Bizzarro Bazar

Intervista di Eleonora Helbones

Dal 2009 esiste un blog che appaga e approfondisce tutte le curiosità legate al mondo dell’inusuale, del bizzarro, del meraviglioso e del macabro: Bizzarro Bazar, curato e ideato da Ivan Cenzi.

Qui si può spaziare tra temi legati all’antropologia, collezioni anatomiche, tanatologia, wunderkammer e molto altro, collocandoli in contesti mai banali, ben approfonditi e documentati. Dal 2014, Bizzarro Bazar è diventata una collana di libri fotografici, editi da Logos, promuovendo le bellezze macabre e nascoste d’Italia, e nel 2019 si è evoluto in una web serie di divulgazione storico-scientifica.

Ciao Ivan e benvenuto su Stigmazine! Da appassionata del Meraviglioso, macabro e perturbante ti chiedo cosa ti ha condotto ad approfondire queste tematiche e quando è iniziato questo viaggio?


C’è un passaggio, nel primo capitolo del Piccolo Principe, che dice: «ho vissuto a lungo in mezzo ai grandi. Li ho conosciuti intimamente, li ho osservati proprio da vicino. Ma l’opinione che avevo di loro non è molto migliorata. […] E allora non parlavo di boa, di foreste primitive, di stelle. […] Parlavo di bridge, di golf, di politica, di cravatte».

Per buona parte della mia vita mi sono sentito così, frustrato dalla quotidiana finzione di “normalità” (quando là fuori c’è un cosmo incomprensibile) ma costretto a conviverci. Finché a un certo punto ho deciso che ne avevo abbastanza, e mi sono messo a parlare di boa, di foreste primitive, di stelle, di tutto quello che mi suscitava meraviglia.

C’è un elemento di rivalsa quasi infantile: se ho dedicato la maggior parte delle mie energie allo studio del liminale, del tabù e del macabro, è perché a un certo punto qualcuno mi deve aver detto che non stava bene avere simili curiosità. Così ne ho fatto il mio lavoro.

Bizzarro Bazar, blog ideato e curato da te, porta alla luce quello che l’uomo razionalmente rinnega e spaventa, ovvero quel mondo legato al bizzarro all’orribile e a volte all’osceno. Perché nonostante ciò, quello che la mente repelle, ne è allo stesso tempo affascinata?


Perché, come ho detto spesso, non credo che esista una curiosità “morbosa”, malata. È un vantaggio evolutivo, dunque ogni curiosità è legittima – dipende però da quello che ci fai: se ti fermi al brivido del proibito, al cosiddetto shock value, non hai concluso né imparato granché. Ma se hai la pazienza e la voglia di fare un passo ulteriore, molto spesso ti accorgi che quello che ti spaventava ha dei risvolti storici, simbolici, perfino filosofici di cui non sospettavi l’esistenza. È questo il lavoro che amo svolgere: affrontare un argomento difficile, talvolta disturbante, e mostrarne tutta la ricchezza di senso nascosta.

Si tratta di una vera e propria battaglia culturale, soprattutto oggi che la velocità di consumo delle notizie gioca a sfavore, e di sicuro ottengono più like cinque righe sensazionalistiche sui serial killer che non quello che faccio io. Ho avuto la gioia di scoprire l’esistenza di un largo pubblico che invece ha davvero voglia di capire, di approfondire, e che non rifugge dalla complessità. Questo mi fa sperare che ci sia un futuro per il tipo di divulgazione che mi sta a cuore: pensata non per dare risposte, ma per sollevare domande.

Hai parlato di tanatologia, antropologia, anatomia e wunderkammer (ne cito solo alcuni) ma c’è un ambito che ti ha coinvolto maggiormente?


