Less is more, more is melidé



di Rossana Calbi

La semplicità è una scelta o una necessità? Le undici ragazze del team di melidé hanno creato un brand utile a loro per far esprimere noi. Alcune parole ce le dobbiamo portare addosso, non bastano i tatuaggi, la t-shirt bianca ritorna a essere la pagina su cui scrivere nuove proposte e nuove idee. L’artigianato e la scelta minimal sono il dictat di un brand che naturalmente si sposa con la letteratura. Il corpo, e ciò che scegliamo di indossare, serve a comunicare quello che pensiamo, e quello che desideriamo essere. Punto dopo punto, il filo si intesse su quello che vogliamo ci racconti: melidé è un ritorno al passato che comunica una scelta contemporanea perché a volte bastano poche parole per cambiare lo sguardo su noi stessi.

Nelle due domande ad Alessandra Delbono, non mi sono focalizzata sull’avvio del brand capitolino, né sulle collaborazioni importanti, volevo solo capire come si arriva a scegliere le parole giuste per scoprire che basta attenzione e una passeggiata.


Si parte da una t-shirt e poi si personalizza tutto. Qual è il mondo di melidé?

Ultimamente, se non fa troppo caldo o non piove, vado a lavorare a piedi.

Esco di casa con lo zaino e delle scarpe comode, metto le cuffie, la crema solare e gli occhiali da sole, a volte anche il cappello.

Ma gli occhiali da sole mi danno fastidio perché non vedo i colori. Cammino vicino ai palazzi e li guardo dalla parte opposta della strada. Osservo anche le persone che incontro. Stamattina per esempio ho incrociato una donna con la divisa dello Zoomarine e un signore sorridente vestito in modo etnico. E poi due suore davanti al cancello di una villa bellissima sull’Appia che parlavano con un’altra suora al di là del cancello che portava un grembiule molto carino, con delle piccole balze e dei ricami discreti che ho visto al volo, per non fissarla mentre passavo.

Quando sono arrivata sul ponte di Ariccia ho attraversato la strada perché dal lato opposto a Parco Chigi si vede Vallericcia dall’alto e in fondo il mare, stamattina poi era limpidissimo e le facciate delle case affacciate sul ponte erano illuminate dalla luce nitida del mattino. Ma erano già le otto e mezza e mi sono dispiaciuta di non essere uscita a un orario più entusiasmante. Immagino che due ore prima lo spettacolo dal ponte fosse ancora più affascinante.

Ho proseguito fino alla curva di Galloro, passando accanto alla ferramenta, ai bar e al fruttivendolo che aveva esposte angurie e pesche e altra frutta estiva proprio di fronte alla vetrina dell’edicola circolare con il libro di Nevo in vendita a quattro euro.

Poi ho attraversato quella parte di Appia costeggiata dai pini. All’ombra.

Camminando ho ascoltato un breve podcast e un brano di un musicista di cui non so assolutamente nulla, del resto non so assolutamente nulla della maggior parte di quello che ascolto. La musica è una cosa che non approfondisco e mi piace ascoltarla senza contaminazioni, così mi piace o non mi piace senza se e senza ma. Che poi è anche una scusa alla mia ignoranza sull’argomento.

Quando sono arrivata in ufficio non avevo le chiavi, ho suonato e mi ha aperto Laura, e mi sono scusata del ritardo, in questi giorni sono davvero stanca e il fatto di andare a lavorare a piedi mi allunga ulteriormente i tempi. Ma ne ho bisogno e le mie colleghe lo sanno. Questa libertà di gestire il lavoro nei periodi di necessità è un grande privilegio.

In ufficio il giovedì ci siamo quasi tutte e per quasi otto ore lavoriamo come formiche perché è giorno di spedizioni e cerchiamo di rimanere concentrate per chiudere più ordini possibile prima che arrivi il corriere a ritirare.

Facciamo ognuna la propria parte e tutto il nostro lavoro è collegato, una specie di ecosistema bellissimo e difficile da descrivere. È più facile percepirlo, per quanto è possibile, da quello che si vede da fuori: dal sito e dai social che presidiamo durante tutta la giornata lavorativa, quasi come se lasciassimo la porta aperta a chi vuole entrare virtualmente a vedere quello che facciamo e come lo facciamo.

Il mondo di melidé è anche un po’ questo che ti ho raccontato, ma non solo, e il concetto di personalizzazione parte proprio da qui, dal raccontare la nostra unicità come una delle tante possibili.




Uno degli ultimi arrivi in casa melidé è un piccolo serpente. Raccontateci la sua storia.

Ci è piaciuto proprio e lo abbiamo messo in vendita semplicemente pensando che se è piaciuto a noi poteva piacere anche a chi ci segue. Lookalike direbbe Zuckerberg, che tradotto nel nostro linguaggio e nella nostra filosofia significa che chi ci segue è abbastanza simile a noi e condivide i nostri gusti.

La conseguenza è che lavorando così, cioè vendendo solo quello che ci piace, riusciamo a raccontarlo in modo spontaneo, genuino e il risultato è un e-commerce che funziona.

@melide_factory

@rossanacalbi