Nina e i fiori: ci si abbona alla bellezza


di Rossana Calbi


fotografie di Francesca Angrisano


Roma si nasconde, non si palesa sui social con migliaia di follower, né si commercializza con foto accattivanti, Roma sa e non ha bisogno di dire troppo, forse dice troppo poco e bisogna scoprire le mani che continuano a renderla bella con uno sguardo che deve essere sempre attento. Quando mi arrendo al degrado e mi altero per la mancanza di sostengo al bello, incontro qualcuno che ha quelle mani. Nina e i fiori è un brand romano che ha le radici in Puglia. Nina è un desiderio e un ricordo che unisce due architetti: Roberta Pellegrino e Michelangelo Costabile, un omaggio al papà di Roberta, architetta paesaggista che diciott’anni fa si è trasferita a Roma per studiare e da allora ha costruito qui la sua vita donando alla sua nuova città una costante ricerca nella bellezza.
Nina adesso ha anche mani e piedi, è la figlia dei due floral designer, e vive nel quartiere più vivo della città: il Pigneto. È qui che si trova anche il grande laboratorio, nascosto tra i locali più vivi di quartiere di Roma Est e continua a esplodere di colori nonostante la pandemia, nonostante la cementificazione, nonostante lo smarrimento.
I due creativi hanno voluto consegnare al loro quartiere un abbonamento mensile con fiori rigorosamente di stagione: quattro mazzolini costruiti con una semplicità che è solo apparente perché per rifarsi alla natura devi organizzare tutto con un ingegno che è superiore alla comune comprensione. I mazzolini di Nina e i fiori sono un incontro con colori in una collocazione semplice, di quella semplicità che si riesce a ottenere solo quando si sono ripuliti i pensieri da tutti gli orpelli, per questo i mazzolini, come gli allestimenti di Nina e fiori, sono fermi in un tempo che ci dà serenità.
Una geometria ispirata alla trasparenza quella che mi ha spiegato Roberta accogliendomi nel suo incredibile spazio.


Venerdì fiori
, perché dopo aver mangiato gli gnocchi di giovedì: apriamo le finestre e diamo spazio al colore. E quanto c’è bisogno di natura in un quartiere come il Pigneto? Un quartiere incredibilmente attivo dal punto di vista artistico e culturale e poco rispetto alla natura antropica. Mi riferisco alla recente cementizzazione di via del Pigneto, poco prima di via Fanfulla da Lodi, la tua via, un rifiuto del verde che personalmente mi ha procurato una grossa destabilizzazione e poi ho conosciuto te, il mondo ha voluto regalarmi un po’ di sollievo. Tu che sei un architetto paesaggista cosa pensi della dimenticanza del verde nelle zone più frequentate della Capitale?

È solo un aspetto della dimenticanza principale di questa città: la necessità del bello, in tutte le sue forme. Questa città ha dimenticato cosa significhi circondarsi di bellezza, trascura un bisogno necessario. Le aree verdi non sono che un aspetto di questo andare alla deriva. Lo stesso vallo ferroviario, qui nel quartiere, ne è un esempio: sono decenni, basta verificare il piano regolatore, che si aspetta la progettazione di un parco sopraelevato, un progetto che avrebbe potuto avere un respiro internazionale, poteva essere un esperimento contemporaneo, una nuova concezione di “parco urbano” una High Line in chiave romana, e invece anche lì assisteremo a una banalissima riorganizzazione di scambi ferroviari, con una manciata di panchine e qualche cespuglio, se tutto va bene.

L’High Line è un progetto di riqualificazione urbana che ha interessato la città di New York nell’ultimo decennio, un progetto che ha ridefinito il paesaggio di un pezzo di città, attraverso canoni estetici ed ecologici nuovi, insomma concetti che qui a Roma (e in tutta Italia) sono lontani anni luce.

Li chiami sempre mazzolini, perché sei abituata a creare degli incredibili bouquet per sposte sofisticate ed elegantissime, e infatti anche in queste piccole raccolte, io ho visto ricercatezza e gusto. Quali sono le tue regole per costruire un mazzo di fiori che sia emozionante?

Uno degli aspetti più importanti che curo nella selezione floreale di una composizione piccola o grande che sia è la scelta del greenery, ossia tutto quello che viene considerato fogliame. Il fogliame è l’ingrediente fondamentale che distingue lo stile compositivo che uso, che possiamo definire organico, da uno stile più tradizionalista o come viene definito in gergo tradizionalista appunto, formale. Senza il fogliame, propriamente scelto, i fiori benché pregiati e ricercati, perdono organicità, sento che non riescono a rimandare a un immaginario di natura, che invece è il fine ultimo di ogni mia composizione.

Nel nostro primo incontro telefonico abbiamo parlato della donna incredibile che è stata Constance Spry, nel tuo laboratorio mi hai raccontato di Mary Lennox, che io non conoscevo e che ha acceso mille luci nel mio immaginario. Quali sono le visioni che ti hanno creato queste due donne?

A essere sincera, quando mi sono “avventurata” nel mondo del fiore reciso, non le conoscevo. L’artista che decretò il mio innamoramento, più che altro fece sì che si palesasse, è stata Sarah Ryhanen di SAIPUA, di New York. Ricordo di averla scoperta per puro caso, nei miei viaggi in Internet, all’epoca fra un blog e un altro. Guardando le sue composizioni floreali, mi sono sentita sopraffatta da tanta bellezza: una bellezza selvaggia, disordinata, sublime. Ho sentito un senso di apertura, un modo del tutto nuovo di guardare ai fiori, il modo in cui lei li accostava li rendeva se possibile ancora più belli, più affascinanti, era come se mondi fino ad allora separati nel mio immaginario, si contaminassero: erbe, rami secchi, ortaggi, fiori pregiati e infiorescenze di campo. Insomma un mondo a me del tutto sconosciuto, di suggestioni e sensazioni che mi lasciavano interdetta. Allora mi sono detta, devo provarci anch’io. Poi studiando, ho conosciuto Constance Spry e ho capito che la bellezza che creava Sarah veniva da lì, da quel linguaggio, da una visione olistica della natura che accosta elementi selvatici a quelli più domestici e ne ribalta il ruolo compositivo.

Mary Lennox invece è una visionaria, lei sta scrivendo un linguaggio del tutto contemporaneo, un modo nuovo di operare nel campo del floral design.

Mary Lennox riesce a bilanciare l’uso del fiore come strumento di design, evitando però che perda la sua essenza di naturalezza, un talento tutto nuovo, che mi sorprende ogni volta.

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