Francesco Algeri #screenshotportrait


La casa è tornata a essere la cornice in cui rappresentarci; come Mary Shelley e Polidori, ospiti di Byron, nella lunga estate del 1816, costretti da terribili temporali a star rinchiusi, così la creatività di molti è stata messa a dura prova da un blocco stancante e ansiogeno. Sul web in questo periodo ho visto molteplici gallery con disegni dedicati all’ispirazione da monitor, ma quasi nulla di originale come la creazione di un mostro di più di due metri che riprende la vita, del resto la fantasia romantica è protetta negli scaffali mentre ci fa paura la continua mancanza di ogni certezza. Non possiamo costruire nessun mostro contro cui combattere, ma la nostra essenza ultima non è inutilizzabile e lo dimostra Francesco Algeri; abituato ai live destabilizza tutti i suoi costrutti mentali per raccontare come si possa continuare a guardare.
Fotografo e giornalista, Francesco fa un reportage dell’umanità, la sua in primis, e continua a circoscrivere con uno sguardo fisso, costante e curioso rispetto all’altro: tutti i giorni Screenshot Portrait sta descrivendo il corpo e lo spazio in cui siamo costretti dagli obblighi e dalla paura.
Il fotografo messinese viaggia in tutta Italia dentro ciò che ci sta custodendo: lo spazio in cui ci siamo rifugiati.


Quanto hai sentito forte l’urgenza di comunicare in questi giorni?

Ho sentito forte l’esigenza di non smettere di farlo. Oltre all’aspetto inerente la salute mia e delle persone che amo, la mia principale preoccupazione è stata questa, non smettere di cercare qualcosa negli altri scattando una foto. Tutto però va nella direzione contraria e se il virus ci vuole lontani comunicare è ancora possibile anche se non fisicamente. Adesso forse capiremo quanto tempo abbiamo perso dietro uno schermo e quanto in realtà era meglio incontrarsi, toccarsi, in certi casi. In realtà le cose più semplici, e al quale prima non davamo nessuna importanza dentro le nostre routine, sono ciò che più ci manca in questo momento. A me manca l’adrenalina mista all’ansia di preparami per un lavoro, la preoccupazione di che luce ci sarà e se farò bene.


Le persone e la propria immagine rinchiusa in un piccolo schermo: è il modo simbolico per incorniciare la reclusione?

In parte sì, infatti sotto certi aspetti vedo questo come un elemento di disturbo della foto, mi riferisco a quel piccolo rettangolo in alto a destra che si vede e che sono io. Sono abituato a stare dietro l’obiettivo adesso le condizioni mi spingono a essere nella scena, dentro una dimensione che non mi appartiene (la video call). Però con il soggetto che ritraggo non condivido solo questo, condivido anche la foto in sé: Il momento creativo. Il solo atto di spiegare dove posizionare il telefono, a che altezza e inclinazione, a che ora del giorno etc… è un modo per creare qualcosa insieme. Ciò che vedo è una porzione del loro rifugio da questa situazione. Il “luogo” e la luce del momento influenzano molto il risultato finale che spesso è una sintesi del loro modo di essere e di reagire. Siamo imprigionati dentro dei limiti che sono tecnici (io faccio uno screenshot non posso gestire tempi di posa o diaframmi, senza dimenticare la qualità della connessione stessa a testimonianza del momento paradossale) e umani (siamo distanti), però tutto questo ci rende allo stesso tempo complici. Il risultato finale è uno scatto frutto della nostra empatia. Almeno, voglio sperare sia così.

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