Un DITO può guidare una rivoluzione

intervista di Rossana Calbi


«Ogni icona è una rivoluzione».

I ragazzi di DITO si spiegano con questa citazione del prete ortodosso Pavel Aleksandrovič Florenskij.
È molto semplice il lavoro che fanno: usano i progetto fotografici per delineare le immagini. Martha Micali e Klim Kutsevskyy hanno scelto di individuare un quadro ben preciso in cui presentare un lavoro coraggioso: quello fotografico. Questa giovane casa editrice romana presenta scatti che si riappropriano di un concetto, lo esplicano, lo spiegano e lo sollecitano. In una devoluzione artistica in cui le immagini ci riflettono e ci soffocano, il panorama rivelato nei volumi di DITO è differente: si basa sul concetto e sul pensiero. L’invito è quello di riscoprire gli archetipi, di comprenderli e capire come questi guidino i nostri stessi occhi. L’iter non parte da ciò che vediamo ma dal perché lo stiamo vedendo, e la stessa domanda ci lascia spiazzati. La prospettiva che ci si apre davanti si sviluppa sugli ossimori, in un contrasto che non risulta mai violento perché descrive solo le sfaccettature non di più visioni, ma di un’unica proiezione che si dipana in modo molteplice e caledoiscopico. La realtà stessa diventa il nostro simbolo, non qualcosa di lontano e oggetto di studio semantico: è immediata, si sfoglia, si comprende e ci appartiene; questo è rivoluzionario. Sentirsi vicini a ciò che guardiamo ci permette di sentire e di spiegarci, ed è il fondamento di una buona comunicazione.

l due fondatori della casa editrice, che presenterà a breve nel buio più acceso di Klim Kutsevskyy e LOSING CONTROL Giulio Bensasson, ci raccontano ogni dettaglio delle loro pagine dalla scelta autoriale a quella estetica, in una costruzione olistica che si distacca dalle forme precostituite da un algoritmo per ricondurci in uno spazio più personale in cui ci scopriamo capaci di guardare l’altro.

Una casa editrice nuova che si occupa di fotografia e studia e ragiona molto sulla stampa. Quali sono le tecniche che preferite e quali utilizzerete a breve?
La cosa che ci interessa di più è la valorizzazione del lavoro fotografico e/o visuale dell’autore. Ci interessa che il libro sia l’espressione del suo linguaggio e che faccia emergere la sua singolarità. Da questo presupposto nascono le riflessioni su come sviluppare ogni progetto.Ci direzioniamo in un movimento opposto alla standardizzazione.
Questo per noi ha una valenza sia formale che politica. Non possiamo non considerare la scena più ampia in cui ci inseriamo e ci sono esempi di editori che lavorano in questa direzione, ed è di fatto quello che ci piace di più conoscere e osservare, e sono anche i libri che decidiamo di comprare per noi. Abbiamo quindi semplicemente deciso di seguire un’inclinazione personale.
Ci interessa la complessità e crediamo vada espressa, ogni artista ha un suo carico personale di esperienze e di visioni, non potremmo prescindere da quelle.
Il discorso tecnico segue a questo concettuale appena dichiarato. Riguarda la stampa ma, in generale, tutto lo sviluppo del libro, quindi, soprattutto, il suo design.Dalla scelta della carta a quella di una copertina flessibile o rigida, dalla scelta dei colori e del font, al posizionamento delle immagini e di tutti gli altri apparati, testuali o visuali. Tutto concorre alla costruzione del libro.
La scelta di trovare la soluzione migliore per valorizzare ogni progetto ci ha portati, in modo consequenziale, a trovare come partner tecnico un’azienda indipendente, sganciata da grosse produzioni, e quindi da un’idea ripetitiva del lavoro. La Legatoria, che ha sede a San Lorenzo (RM), è infatti animata da professionisti che si connotano per un’attenzione artigianale al libro, le rilegature vengono fatte a mano, e sono manuali le lavorazioni sulle copertine, sui cofanetti, e su ogni elemento.
Relazionarci con persone che condividono la nostra visione ha rafforzato l’idea che stessimo prendendo la direzione giusta, e che per quanto difficile, vogliamo portare avanti.
Le persone con cui lavoriamo sono diverse fra loro, le cose che creano hanno caratteristiche diverse, e quindi il libro dev’essere pensato per ognuno di loro. Può venire fuori un libro veloce, immediato, urlante o che arriva subito, o può venire fuori un libro lento, introspettivo, che richiede tempo. Questo ci riporta al valore contemporaneamente formale e politico di DITO e alla possibilità di trattare, nel nostro catalogo, non solo la fotografia in senso stretto, ma i linguaggi visuali nella loro eterogeneità. La fotografia è un punto di partenza per riflettere sull’utilizzo che se ne fa, e anche nell’arte contemporanea, e sulla sua caratteristica di poter essere mezzo per l’Artista.
Abbiamo da subito deciso di integrare nel catalogo della casa editrice una collana di Libri d’Artista e una di Poesia Visiva, uno dei prossimi libri in uscita è un catalogo di mostra. La contemporaneità non può prescindere dalla fotografia e dal suo utilizzo e ci sembra riduttivo parlare di fotografia come fosse una cosa a sé stante e sganciata da tutto il resto, così come ci sembra riduttivo che si parli di pittura, o di scultura. Le tecniche si mescolano, si usano le une con le altre, si sovrappongono, si negano, si rafforzano. Ci poniamo come creatori e interpreti dei linguaggi contemporanei attraverso una forma d’arte antica, che è il comporre un buon libro.
Il libro è personale, è di chi lo sceglie, entra a far parte di un immaginario proprio e di una storia propria. Crediamo quindi che sia tutt’oggi la forma più intima di fruizione dell’arte, che faccia crescere chi lo riceve, che diventi imprescindibile per chi se ne innamora.

La costruzione del vostro progetto editoriale e fotografico si sviluppa secondo quali indicazioni editoriali?
Una delle missioni di DITO Publishing è quella di ricostituire il ruolo dell’editore come protagonista della vita culturale e artistica. I lavori che scegliamo sono lavori che ci fanno innamorare e ogni libro per noi deve essere l’incontro fra più desideri. L’artista deve desiderare il libro pubblicato e noi, in quanto editori, dobbiamo desiderare che il suo lavoro prenda questa o quell’altra forma.
La linea che abbiamo scelto, come prosecuzione naturale del nostro lavoro di autori, è improntata sulla forte sperimentazione, sul mescolamento, e sul forzare dei canoni. Sul non dare per scontato che la fotografia sia qualcosa di definito. Difatti la fotografia oggi è portatrice di una flessibilità e di una eterogeneità incredibile, e vogliamo creare terreno per darle spazio nelle sue diverse declinazioni.

@dito.publishing

@rossanacalbi