Ernesto Notarantonio: un pensiero scritto sul bordo di una Polaroid


Intervista di Rossana Calbi


Se sai guardare le persone puoi provare a raccontarle, Ernesto Notarantonio sa raccontare delle storie, lo fa con i volti intrisi di luce o spezzettando un’immagine per trasformarla in altro. Unisce il volto all’essenza dell’individuo e divide i colori strutturati e costruiti da altri. Il fotografo romano non ha un’impostazione classica, ha costruito il suo percorso analizzando le immagini, non le ha solo studiate, le ha vissute e per questo le sa raccontare, e sa dire altro di loro. La sua ricerca ad oggi è proprio nella destrutturazione di quello vede, lo fa in modo palese con le Polaroid e in modo più discreto con i ritratti, ma le sue immagini, anche se uniche, seguono un percorso con un inizio e una fine, anche quando la fine è un punto interrogativo.

I tuoi studi sono poliedrici: ingegneria, graphic design, fotografia e scrittura creativa, mi interessa sapere come la scrittura creativa guidi i tuoi scatti, perché ho la certezza che sia così.

Devo dirti la verità, è la prima volta che qualcuno vede un nesso tra la scrittura creativa e le foto che faccio, e trovo la cosa interessante.

Per risponderti, devo ripercorrere brevemente alcune fasi della mia vita.

Quello che mi ha spinto costantemente nella vita, come un motore che non si spegne mai, è la curiosità e la voglia di mettermi sempre in gioco.
Gli studi di tipo scientifico, sono infatti ingegnere chimico, sono frutto della curiosità di sapere come funzionano le cose, ricordo infatti che da bambino smontavo e rimontavo più volte tutti i giocattoli che ricevevo. Al tempo stesso, sempre da bambino e fino a circa 13-14 anni, amavo tantissimo disegnare, e sognavo un giorno di diventare un fumettista, o comunque avere a che fare con il disegno e l’arte più in generale.

Quindi ho sempre avuto un’anima con due differenti aspetti legati alla personalità e alle attitudini: uno più logico-razionale e l’altro più artistico-creativo, che convivono da sempre dentro di me.

E sono giunto alla conclusione che, un po’ come nel concetto degli opposti dello yin e yang, uno non può esistere senza l’altro.

Da questo ne consegue il percorso poliedrico al quale hai accennato, e che mi ha portato un giorno ad approcciarmi anche alla scrittura creativa. Mi piace molto leggere, e a un certo punto ho voluto sperimentare cosa succede a trovarsi dalla parte di chi i libri li scrive.

Il fatto singolare è che contemporaneamente ho seguito sia dei corsi di scrittura creativa che di fotografia, e la cosa sicuramente non è stata casuale. Dentro di me sentivo un impulso che mi spingeva a raccontare, ancora non sapevo bene cosa, e stavo cercando un mezzo per farlo.

E la fotografia è poi diventata il mezzo predominante con la quale cerco di far vivere le emozioni attraverso immagini e visioni.

Per tornare alla tua domanda, razionalmente non posso dire che la scrittura creativa in quanto tale “guidi” i miei scatti, ma di sicuro la parte più profonda del mio essere, quella irrazionale, creativa, istintiva ed emotiva, e che costituisce poi la struttura portante della mia fotografia, è in qualche modo guidata, quella sì, da una voce interiore che è stata “nutrita” negli anni da tutto quello che ho fatto nella vita, dalle esperienze, dalle persone che ho incontrato, i libri che ho letto, da quello che ho scritto, i film che ho visto, i musei le mostre che ho visitato e l’elenco sarebbe ancora lungo.

Quindi in certo senso, e per rispondere alla tua domanda, la scrittura creativa può essere intesa, nel mio caso, come un’elaborazione di pensieri ed esperienze che vengono scritte non su carta ma attraverso delle immagini fotografiche, e non per mezzo della penna ma con macchine fotografiche il più possibile povere di tecnologia, come le mie amate Polaroid.

La Polaroid, voglio sapere tutto! So che ancora non è possibile avere la stessa resa di quando ero piccola, è vero? Mi spieghi tecnicamente come la virata calda di quel piccolo formato rende tutto più similare al frutto di ispirazione?
Per quanto riguarda la resa delle pellicole attuali rispetto a quelle del passato, il discorso sarebbe lungo e articolato, diciamo per sintetizzare che le pellicole in commercio negli ultimi 10 anni hanno raggiunto, gradualmente e in particolare nelle ultime versioni, una resa notevole in termini di colori, contrasto e stabilità, rendendo le immagini sempre più perfette e se vogliamo più facili da realizzare. Ma il sapore di stampo vintage, le calde dominanti di colore e le tonalità un po’ pastello delle Polaroid dagli anni ‘70 fino ai primi anni del 2000, hanno per me una magia unica e irripetibile, che le pellicole attuali per certi versi non hanno.

Per quanto riguarda il discorso legato all’ispirazione, il modo con il quale utilizzo le pellicole istantanee, sia Polaroid che Fujifilm, è sicuramente mutato nel tempo: all’inizio, a partire del 2008, realizzavo immagini singole seguendo una ricerca legata all’architettura e ai paesaggi urbani, con un’impronta di tipo metafisico, cosa che in parallelo facevo già con macchine e pellicole tradizionali analogiche in bianco e nero.

Nel tempo il mio percorso si è arricchito sempre di più di temi e fonti di ispirazione provenienti dall’arte, ho iniziato a interessarmi e a studiare le opere dei grandi pittori del passato così come quelle dei contemporanei, e alla scultura, ampliando di fatto la precedente ricerca.

Tutte queste fonti di ispirazione hanno portato a una evoluzione del mio lavoro, e a utilizzare le pellicole istantanee non più solamente come immagini singole, ma soprattutto come mosaici composti da più pellicole, ottenendo così un’unica immagine formata da tante tessere. Spesso poi realizzo diversi tipi di interventi sulle pellicole: la manipolazione a mano con spatole di legno da cui risultano linee variegate e di differenti dominanti di colore, oppure l’applicazione di adesivi colorati, o altre tecniche a caldo per mezzo di strumenti di metallo. Non cerco mai la perfezione assoluta, anzi… cerco una sorta di errore che renda la realizzazione finale armonica nella sua imperfezione.

Un altro tipo di realizzazione sono i ready-made, che sono una sorta di reinterpretazione di opere già esistenti, che siano dipinti piuttosto che immagini fotografiche oppure copertine di riviste, sempre utilizzando le Polaroid.
Questi interventi sulle pellicole, così come i ready-made, sono una sorta di sperimentazione continua su me stesso, sui materiali che utilizzo e su tutto ciò che mi ispira.

In definitiva, in tutti i miei lavori si ritrovano sempre i due lati della stessa medaglia, la razionalità e l’istinto, per questo spesso dico che nei miei lavori cerco di progettare la casualità con un approccio sempre più istintivo e artigianale.


en@ernestonotarantonio.com

@ernesto_notarantonio

@rossanacalbi