Giles Barwick non pensa, fa!

Intervista di Rossana Calbi e Costanza Tagliaferri

Una sovrapposizione di colori che indicano ogni strato di pensiero in cui Giles scava il colore: l’artista di Bristol è nato nell’ex Jugoslavia, a Pula, oggi in Croazia. Le motivazioni per cui sia arrivato nella sua infanzia in Gran Bretagna non ve lo dobbiamo spiegare, tanto la vedete là in ogni gradazione che si interseca sull’altra e costruisce nuove strutture in cui cercare una nuova identità, e un nuovo futuro. In lui abbiamo visto una delicatezza mescolata a un disordine importante e raffinato, in lui abbiamo riscontrato l’ossimoro; e dopo tantissime mostre oltremanica, lo abbiamo intercettato per fargli conoscere l’Italia di cui si è innamorato e dove presto vuol tornare.

C. T. – Ci potresti raccontare come hai cominciato a lavorare come artista?

G. B. – Diventare un’artista non è stata una scelta deliberata, si è presentata a me come un’opzione. Disegnare e fare schizzi mi viene naturale ma con il tempo è diventato uno sfogo terapeutico dopo essere stato costantemente malato da adolescente. È diventata la mia distrazione e la mia terapia durante le lunghe attese in ospedale. In seguito ho seguito un corso intensivo d’arte e disegno che mi ha incoraggiato e spinto a iscrivermi a un corso di fine art. Il risultato positivo mi ha convinto che in fondo avevo qualcosa da comunicare con le mie tele. E soprattutto ho sentito finalmente di essere riuscito a trasformare la negatività in qualcosa di positivo.

R. C. – Il tuo lavoro si sviluppa con tecniche particolari, raccontaci come procedi nello sviluppare i tuoi progetti?

G. B. – La mia tecnica si sviluppa con l’osservazione, e apprezzando lo stile creativo di altri artisti. All’università ho sperimentato varie tecniche giusto per vedere i possibili risultati; questo è qualcosa che non ho mai smesso, e di conseguenza continuo a imparare. I miei dipinti sono legati al momento, alla scelta dell’attimo giusto, esattamente quando l’ispirazione prende il comando – mi piace quando le cose ‘accadono’. Non sono mai innovativo con lo stile o i colori se mi concentro troppo su quello che sto facendo. Il cuore della mia filosofia è don’t think, just do. Se non sono soddisfatto di quello che viene fuori, allora cancello l’immagine e ricomincio da capo. Questo processo può essere lento – uso diversi strati, e a volte può succedere che continui a lavorare su una singola sezione fino a che non sono soddisfatto. Una citazione di Jackson Pollock mi si addice molto: I quadri hanno vita propria. Io provo solo a farla entrare. E questo è quello che mi sforzo di fare, cerco di lasciare la tela parlare per me.

C. T. – Dipingendo a occhi chiusi nei tuoi motivi astratti spesso emergono volti espressivi. Da dove vengono questi volti? Dalle tue emozioni o dal tuo vissuto personale?

G. B. – Per me, creare l’immagine di un volto è il risultato di uno ‘scarabocchio artistico’, di schizzi ripetuti a matita; per cominciare la cosa importante è raggiungere le dimensioni corrette. È stato solo quando ho cominciato a incorporare i volti nei miei lavori – volti femminili – che ho cominciato a fare le mie riflessioni. Dare forma a volti con occhi chiusi, o senza occhi, crea una connessione con la mia condizione – il disturbo di Crohn, ancora permanete e che io mi preoccupo di nascondere; giorno dopo giorno, segreti e immagini piene di significato, buone o cattive, sono lì per tutti noi con gli occhi chiusi. Personalmente non ho mai guardato i miei volti da una prospettiva più psicologica, ma più come un tratto distintivo del mio stile. Mi piace l’idea che chi guarda le mie opere possa immaginare indipendentemente il volto completo, quale emozione potrà entrare in gioco una volta concluso. In altre opere il volto è nascosto dai colori, è tutto legato all’interpretazione personale. 
Mi piace particolarmente questa citazione di Cicerone usata da qualcuno che segue il mio lavoro: il viso è un’immagine della mente come gli occhi sono i suoi interpreti.

R. C. – Sei venuto in Italia la scorsa estate, raccontaci cosa ti ha colpito dell’arte italiana e quali artisti italiani hai conosciuto che più ti hanno colpito. 