La “chiave” che utilizzo nel mio lavoro è molto versatile e concede l’accesso a tanti differenti campi di analisi. Ogni ambito l’ho affrontato con il medesimo stupore, convinto che potesse contribuire a veicolare quella peculiare idea di meraviglia che cerco di portare avanti. Quindi no, non credo che ci sia un tema che mi coinvolga più degli altri, anche se ce ne sono certamente di più fertili. La storia della medicina e dell’anatomia, per esempio, sono un pozzo senza fondo di storie incredibili e di immagini spettacolari; lo stesso si può dire della storia dei circhi itineranti e dei freakshow, che ancora ci parlano di problemi come la discriminazione o lo sfruttamento del diverso, ma allo stesso tempo – e qui sta l’ambiguità feconda – sono declinazioni del concetto di incanto. Lo studio dell’antropologia della morte è illuminante per comprendere come l’uomo si è rapportato nei secoli con la propria finitezza. Ci sono dunque argomenti su cui sono tornato più spesso, perché sento che c’è ancora molto da scavare.

Hai tenuto conferenze in Italia e all’estero, sei docente all’Università di Padova in Master of Death Studies e il corso di laurea in Psicologia delle Relazioni di Fine Vita. Che idea ti sei fatto dell’approccio che l’uomo occidentale ha nei confronti di questo argomento rispetto ad altre culture?


È una domanda molto complessa. Per prima cosa, non credo sia corretto confrontare la nostra cultura con le altre. Certo, se si guarda ad alcune concezioni della morte radicalmente diverse, o si osservano dei rituali lontanissimi dalla nostra sensibilità, si è sempre tentati di fare paragoni. Alcuni popoli sembrano molto più a loro agio con le spoglie dei defunti, altre tradizioni ci possono far riflettere su quanto relativi siano alcuni nostri preconcetti; ma idealizzare culture diverse è pericoloso tanto quanto giudicarle “immorali”. Il fatto che i Toraja del Sulawesi riesumino i loro cari estinti per spolverarli, coccolarli, cambiare i vecchi vestiti con abiti puliti, non significa automaticamente che il loro rapporto con la morte sia migliore o meno complicato del nostro.

Detto questo, l’idea più diffusa è che la civiltà occidentale abbia una relazione abbastanza conflittuale con il morire: secondo alcuni studiosi la nostra cultura cercherebbe addirittura di “rimuoverla”, di occultarla, di pensarci il meno possibile, rendendo di fatto questo evento naturale, un vero e proprio tabù. Secondo altri, invece, la situazione non sarebbe così grave. Certo, rispetto al passato sono cambiate molte cose, la società si è secolarizzata, ci sono meno rituali e spesso si muore in un asettico ambiente ospedaliero: questo però non impedisce a molte persone di morire serene. E c’è voglia di tornare a parlare di morte in maniera più aperta, rilassata e onesta.

Da parte mia, preferisco continuare a studiare l’immaginario, cioè il modo in cui metabolizziamo l’idea della nostra impermanenza in termini narrativi e figurativi. Anche nelle mie lezioni all’università non ho mai voluto occuparmi specificamente di questioni relative al fine vita ma concentrarmi sull’iconologia della morte, cioè sui risvolti artistici, filosofici, scientifici e teologici delle rappresentazioni del cadavere, del memento mori, della vanitas, ecc.

Sarà senz’altro dovuto alla mia formazione, che è visiva e narrativa (dopo la laurea in cinema ho lavorato come regista e sceneggiatore per una quindicina d’anni) ma oggi, nel bel mezzo di un flusso di immagini che permea ogni istante della nostra vita, mi pare che paradossalmente manchi una visualizzazione della morte che sia davvero consona al nostro tempo. Ripieghiamo ancora su un serbatoio di figure vecchie e ormai statiche – lo scheletro con la falce, il teschio, la Nera Signora, e così via. Sono curioso di vedere se le nuove applicazioni tecnologiche saranno in grado di modificare non soltanto il modo in cui elaboriamo il lutto e la perdita – cosa di cui sono convinto –  ma anche il nostro patrimonio di immagini: immagini nuove per raccontare, raffigurare, sognare la morte.

www.bizzarrobazar.com