Il ritmo di Marco Corona

intervista di Rossana Calbi

Ha amato Frida tanto da dedicarle una biografia raccontata due volte, con l’artista messicana ha condiviso il dolore di un’operazione alla colonna vertebrale. Il suo sguardo è parossistico e si muove per contrasti, Marco Corona si rivolge con un fare inconsulto su diversi aspetti, il suo lavoro è sicuramente tra i più rappresentativi del fumetto italiano degli ultimi vent’anni, mi stupisco sempre che le sue visioni così cupe e profonde siano comunque arrivate a essere pubblicate da case editrici mainstream, Rizzoli, e per fortuna, aggiungo. Il miglior autore unico, per LuccaComics del 2008, non conforta, è stigmatico e nei suoi lavori possiamo ritrovare quella struttura artistica che Robert Willims definiva lowbrow art e che qui in Italia nelle gallerie d’arte è entrato con un fare laccato. L’arte di Corona non è per nulla perlescente, illustra un conflitto senza cercare pace nel movimento e nel colore, è concreta irritazione. Del resto è uno dei protagonisti del progetto Stigma, con cui sta presentando Il viaggio che in preorder era accomunato allo spillato To Hell: una continua inquietudine che ti spinge a non dormire la notte rimanendo con gli occhi spalancati fino a quando i contorni più assurdi diventano reali.

Pinocchio e Satana, il tratto di un artista può essere così eclettico da poter lavorare su tematiche così diverse? Come si riesce a essere compositi nel pensiero?

Pinocchio e Satana sono due modi diversi per visitare l’Inferno dantesco, non ha caso inizialmente volevo fare un Pinocchio to Hell ma ho preferito mantenermi sul solco classico di Collodi e di ripartire dai disegni “poveri” di Mazzanti, il primo illustratore di Pinocchio.  Di questa favola moralista ho cercato gli aspetti più cupi e magici, ma anche il lato etnologico e antropologico mi incuriosiva, meno favolistico e più legato agli ambienti di vita quotidiana, mettendo in rilievo quegli oggetti d’uso quotidiano di una società rurale pre-industriale. Prendendo come modelli quei manufatti, spesso impreziositi da semplici motivi decorativi che duravano più generazioni, ho voluto rendere omaggio alla civiltà contadina e all’ambiente in cui ho vissuto da piccolo e che tanto mi ha suggestionato.

Il tratto si conforma alle esigenze del racconto, del disegno, dell’umore. Le mie intenzioni si piegano al mezzo attraverso un meticoloso e ossessivo studio della tecnica. Almeno ci provo. Disegno quando trovo il tempo, disegno sempre e mi sembra di non disegnare mai abbastanza.

Per La Galaverna, fumetto-favola nordica ho scelto e ho provato diversi stili prima di trovare quello più adatto all’atmosfera di tempo raggelato. 10 anni per trovare lo stile giusto e 8 mesi per disegnarlo.

Quello che tu chiami pensiero composito è il mio normale modo di vedere le cose su diversi piani contemporaneamente. Lo stesso pensiero composito cerco di riprodurlo nei fumetti che faccio, cioè l’idea di vivere in un eterno presente attraversato dalla storia, dalle persone, dalle cose, dal paesaggio che ci scorre accanto immobile, come se dormissimo su di un treno in corsa e ogni tanto sbirciassimo fuori dal finestrino. E poi ci sarebbe la questione del ritmo, delle gallerie e del cielo che improvvisamente ti acceca, fino alla prossima galleria, in un’alternanza che assomiglia tanto ai frame di una pellicola.

La seconda volta che ho visto Roma, mio padre mi ha fatto camminare sotto il sole dalla stazione Termini fino al Colosseo, ero accaldata, avevo le gambe troppo corte e mio padre aveva il passo troppo veloce: pensai che era una città troppo grande e troppo calda e non ci sarei riuscita a stare mai: ci vivo da 14 anni. Tu ci vivresti qui?

Vivo a Roma da 12 anni e ancora mi sembra di non conoscerla.

Sono piemontese figlio di sardi, a Roma ci sto bene ma mi manca l’odore della merda di vacca e la nebbia, il granoturco e il fieno d’estate. Bella Roma, 12 anni.

Che poi tu ci insegni a Roma: presso OfficinaB5. Conosco tantissimi tra i tuoi ex allievi, il tratto di qualcuno di loro lo trovo espressivo e capace di descrivere con poco. Benissimo, adesso senza nessuna diplomazia, mi dici qualcuno dei tuoi preferiti.
Ci ho insegnato e forse ci insegnerò ancora nonostante non credo di essere un buon insegnate, ma forse mi sbaglio, dovresti chiederlo ai miei ex allievi ma temo che mi darebbero ragione. Con alcuni di loro siamo diventati amici e molti di loro sono diventati dei draghi del disegno, ma se devo fare un nome, dico Elisa Lipizzi.

@rossanacalbi