Viollet–le–Duc e Ruskin: restauro e/o chirurgia plastica?


Illustrazione e testo di Alessandra Giannini

Il corpo umano è un tempio e come tale va curato e rispettato, sempre.


Ippocrate

Agli inizi dell’Ottocento la sensibilità romantica si accorge di quanto siano belle le rovine del tempo passato, di quanta magia sprigionino: luoghi dove il tempo e lo spazio s’interrompono, sospesi tra presente e futuro. Si percepisce altresì la bellezza del patrimonio artistico e architettonico medievale e il suo inesorabile decadimento. L’esigenza di intervenire al riguardo porta alla nascita di una nuova disciplina: il restauro. Sono i francesi per primi a domandarsi come conservare gli edifici, in particolare chiese e cattedrali medievali che già iniziavano a versare in stato di degrado; molti erano stati oggetto di devastazione durante le manifestazioni rivoluzionarie anti clericali. Nasce la famosa diatriba tra Eugène Viollet-le-Duc e a John Ruskin. Il primo è un architetto francese che promuove il restauro stilistico: s’identifica quale sia lo stile originario dell’edificio, si fa piazza pulita di tutte le stratificazioni o aggiunte, se ne cancella la storia demolendo parti che non sono coerenti con il suo stile originario, e se ne rifanno le parti mancanti o demolite nello stile originario dell’edificio. Il risultato è un edificio dotato di una sua unitarietà stilistica, con un aspetto ideale, che potrebbe anche non aver mai avuto nel passato. Certo Eugene non mancava di fantasia, lui reinventava il Medioevo a suo piacimento come nel caso del Notre Dame, dove fa rifiorire guglie pennate secondo suo gusto. Riprendendo il parallelismo ippocrateo che avvicina i nostri corpi agli edifici di culto, possiamo dire che Eugene è sicuramente il chirurgo plastico delle cattedrali: ne spazza via rughe e segni del tempo e riporta l’oggetto a uno stato ideale che probabilmente non ha mai avuto. Spesso chi si sottopone a interventi di chirurgia ne viene fuori con fattezze ancora migliori di quelle che aveva prima del deterioramento, più giovane o bello di come non sia mai stato. In posizione antitetica è John, un intellettuale inglese oppositore restauro stilistico che falsifica i manufatti. Per John restaurare in quel modo significa creare un falso, nella sua concezione non bisogna far nulla se gli edifici vanno in rovina, al massimo un po’ di manutenzione, ma piuttosto che prevedere interventi massicci: meglio la rovina! La sua posizione è definita restauro romantico, John infatti è un mistico naturalista, fautore della natura e della libertà: per lui il monumento in rovina perdendo la sua dimensione finita arrivare a una dimensione di infinito che lo confonde con la natura e lo rende sublime. John si sarebbe ribellato alla chirurgia plastica, avrebbe deriso quelle donne dalle labbra troppo gonfie o dai seni esageratamente tondi e turgidi accusandole di essere delle brutte copie di loro stesse. Per lui solo un velo di crema e ginnastica facciale e, se le guance decadono, così doveva essere!

V0029434 A woman, viewed from behind, naked to the waist; revealing m Credit: Wellcome Library, London. Wellcome Images images@wellcome.ac.uk http://wellcomeimages.org A woman, viewed from behind, naked to the waist; revealing mobility of left shoulder. Photograph by L. Haase after H.W. Berend, 1859. 1856 By: Heimann Wolff Berend and L. Haase & Co Kˆnigl Hofphotographen (Berlin).Published: – Copyrighted work available under Creative Commons Attribution only licence CC BY 4.0 http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/

Possiamo dire che chirurgia plastica sia una forma di modificazione corporale, come la body modification o il tatuaggio? Con essa noi possiamo decidere di trasformare il nostro corpo, a nostro piacimento, avere labbra più grandi, seni più grandi, modificarci all’infinito, o almeno fino alla fine del nostro ciclo vitale. Possiamo cambiare l’idea di noi stessi e del nostro corpo, mutando costantemente forma. La costante è sempre il tempo e il divenire, deteriorarsi o trasformarsi in altro a seconda che decidiamo di preservarci secondo un’ideale di giovinezza, se vogliamo accettare il nostro decadimento e le nostre rughe o se ancora vogliamo essere altro, ricoperti di una seconda pelle di inchiostro, avere una lingua biforcuta o la sclera degli occhi nera.

AA.VV., Viollet-le-Duc e il restauro degli edifici in Francia, Milano, Electa, 1981

Roberto Di Stefano, John Ruskin. Interprete dell’architettura e del restauro, Napoli, ESI, 1969

Roberto Di Stefano, Presentazione, in Le sette lampade dell’architettura, Milano, Jaca Book, 1982

John McKean, Eugene e Paul: un discorso sul metodo, Milano, in “Spazio e Società”, a. X,  n. 36, dicembre 1986