Alla ricerca dell’uomo e della sua arroganza: i Res Extensa

di Rossana Calbi

Ciò che vediamo è ciò che produciamo nella nostra testa o una realtà tangibile? Non sto iniziando a raccontare la trilogia di Matrix, ma mi limito alla realtà sintetizzata dal duo artistico formato da Nicola Porcu e Ale Porro, una realtà traslata finta e speculare alla nostra. L’espressione cartesiana è la sintesi del programma del duo, che si può riassumere nell’obiettivo di rappresentare quello stiamo perdendo: noi stessi e ciò che ci circonda. I due artisti si sono chiusi in un paradigma: uno spazio sociale occupato e vuoto, bardato in una sintesi apocalittica si è espresso in un progetto creato in questo periodo di chiusura e paura, la pandemia.
Il video, girato dai videomaker di Codec 99, arriva al grande pubblico grazie a YouTube, e dal 5 gennaio è il suono martellante di chi va alla ricerca di uno spazio espressivo e non lo trova se non in un luogo abbandonato. Qui la natura è solo riflessa non più vissuta: come un’opera d’arte totalmente immaginifica e frutto di un’elucubrazione mentale, di un cogito che sa creare bellezza e distruzione.

Avreste dovuto presentare un’altra installazione, ma prevedeva altri spazi e altri racconti, la realtà cambia e cambia anche l’arte perché l’arte deve avere una visione sul presente e sul futuro: la visione è fondamentale.
C’è un filo conduttore tra Face of Nature e Hybris: Where Is the Man?

Certo, il filo conduttore è la natura e, soprattutto, il rapporto conflittuale tra questa e l’uomo. In Face of Nature parlavamo, attraverso i video prodotti da Nicola Porcu di Codec 99, dell’inquinamento dell’aria e delle acque, della produzione di armi, dell’eccessivo consumo di alimenti spazzatura, dei tanti modi in cui stiamo distruggendo il mondo che abitiamo. Proprio nella progettazione di quel lavoro era nata l’idea di fonderci con i video proiettati durante le nostre performance live, scomparendo nelle immagini.

In Hybris: Where Is the Man? la fusione con le immagini continua, ma si aggiungono due elementi fondamentali: la proiezione in un futuro immediatamente successivo alla morte dell’ultimo uomo, dove rimangono le cose, più o meno in buone condizioni, poco prima che vengano divorate dalla natura, in una sorta di vendetta consumata fredda; e la presenza/assenza di un pubblico fatto di specchi, che non fanno altro che specchiare l’immagine dell’artista per restituirla a nessun altro se non a se stesso. Questa è anche la condizione che vive ora chi, fino a poco tempo fa, si esibiva davanti a un pubblico

Uno spazio occupato e ricostituito, delle realtà dei centri sociali occupati e delle loro attività ferme in questo periodo storico non se ne è parlato per nulla. Perché avete scelto il SOS Fornace di Rho?

Siamo legati al centro sociale SOS Fornace di Rho, che ci ha dato in più occasioni modo di mettere in atto idee creative, artistiche e musicali. È successo anche attraverso l’etichetta che ci produce, Doremind, che ha potuto produrre presso la Fornace di Rho, oltre al lavoro dei Res Extensa, anche quello di altri gruppi come Manamanà e Sacred Roots. Il consumo di suolo è uno dei più grandi problemi delle zone che abitiamo, e l’altra faccia del consumo di suolo è l’abbandono degli spazi che una volta erano dedicati all’industria, che vengono ora lasciati nella più totale decadenza. Pensiamo perciò che sia fondamentale parlare di questi spazi che restituiscono edifici fatiscenti alla possibilità di creare cultura.

Qual è il concetto di hybris che ripetete con le immagini e accompagnate in modo ridondante con la musica, e quali sono le differenze la ὕβϱις di matrice classica? L’uomo non riesce proprio a stare al suo posto, a rispettare chi lo circonda: l’umanità, la natura, la divinità?

Hybris per noi è l’arroganza dell’essere umano, che non si limita a vivere in armonia con la natura, ma cerca invece di asservirla ai propri bisogni, anche quelli meno autentici, e infine di schiacciarla e umiliarla, plasmandola in modo spesso grottesco. Ma quella dell’uomo è una guerra persa, basta vedere quello che può fare un minuscolo virus, per capirlo. Se potesse parlare, il pianeta, la natura, forse in un’epoca post-umana potrebbe chiedersi, ironicamente, dov’è l’uomo? Dov’è quel microbo che pensava di poter vivere senza di me? Where Is the Man?

@rossanacalbi