I segni di Ombretta Gamberale


intervista di Rossana Calbi

Sono anni che visito gallerie private e spazi underground dove scopro visioni, e dopo tante passeggiate, vernissage, appuntamenti e preview, mi sono convinta di aver visto tutto, di dover attendere le nuove leve e invece no! Perché Roma sa nascondere bene, troppo bene con la molteplicità dei suoi aspetti, la sua enormità, custodisce nelle corti o nei sottoscala, in zone periferiche, lontane dal centro ormai senza più neanche i turisti, spazi che puoi conoscere anche bene, ma poi riescono a stupirti.

Ombretta Gamberale è stata uno degli ultimi artisti a suscitare la mia curiosità, la sua è una progettualità matura, ricercata ed elegante: nella mostra natalizia presso la Up Urban Prospective Factory a cura di Marta Di Meglio, Christmas Up, ho incontrato il suo lavoro su un’umanità tratteggiata confinata tra barriere che costituiscono dei limiti causati dall’interno e dal terrore.

È stato il nostro primo incontro e successivamente il suo lavoro sull’eros, presentato di recente, sempre in opere di piccolo formato, per la mostra L’amour toujours première partie, mi ha permesso di visionare l’inizio di un progetto, un incipit su cui l’artista disegna un incontro, il sesso, e le sue convulsioni empatiche e sentimentali. Uno studio corporale che si struttura su tecniche antiche che si sviluppano in un luogo che è una congerie di animi legati all’arte nella zona industriale di Casal Bertone: Galla Placidia 194.

Uno studio che condividi con altri undici artisti. 
Raccontaci Galla Placidia. 

Galla Placidia 194 è uno spazio caratterizzato da ex capannoni industriali, stalle, hangar trasformati nel tempo in studi di artista. Qui convivono diverse realtà che si distinguono per tecniche e approcci creativi differenti dalla pittura, incisione, illustrazione, installazione, al muralismo. Il primo momento di trasformazione di questi spazi è avvenuto negli anni ‘90 grazie all’artista Paolo Picozza e al suo desiderio di creare un luogo di condivisione e collaborazione che chiamava il “cortile delle arti”. Il progetto è stato poi portato avanti dopo la sua scomparsa dalla volontà della sorella, Maria Pia Picozza e da altri artisti a lui vicini. Io sono entrata cinque anni fa nel primo capannone dove siamo in sei. È un open space spartano e ho la fortuna di poter usare un torchio messo a disposizione da una delle artiste per tutti noi. Ognuno porta avanti il suo lavoro singolarmente, ma c’è sempre una sorta di confronto e relazione anche nel non detto. Inevitabilmente conosciamo più o meno i lavori di tutti e ovviamente c’è la condivisione di spazi comuni come il giardino o la cucina. Mi piacerebbe che fosse un posto più conosciuto nella realtà romana, dove venire a vedere i processi creativi di ognuno.

Il teatro e il lavoro sull’umanità delle tue opere che elabori con tecniche molto antiche e semisconosciute. 
In un progetto espositivo presso la Up Urban Prospective Gallery di Roma, dopo la tua partecipazione a Rome Art Week, hai presentato sei lavori realizzati con la morsura. In cosa consiste questa tecnica e quale altre usi?

Io ho una formazione universitaria legata al mondo del teatro e della danza. Sono laureata in teatro-danza ed è una passione che mi accompagna sempre. Ho lavorato nel mondo teatrale in ambito organizzativo e per un periodo breve ho anche seguito un laboratorio che mi ha portato alla realizzazione di performance. In questo laboratorio il mio interesse si è andato sempre più a soffermare sulla fissità dell’immagine corporea e l’intensità della presenza, che a mio avviso si sono riversate in maniera inconsapevole nell’arte visiva; il mio lavoro anche se in maniera a oggi impercettibile credo ne sia influenzato. Nelle mie opere c’è una certa fissità e il movimento mi sembra sia dato da dettagli emotivi. Importante è il gesto che si fa segno, il racconto e l’emozione da cui nascono. Tutto ciò credo sia visibile sia nel lavoro TOUCH ME (in-cubo) frammenti di quarantena, lavoro presentato a Roma Art Week. Lavoro completamente diverso legato a delle immagini, ma che tengo a dire non è un lavoro fotografico. Qui l’emozione mi ha guidato alla realizzazione di un racconto personale ed esperenziale divenuto poi installazione, all’interno della quale non a caso ho utilizzato un sonoro che immergesse lo spettatore ancor più in una sfera emotiva.

Nelle opere presentate all’Up Urban Prospective Gallery di Roma ho voluto unire la tecnica grafica del disegno con la tecnica dell’incisione e in alcuni casi ho utilizzato il filo cucito. L’incisione in questo frangente non l’ho usata nella sua forma canonica come un’acquaforte, una cera molle o un’acquatinta. Volevo un fondo materico, grafico, che parlasse, che interagisse e che avesse dunque un suo peso specifico; per questo ho scelto la morsura aperta che consiste nel passare in maniera casuale un composto di bitume e cera su una lastra di zinco o di rame. Il composto in genere per la tecnica dell’acquaforte protegge la lastra dove non è incisa con la punta, invece in questo caso lascerà degli spazi che verranno mangiati dall’acido una volta che la lastra ne sia immersa; e a seconda dei chiari e dei scuri che si vogliono ottenere verranno fatti più o meno bagni, ovvero le cosiddette morsure. Per questo si definisce “aperta”. Una volta definito questo passaggio si ottiene una matrice che verrà inchiostrata e stampata con il torchio e che sarà ripetibile, ma mai uguale. Inoltre ho giocato con delle riserve e con delle doppie battute sotto al torchio o con delle battute scariche, tanto da variare nell’opera l’intenzione del racconto. È un lavoro molto artigianale, fatto di pazienza e d’imprevedibilità, legato molto alla materia. Bisogna sapersi adattare, a volte non è possibile ripetere la stampa esattamente uguale come accade nell’acquaforte.

Le tecniche che uso sono molto grafiche per cui parto da disegno a china e incisione su carta, dove il segno, nel senso più ampio del termine, è fondamentale e spesso funzionale al racconto.  Amo molto la carta come supporto: carta antica, carta cotone, carta molto leggera o molto pesante, carta fatta a mano ecc. ma non necessariamente vorrò fermarmi qua. Il segno potrebbe cambiare connotati. Altro elemento che uso è il filo rosso che è anche la parte più materiale dell’opera, e a mio avviso, il suo fondo, la sua essenza, il racconto emotivo, quell’elemento che a volte può dare la chiave di lettura, come un evidenziatore. Il mio lavoro dunque essendo molto spesso legato più all’esigenza del racconto emotivo o concettuale non necessariamente usa sempre lo stesso linguaggio, la riconoscibilità è data piuttosto più dalla volontà di lasciare segni.

@o.gmb_ombrettagamberale


@rossanacalbi