Pierfilippo Gatti e i suoi riferimenti


di Rossana Calbi

Alla fine di una residenza d’artista dopo mille chiacchiere, consigli, riflessioni, Federica Poletti mi dice: guarda questo ha artista, l’ho avuto in laboratorio, lui è proprio bravo.
Me lo dice come se la mia attenzione fosse troppo diversificata e distratta, me lo dice con un fare perentorio di chi sa che mi sta dando il migliore dei consigli. E io, che memorizzo più di quanto sembri, o scelgo di ricordare ciò che devo, questo nome me lo segno e lo seguo da allora in ogni suo passo trovando incredibile il fatto che oggi Piefilippo Gatti abbia solo 23 anni. Non è la tecnica che mi stupisce, anche se c’è ed è tanta, l’Accademia di Brera dove si è laureato ha compiuto il suo lavoro, ma è lo sguardo antico e contemporaneo che riesce ad avere. Le sue opere sono leggibili oggi ma lo sarebbero state anche ieri, e lo saranno anche domani, perché riescono a raccontare in modo pulito i limiti umani e lo fanno senza eccessi con una pulizia e un rigore che si accompagnano a una mano educata. La sua analisi sulla figura in realtà è sull’essenza della carnalità e si perde nel bianco, evolvendosi in progetti più astratti e materici. Ho cercato in queste domande di scandagliare ogni suo riferimento, perché capire il suo fare è capire parte di ciò che amo.

Il tuo lavoro coniuga una forte visione contemporanea e la tecnica pura e pulita. La pulizia è proprio il tuo riferimento maggiore a mio dire. Qual è la tua idea di arte e ancora di più di cultura?

Penso che sia arte ogni ricerca che viene portata avanti ad alti livelli e non mi riferisco a status o gerarchie ma alla serietà e alla profondità dei mezzi impiegati. Vedo e imparo arte ovunque, non solo dentro l’accademia o nelle gallerie, anzi, ritengo giusto ispirarsi ad altre discipline che non si sono lasciate ingannare da facili scorciatoie. Credo che sia tutto molto più connesso di come ci appare, basta collegare i puntini, fare un passo indietro e osservare; quel che resta è arte. I miei interessi, proprio per questa ragione, sono vari e sfruttando la non-specificità del ruolo dell’artista leggo qualsiasi cosa, è un metodo d’apprendimento di cui sono debitore alla professoressa Letizia Cariello. Mi ha trasmesso un modo di studiare più polmonare che mi ha permesso negli anni di leggere Caterina da Siena come Antonio Damasio, in altre parole mi ha insegnato ad andare in bici e da lì in poi ho pedalato con qualunque mezzo.

Cos’è incompiutezza in un lavoro artistico? E qual è la tua visione della Pietà Rondanini?

Credo che l’incompiutezza nell’arte sia una condizione esistenziale che va assunta a priori e che poi si può manifestare negli aspetti formali dell’opera con vari significati. In sostanza però ogni lavoro è incompleto e imperfetto e questo è quello che ti spinge a realizzare quello dopo. Michelangelo in quanto artista e in quanto neoplatonico ha lavorato una vita intera per liberare l’idea dal fardello della materia, la Pietà Rondanini è testimonianza ultima di questa ricerca estrema e infinita.

Hai lavorato con Federica Poletti, artista che conosco molto bene, racconta di lei e di com’è confrontarsi con le sue idee.

Federica mi ha letteralmente insegnato a tenere la matita in mano. È stata la mia prima insegnante quando ho deciso di imparare a disegnare a diciotto anni e  il nostro rapporto si è sviluppato man mano che maturavo come artista e come persona. Mi ha trasmesso tanto e gliene sarò sempre grato, non sapevo niente sull’arte e su come fare arte e aver avuto lei come prima testimonianza mi ha fatto capire cosa significa essere artisti. Pur sviluppando idee diverse col passare del tempo continuiamo a sentirci e continuo a imparare da lei, ha un fuoco dentro che è contagioso, ammiro la sua etica del lavoro e la sua radicalità. Tutti hanno dei maestri, lei è sicuramente uno dei miei.

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