Nicholas Tolosa: il grigio come materia di un racconto

intervista di Rossana Calbi

I giudizi sono un’interpolazione, collochiamo il nostro pensiero, lo cataloghiamo per incasellare tutto al meglio per la nostra rassicurazione mentale, ma in realtà è la nostra mente che lo ha costruito su fatti, falsandolo con un’alterazione che è la nostra esperienza parziale, anche se ripetuta e diventata procedimento scientifico. Credo che Napoli abbia bisogno del processo opposto per la sua analisi: debba essere estrapolata, i punti non possono essere congiunti, nessun puzzle può costituire una spiegazione, Napoli ha un valore che è esterno anche a sé, va oltre ciò che è concretamente. Per questo motivo è sempre in trasformazione, è in continua evoluzione, rifuggendo così ogni incasellamento. Gli artisti possono usarla, diventa una tela o un’ispirazione, poggiarvi la loro visione, culla e cavalletto di pensieri altrui che continuano dire di lei, ma sempre in modo parziale.  

Nicholas Tolosa non ha la presunzione di spiegarla, ma ha dichiarato l’esigenza di essere accolto. Scenografo e insegnante, nato a Eboli, i suoi lavori sono stati esposti a Castel dell’Ovo, al Madre e al Pan, ma le prestigiose pareti dei musei non bastavano all’esuberante artista, Nicholas ha compreso bene l’anima della città perché l’ha vista nei volti dei suoi studenti di Scampia, dove ha insegnato. Quindi ha chiesto che questa si trasformasse nella cornice del suo pensiero: enormi tele raccontano il passato di chi a Napoli non c’è nato, di chi è arrivato in questo grande porto che mescola l’accoglienza allo sfruttamento. L’artista, l’insegnante, lo scenografo, ha voluto raccontare in maniera eccessiva storie che non gli appartengono ma che costituiscono quei puntini esterni a quell’interpolazione lineare che per Napoli è proprio limitante.

Il grigio e le sue sfumature come colore unico e fondamentale. Qual è la necessità dialogica di questo colore intermedio?

La mia più che una scelta è una necessità interiore. I colori che utilizzo sono colori interiori, colori dell’anima e se utilizzati nel modo giusto sono più luminosi dei colori dell’arcobaleno. Trattando principalmente tematiche di denuncia sociale questi colori mi permettono di infondere maggior pathos nel fruitore dell’opera e trasmettere in modo più diretto la mia pittura. Il grigio è l’intermezzo tra il bianco e nero, che permette appunto un discorso tra i due inserendosi come collante, permettendo al bianco e nero di incastrarsi tra loro.

Il tuo progetto sui muri di Napoli, raccontaci i luoghi dove sono collocate le tue tele.

Il progetto NAFRICAPOLI nasce dall’esigenza di denuncia, di uguaglianza e mescolanza tra popoli. L’idea è quella di creare un museo diffuso che possa uscire dal “contenitore” museo e diffondersi nella quotidianità della gente comune, anche non abituata a frequentare i musei così spesso. La logica è quella di portare l’arte fuori dai canonici spazi, dialogando con le persone, con le strade, creando magari nuovi filoni di discussione sociale e consapevolezza della condizione umana, non per forza legata al potere delle gallerie. I luoghi attuali in cui il progetto ha già avuto modo di essere presentato sono differenti per quanto riguarda la collocazione geografica e sociale. La prima tappa è stata nel quartiere di Scampia, un quartiere popolare della periferia nord di Napoli in cui esiste tanta umanità e tante associazioni che si occupano del territorio. Ho insegnato in questo quartiere, in una scuola poco distante dalla collocazione delle opere e non a caso la prima tappa ho deciso realizzarla qui. Le opere sono tre, situate all’interno del Parco Corto Maltese (via Hugo Pratt); al centro di altissimi palazzi un’immensa area verde divisa in aiuole tematiche, davvero molto suggestivo e curato. La seconda tappa invece è stata più istituzionale ma fondamentale perché rivolta ai giovani, si tratta dall’istituto Superiore Artemisia Gentileschi nel quartiere di Agnano, dove sono state installate due opere, al momento le più grandi come dimensioni. La parete della scuola, da poco ristrutturata, si prestava benissimo all’inserimento delle due opere che sono visibili anche dalla strada. Il progetto resta in divenire e si stanno aggiungendo nuove tappe, alcune delle quali già definite. Tutto il lavoro è patrocinato dal comune di Napoli e dall’Università di Salerno e ognuna delle tappe avrà un diverso curatore.