno detto se tatuassi le cose che facevo sui quadri, ed è stato un bel regalo dalla vita perché ho unito due cose che pensavo non si sarebbero mai potuto unire.

Quali tattoo artists ti ispirano e riempi di cuoricini su Instagram?
Quello che io realizzo nel tatuaggio è legato all’illustrazione e al disegno, anche se poi dal punto di vista della realizzazione, non tanto del soggetto, cerco di mantenere alcune cose tecniche canoniche del tatuaggio tipo le linee, il colore, il nero. Cerco di rimanere nel linguaggio del tatuaggio, anche se non nel disegno, infatti, se nel diario grafico uso anche molti acquerelli, macchie di colore, nel tatuaggio non farò mai tipi di tatuaggio con macchie di colore che escono e sbordano, perché proprio ho una sorta di timore rispetto alle due cose. E qui ti rispondo alla domanda: in realtà, i tatuatori che seguo su Instagram sono molto canonici, legati al tatuaggio tradizionale anche neo-tradizionale, come li chiamano, anche giapponesi.

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