G. B. – Tutti sanno quanto l’Italia sia famosa per la sua arte a prescindere dalle forme che prende. Sicuramente i miei interessi si concentrano sui pittori moderni e ultimamente mi sono soffermato sulle opere di Tom Porta, Pier Toffoletti e Danilo Martinis – e sono sta davvero fortunato perché ho potuto ammirare le loro opere a San Gimignano. Credo di avere un’affinità con questi artisti, per la scelta di soggetti e uso della tecnica. 

La mia visita in Toscana nel 2018 è stata davvero un viaggio educativo per me. Adoro come gli italiani siano aperti con l’arte accettando forme davvero innovative. Lo stile astratto in Europa sembra non essere messo da parte, ma accettato come forma d’arte di valore.


Giles Barwick doesn’t think, he creates

Interview by Rossana Calbi and Costanza Tagliaferri

An overlay of colours, each layer is a Giles’ layer of thought, revealed by the colour itself. The artist from Bristol was born in the former Yugoslavia, in Pula, Croatia. We don’t have to explain the reasons why he arrived in Great Britain during his childhood, as you can see them in any gradient interwined with the others to create new patterns where we can find a new identity, a new future. We have seen in him gentleness mixed with refined chaos. We have seen in him the oxymoron. After many exhibitions in Great Britain, we caught him to make him know Italy, that now he loves and wants to come back to soon.

C. T. – Could you tell us how did you decide to work as an artist?

G.B. – Becoming an artist was not a deliberate choice… it presented itself as an option. Drawing and sketching came naturally to me but became a more salutary pursuit as a result of constant ill health from a teenager. It provided distraction and therapy during long periods of hospitalisation. Later, a short but intensive Art Course provided encouragement and helped me gain confidence to apply to study a Fine Art Course. A successful outcome convinced me that I had something to say on canvas. At last it felt as if I had turned something negative into something positive.

R. C. – You are often working with particular techniques. How do you proceed to develop your projects?

G.B. – My techniques developed from observation, and the appreciation of the artistic approach of other artists. At University, I began to experiment with various mixed media in order to see what the outcomes would be; this is something I continue to do, which means I am learning all the time. My painting depends on the moment, choosing the right time, that is, when inspiration takes hold – I like things ‘to happen’; I am not so innovative with style or colour if think too hard about what I am doing.  My whole ethos is “ don’t think, just do”. If the initial outcome does not please me then I white wash the image and start again. The process can be slow – I use layering and on occasions this can mean taking a section back to re-do until I am satisfied. A quote by Jackson Pollock appeals to me:- The painting has a life of it’s own. I try to let it come through”. This is what I endeavour to do; let my canvas speak for me.

C. T. – Painting with closed eyes, in your abstract painting are often emerging expressive faces. Are these faces coming from your emotions or your personal experience?

G.B. – Creating the image of a face was the result of artistic doodling, repeated pencil sketches; nothing more than achieving correct dimensions to begin with. It was not until I began incorporating faces – female faces – into my art work that assumptions began to be made. Were the depictions of faces with eyes closed or even obliterated seen as a connection with my condition – Crohn’s Disease, still present, unseen by others and hidden from sight by me; from day to day many secrets and meaningful images, good and bad are there for us all behind our closed eyes. Personally I have not consciously considered my faces from a psychological aspect, more as a signature element to my art.  I enjoy the thought the that those who view my paintings can imagine how the complete face might look, what emotion might be involved if it were complete. In the less obvious canvasses is there a face there at all hidden within the swirls of colour and design? It is all to do with personal interpretation. I like the quote I was given by someone who follows my work – “ the face is a picture of the mind as the eyes are its interpreter” (Cicero).


R. C. – Last summer you were in Italy. What did you like of Italian art and which artists have captured you attention most?

G.B. – Everyone knows how famous Italy is for its art whatever form it takes. My interests of course encompass the modern painters and lately I have come across such artists as Tom Porta, Pier Toffoletti and Danilo Martinis and was lucky to view some of their work in San Gimignano. I have an affinity with these people, such is their subject matter and use of media.

My visit to Tuscany 2018 was truly an education for me. I love the way the Italians embrace art and accept some really innovative forms of it. Abstract styles in Europe it seems are not simply dismissed but accepted as a worthwhile and desirable art form.