Daisy Triolo: ogni evento triste mi colpisce

Intervista di Rossana Calbi

Ho conosciuto pochi tatuatori che hanno studiato e studiano la storia dell’arte, ancora meno quelli che visitano le mostre e che ammirano il lavoro altrui, troppo impegnati a guardare l’evoluzione di loro stessi. Daisy Triolo è l’eccezione su cui mi piace sgranare gli occhi.Nella sua casa a Sabaudia è collezionista di opere che spaziano dal pop surrealismo di Gerlanda Di Francia alla pittura automatica di Linda De Zen. Come artista ha esposto i suoi lavori, con la curatela di Fabio D’Achille, in spazi incantevoli come il Castello Baronale di Maenza, in provincia di Latina. Sul web è fatale, di persona è curiosa, solare, viva! Guarda ciò che la circonda, ammira e impara, Daisy è un’artista capace di relegare i selfie al web, e regalare dal vivo un’attenzione spropositata all’arte in tutte le sue forme. Per questo in pochissimo tempo Daisy Triolo ha sviluppato un percorso modulare, regolare nel suo approccio costante che è quello di imparare. Imparare ogni cosa: a tatuare, a dipingere a vivere. Daisy Triolo vive evolvendosi, perché è capace di guardare gli altri e questo si ripercuote nel suo personale progresso.

Il tatuaggio e la tua produzione artistica, cosa unisce la tela alla pelle?
La scelta di intraprendere il percorso di tatuatrice è un naturale evolversi del mio iter d’artista. Trovo nel tatuaggio una contemporanea tecnica artistica, direi vicina all’incisione e al mio modo di elaborare la china su carta, e nella pelle un altro particolare supporto. Fondamentalmente quello che unisce le mie tele o le carte con la pelle sono le tematiche surreali, riprese costantemente dal reale, dai miei sogni e da tutto ciò che mi circonda. La lente d’ingrandimento del surreale mi fornisce la possibilità di trasformare concetti, idee e sentimenti reali in qualcosa di concreto ma con un tocco sognante. Una delle cose che mi affascina maggiormente dei disegni su pelle è il fatto che assumono la forma di un’opera aperta e vivente: è soggetta a guarigione, e quindi a cambiamenti dovuti agli eventi esterni (una delle più importanti è, ad esempio, l’esposizione solare), si adatta al corpo nella forma e nei movimenti, è soggetta al passaggio del tempo e alla decadenza insieme al fisico, ed è infine un simbolo e uno specchio del vissuto della persona, un particolare da non sottovalutare. L’arte su pelle così sì carica non solo dei propri contenuti impliciti ma anche dei contenuti di ogni suo possessore, e credo sia questo un connubio perfetto.

I temi sociali ti interessano sempre, quali sono gli eventi ultimi che probabilmente ispireranno i tuoi prossimi lavori?
In generale vivo la mia attività artistica come un’urgenza forte, emotiva, un bisogno reale di concretizzare le mie idee e la mia visione attraverso le mie opere, che siano esse su tela o su carta. I temi sociali fanno parte di questa mia necessità. Sono convinta che quando la realtà vissuta dall’uomo diventa insopportabilmente tragica, l’arte ha la facoltà di denunciarla o di puntare quantomeno un riflettore sulla questione.

Ogni evento triste, ingiusto o catastrofico mi colpisce, progressivamente si radica all’interno del mio essere, e al contempo viene assorbito e rielaborato attraverso delle visioni intime e personali. In qualche modo le mie opere offrono una sorta di spaccato sia del mio vissuto, che della mia riflessione sulla società contemporanea.

Sono fermamente convinta che tutta l’arte sia sociale, perché costituisce una parte integrante nonché fondamentale della nostra società, e allo stesso modo che ogni artista sia un’attivista (ognuno a proprio modo) in quanto persona creativa e proattiva immersa in un determinato contesto e avente la facoltà di sensibilizzare il pubblico su questioni spinose.

Vedo la società come una sorta di puzzle (ovviamente in una visione più semplificata), in cui i pezzi sono i singoli, gli individui con i propri pensieri, i propri mondi e le proprie idee diversificate, che insieme formano l’immagine finale della collettività. L’obiettivo primario del mio essere artista è il voler raccontare gli avvenimenti sociali contemporanei con una visione sentita, personale e azzarderei intima. Credo che l’artista debba essere un autore, io provo quindi a raccontare in visioni a volte surreali, tutto ciò che “fagocito” e “rigetto” del nostro tempo. Il mio processo creativo, quindi, fa riferimento al collettivo, passa poi al singolo (all’interno di me stessa), subisce una trasformazione (dove si comincia a delineare la forma e il contenuto visivo da esplicare) per poi tornare, a fine processo, al collettivo, così nudo, davanti gli occhi del pubblico. A volte sono opere che assumono la forma di flussi di coscienza, come dipinti, disegni e schizzi esposti appositamente insieme, ma archiviate nel tempo a mo’ di un journal intime in cui raccolgo in un lavoro febbricitante tutti i miei pensieri circa la tematica dell’assenza e del lutto, condizioni sociali degli individui forse troppo spesso sottovalutate in questo nostro contemporaneo sempre in continuo movimento (come nell’installazione Diario Intimo, costituito da video, piccole opere e autoritratti, del 2019). A volte invece un tema sociale mi colpisce in maniera immediata da voler subito concretizzarsi in un’opera: così è nata la mia installazione dedicata ai migranti “gli eroi del nostro tempo” come afferma Ai Weiwei (installazione dal titolo Venticinque luglio duemiladiciannove-diciannove agosto duemiladiciannove, 2019), in particolare a due eventi catastrofici di naufragio avvenuti, a distanza di un mese, entrambi alle coste della Libia dove si contano purtroppo la maggior parte dei decessi in mare. Il 2020 si è aperto con una crisi sanitaria ed economica mondiale come quella del Covid-19, di cui sicuramente parlerò per molto tempo nelle mie opere. Dedicata a questo tempo ho sentito l’urgenza immediata di dipingere ad olio un autoritratto con indosso una di quelle maschere antigas militari d’epoca utilizzata per proteggere la persona da gas tossici e inquinanti, per fare un parallelo, appositamente azzardato ed esagerato, con le mascherine utilizzate quotidianamente. La società ha subito una frattura pesante che ha portato anche altre problematiche sociali importantissime come le tante e incessanti violenze domestiche sulle donne durante la quarantena, una piaga sociale quella del femminicidio che ancora conta numeri allucinanti di morti e che purtroppo la segregazione forzata in casa ha portato solo ad agevolare i loro aguzzini. Altre tematiche sono per esempio l’aumento dei suicidi durante questo periodo e l’istituzione di un osservatorio adibito, oppure dei clochard, i senzatetto che forse per motivi di salute pregressa e non avendo una riparazione sono stati e sono soggetti maggiormente al virus. Sono tematiche queste imprescindibili dal nostro tempo, di cui sicuramente parlerò all’interno delle mie opere future.

@daisy_does_dreams


@rossanacalbi