Stefania Santarcangelo e la sua ricerca dello stupore

di Rossana Calbi

Stefania Santarcangelo è una delle artiste italiane attratte dalla poliedricità berlinese, conosco moltissimi artisti che hanno cercato e trovato nella Capitale tedesca quel movimento continuo necessario anche solo per muoversi di inerzia. Già Lecco la sua città natale le è stata stretta da subito, dopo un primo percorso da autodidatta, ha iniziato un suo percorso formativo a Milano dove, alla manualità acquisita nel tempo, ha aggiunto la competenza tecnica che nel 2010 le fa vincere il primo premio al concorso internazionale d’arte digitale Ventipertrenta. Nelle sue numerose esposizioni, le opere presentate, anche al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano e il Zeiss- Großplanetarium di Berlino, combinano diverse tecniche dimostrando una incapacità alla staticità: Stefania sembra voler fermare il momento, in realtà sta narrando già una variazione, che non tende neanche alla stabilizzazione, ma all’etereo.

La tua nuova sfida: i diorami. Come sei arrivata a questo tipo di narrazione?

Approfittando dei momenti di raccoglimento ricavati dalle limitazioni imposte nel 2020, mi sono concessa il tempo e lo spazio di riprendere in mano alcuni disegni realizzati in precedenza, sottoponendoli a un irreversibile cambio di prospettiva.

Con questi compagni tra le mani e la grande passione per i libri animati, mi sono avventurata verso la terza dimensione, esplorandola nel modo in cui sognavo di fare da anni.

Ho traslato sul piano materiale l’urgenza di guardare attraverso le mie opere con profondità, immergendomi a capofitto nello studio dei meccanismi di movimento e sospensione della carta.

Dopo aver acquisito confidenza con la parte tecnica e presa consapevolezza delle doti narrative e comunicative di questo nuovo mezzo a disposizione, ho introdotto progressivamente elementi e combinazioni utili alle mie esigenze comunicative.

Ho osservato con attenta curiosità le sfumature caratteriali di un’opera che ti viene incontro, si avvicina con dolcezza e impertinenza, imponendo lei stessa su quali livelli accedere con chiarezza e su quali altri stimolare l’indagine.

Dal punto di vista stilistico ho scelto di perdermi tra le ombre di una vegetazione incantata, a tratti totalizzante, nella quale forme animali si incastrano con naturalezza, bisbigliando un messaggio segreto a chi sa concedersi meraviglia.

Ad esempio nell’opera The Acorn Theory (titolo tratto dalla teoria della ghianda di James Hillman) un colibrì aleggia intorno alla regina del punto di fuga, la ghianda, un tesoro da proteggere, già detentrice di tutto il potenziale della quercia, portavoce di unicità e vocazione dell’essere umano.

Al confine tra un racconto animato, una scenografia tridimensionale e un pop-up, l’opera intraprende un viaggio a ritroso nel tempo, si riprende la finalità divinatoria ed entra in risonanza coi piani di coscienza più incontaminati, ricchi di un buio in cui sosta la magia che ci appartiene.

I tuoi protagonisti a volte sembrano dormienti oppure protagonisti di sogni. Quest’aurea incantata come viene costruita razionalmente, logisticamente e quindi artisticamente? 

I miei protagonisti sono sempre coinvolti in un viaggio interiore, si perdono nel senza tempo per poi ritrovarsi profondamente connessi all’Universo. Viene da sé un’atmosfera eterea, dove la figura femminile condivide i contorni con l’essenziale e resta sospesa tra le infinite possibilità di un sogno.
Gli elementi presenti all’interno delle opere seguono fedelmente i miei interessi nei confronti dell’animo umano, sia esso incastrato tra i meccanismi della mente, impegnati in un viaggio alla ricerca della verità o giunti alle porte della trasformazione spirituale.

Una volta integrati gli argomenti a livello teorico, mi faccio strumento e depongo grande fiducia nel flusso di lavoro spontaneo. Vivo questo momento in uno stato meditativo, con lo scopo di accedere il più possibile a un’esperienza collettiva, dai codici universalmente riconoscibili.

Spesso ho lasciato all’istinto il compito di scegliere tecniche e supporti, restando in ascolto della risonanza con le corde più profonde delle mie intenzioni.

Col tempo, attraverso la padronanza della sintesi, ho catturato il meglio delle mie esperienze per manifestare un delicato incontro tra metallo, carta, pittura, fotografia e arte digitale.

A oggi, i lavori a tecnica mista sono quelli che maggiormente incontrano le mie esigenze espressive. La costruzione è su molti punti attenta, metodica e sia avvale di vari passaggi, ma l’anima comunicativa resta appannaggio dell’intervento finale, dove concedo all’intuito di stupirmi ancora una volta.

Nel mio ultimo progetto 12 Archetipi, 12 opere dialogano tra loro all’unisono e si nutrono vicendevolmente di una stretta coerenza narrativa, stilistica e tecnica. Queste 12 tappe del Viaggio dell’Eroe vivono indivisibilmente, riflettono la forza di un approccio esteticamente organizzato e tramite esso diffondono la saggezza di ogni personaggio-guida, tanto da diventare carte oracolari. Il senso di completezza e integrità che ho avvertito attraverso questo lavoro gettano le basi per l’evoluzione progettuale del mio futuro artistico, dove a restarmi imprescindibilmente alleato resterà sempre la nota personale ma sottilmente condivisibile dell’incanto.

@stefaniasantarcangelo

@rossanacalbi