Sylvia Di Ianni: l’armonia spezzata

Intervista di Rossana Calbi

Allieva e musa del poliedrico artista Mimmo Pesce, Sylvia Di Ianni inizia proprio con il suo mentore il suo percorso performativo nel 2009. Durante gli studi accademici sceglie il suo corpo per esprimere la sua poetica, inizia a collaborare con artisti diversi tra cui Saturno Buttò e Lilith Primavera.
Sylvia è minuta, delicata, il suo corpo sembra disegnato da un pittore rinascimentale, ma i suoi occhi sono altrove: è in un continuo stato di ispirazione. Basta un semplice scambio e tutto ciò che è quel momento diventa altro: Sylvia lo trasforma e lo interpreta usandosi e diventando altro da sé. Un fare bello e armonico, perché il suo corpo non si può esprimere in altro modo, ma quello che vediamo è il black out, un’interruzione precisa che crea il cambiamento e sottolinea la fragilità e la verità.

Il tuo percorso di studi all’Accademia delle Belle Arti di Roma si è chiuso con una tesi sull’estetica del corpo nel secolo scorso. Quali sono i tuoi riferimenti in questo periodo storico e quali aggiungi tra coloro che stanno interpretando questo nuovo millennio?

Sono una persona molto curiosa, e nella tesi che ho sviluppato nel corso degli anni in accademia ho voluto approfondire in un certo modo un po’ tutti i punti di riferimento del mio percorso estetico e artistico. Partendo quindi dal pensiero di personaggi come Antonin Artaud con il teatro della crudeltà in cui l’attore ponendosi “in pasto” allo spettatore con tutta la sua prorompenza vitale diventava un elemento catartico per lo stesso.

Seguendo un fil rouge che va dall’essere musa d’artista ho approfondito il percorso di alcuni tra i primissimi body-artist come Gina Pane, che con la sua “azione sentimentale” donava se stessa, il suo corpo e la sua emozione a chi la osservava nella sala.

Ph. Guido Ricci

Mi sento molto vicina intellettualmente al lavoro di Cindy Sherman nel rappresentarsi in modi e sembianze diverse impersonificando i soggetti dei suoi scatti fotografici. Un’antesignana artista del selfie d’autore.

Sono molto affascinata anche dall’evoluzione del costume in linea con il divenire della nostra storia umana e adoro chi scavalca le onde delle tendenze e reinventa se stesso e la sua storia creando così una nuova estetica, come nel caso del trasformismo di David Bowie, mio primissimo amore.

Potrei fare tanti altri nomi fino a far sfinire le righe, ma di base seguo tutti quegli artisti che vivono se stessi come un’opera d’arte. Ed in questo non ho un vero ordine cronologico.

Stimo molto coloro che sono meticolosi nella realizzazione delle proprie visioni stilistiche e che sanno far coincidere il mondo onirico con quello fisico usando anche strumenti differenti come la video-performance art, la musica, il costume… e mi vengono in mente nomi come Matthew Barney, Bjork, persino alcuni stilisti come il grandissimo, purtroppo scomparso Alexander McQueen, tra i più vicini all’attualità.

Il corpo e la suggestione sul pubblico, immediata, forte: la body art sta diventando sempre più necessaria nel contemporaneo o visto che non può esser mercificata più di tanto verrà considerata puro spettacolo?

Abbiamo attraversato recentemente un periodo di grandi contaminazioni tra la body art, il burlesque, l’artista di galleria e l’artista pop, la star, giocando con i vari linguaggi nella comune ricerca di un’estetica del vivere e rappresentarsi come opere d’arte, in un certo senso, divinità in terra.

Credo che la situazione di sospensione di questo momento storico unico che stiamo vivendo in questi giorni ci stia proiettando sempre di più verso l’ideazione di alter ego in streaming, non sappiamo che impatto avrà il nostro ritorno alla fisicità.

Saremo culturalmente sempre più diretti verso una forma di contaminazione tra corpo fisico e tecnologia, inevitabilmente, e anche il mercato dell’arte, immagino, ne dovrà tenere conto.


@sylvia_di_ianni