Andrea Roccioletti: la tensione verso il grado zero

intervista di Rossana Calbi

Gli ho chiesto delle sue performance, ma Andrea Roccioletti espone il suo corpo e il suo fare fisico, dopo aver raccontato le sue storie per iscritto.
Ha collaborato con diverse case editrici: Iacobelli, Chinaski, Edizioni di Latta e per Autori Riuniti, per quest’ultima dopo aver esordito, nel 2016, con Diranno di me – La vera storia di Shave Saint John, una biografia paradossale, ma vera, sul performer Eric Fournier, nel 2019 presenta un’altra storia vera: una storia tragica nella Bosnia del 1993, Admira e Bosko. A Sarajevo nel 1993 si perdono due vite trivellate da venticinque colpi e ricongiunte in un abbraccio che nessun cecchino ha saputo dividere. 

Nessun confronto con altre opere letterarie, non voglio cadere in facili paralleli perché questa storia, scritta con Miriam Tahri, non è un simbolo, è cronaca. E, in parte, è speranza perché parla di un incontro che va oltre tutto: guerra, cultura e morte.

Un’opera letteraria nata da un incontro che non è il solo nell’attività di Roccioletti.

Lo scrittore, performer e video artist usa se stesso ritrovando l’altro, si trasforma ogni volta, in ogni contatto focale, il suo nucleo è sempre rinnovabile grazie a questa ricerca di sé nel distinto. Riccioletti è paragonabile al metaplasma, sostanza cellulare creata dalla stessa cellula per creare connessione, o sbaglio la vocale finale forse è vicino all’idea di metaplasmo: l’alterazione dell’aspetto di una parola. Sta di fatto che Roccioletti è cambiamento continuo, perenne e vitale.

Poco prima del lockdown è stato presentato il progetto A lunga conservazione in collaborazione con Sara Provasi. Io l’ho trovato quasi premonitore. Condividi questa mia impressione?

Kandiskij descriveva gli artisti come veggenti, McLuhan al contrario diceva che hanno abbandonato la torre d’avorio per abitare la torre di controllo, e non ha più senso parlarne come se fossero in anticipo sui tempi. Penso ci siano così tanti artisti, e quindi così tanta produzione, che prima o poi, statisticamente, uno di loro ci azzecca. Nel caso specifico del progetto A lunga conservazione alcuni elementi potrebbero essere messi in relazione a quanto da lì a poco sarebbe accaduto. La collaborazione con Sara Provasi: impegno reciproco, sostegno, abiura di sé a favore della visibilità dell’altro, al di là dello scambio commerciale. L’impermeabilità dei contenitori di vetro: in contrapposizione alla profonda (non del tutto compresa) permeabilità e viralità del reale, dai pensieri alle parole ai fatti. Tutto questo mette in profonda discussione il concetto di paternità dell’opera. Lo spazio: quello limitato del contenitore, anche come forma d’arte che, contraltare al digitale, occupa una sezione di realtà fisica, ha un peso, invita a una scelta pratica, dove esporla e perché, come conviverci oppure come disfarsene. Riconoscere la responsabilità nei confronti della materia. Oppure potremmo pensare che ogni opera d’arte è uno specchio sul quale proiettiamo e leggiamo quello che ci preoccupa veramente. Se invece del Covid fosse scoppiata una guerra, di queste opere forse avremmo scelto percettivamente altri aspetti.

250.000 parole da leggere senza alcuna spiegazione. Avevamo bisogno di tutte queste parole, non eravamo già occlusi da tutto quello che sentivamo in TV e leggevamo sui giornali?

La premessa è che non ho mai usato la voce nelle mie precedenti performance. C’è molta confusione tra performance, teatro, musica e via dicendo, e preferisco non aumentare l’entropia già presente nell’universo. Ho scelto di farlo proprio in relazione all’onda di piena che ci ha sommersi tutti, e che alcuni, tecnicamente, definiscono infobesity. Una possibile modalità performativa è quella di spingere l’acceleratore su un gesto, una condizione, portarla all’estremo oppure minimizzarla, per disarticolarla dai suoi significati appresi, autostradali, per provare a percorrere altri sentieri, meno battuti, per formulare nuovi pensieri, nuovi punti di vista. C’è sicuramente un aspetto provocatorio che sposta il riflettore su tutte le parole che sono state dette a sproposito. Anche dagli artisti. Perché è intollerabile il pensiero che, di fronte a certe situazioni in corso, di cui non si comprende la portata, si può stare in silenzio, e non produrre? Siamo davvero così intrisi e definiti solo dal fare? In questa performance c’è anche un tentativo di dissezionare la muscolarità della parola dai concetti che evoca – in me, in primis. Nessuna parola diventa suono senza innescare una reazione chimica profonda: parole che odiamo, parole che amiamo, che ci spingono oltre il bordo del qui e ora per precipitarci nei ricordi o nelle aspettative. Performare sembra una scelta distante dalla vita ma al contrario, a certe condizioni, riporta brutalmente alla realtà senza le sovrascrizioni di valore e di significato che attribuiamo alle cose per incastrarle a forza nella nostra narrazione personale, nel romanzo di cui ci sentiamo protagonisti. Riporta al grado zero di quello che siamo, abitato da cose di cui, alle volte, nemmeno siamo a conoscenza.

#andrearoccioletti


@rossanacalbi