Il Bloomsday di Trieste

di Rossana Calbi

Sala Veruda di Palazzo Costanzi, Trieste, ha ospitato fino all’11 luglio 2021 un progetto espositivo che ha visto in mostra una maschera: Andy Prisney. Di lui si dice che sia molto attivo sui social, ma su IG ha il profilo privato, quindi riesco a seguirlo grazie alle mostre che da anni sviluppa e presenta Nanni Spano, curatore e fotografo, specializzato in arti sceniche. Giovanni, ma ormai questo nome lo usa per i documenti, invade la sua città di adozione, con eventi in cui lega la letteratura alle altre forme di espressione artistica. Nel 2019 con la curatrice Elena Cantori, Nanni manifesta Fake You, la prima mostra personale di un personaggio, di un illustratore, di un grafico: Andy Prisney.
Si tratta solo dell’inizio di un percorso, in cui si innesta Joyce, uno dei vati della città friulana, capoluogo di incroci e innesti culturali in cui, ancora oggi, i primi del secolo scorso sono evidenti nell’architettura e nel modus vivendi. Una città elegante che ospitò James Joyce per quattrodici anni, in cui lo scrittore irlandese crebbe anche artisticamente, e che segnò la sua produzione letteraria. I triestini lo amano quanto lo amò il loro concittadino Aron Hector Schmitz, che fu prima Ettore Samigli e poi Italo Svevo. E in questo continuo giocare con il nome de plume nascono gli pseudonimi e i personaggi che poi si confondono tra di loro facendo perdere i confini di ciò che è inquadrabile come concreto.
Il Bloomsday ne è un esempio: è la creazione di uno spazio fisico, più luoghi anzi, in cui si è mosso personaggio che è letterario, ma che è parte di chi lo ha creato, una manifestazione che attraversa punti concreti ma che parte dalle pagine di un libro tra i più importanti del XX secolo: Ulysses.

Da quanti anni il Bloomsday si festeggia Trieste? Raccontaci qualcosa delle passate edizioni.

Il Bloomsday lo festeggiamo dal 2009, il Museo Joyce ci dà atto che prima del 2009 si può definire la prima edizione del Bloomsday. La nostra associazione, DayDreaming Project, era stata fondata da pochissimo, nel 2007, e Guglielmo Manenti, che è un artista che collabora con noi ormai da oltre quindici anni ci propose di fare il Bloomsday di Joyce. Noi ne sapevamo veramente poco, ma ci piaceva l’idea di combinare arte e letteratura. Joyce era sotto certi aspetti molto ostico da affrontare, mentre Guglielmo aveva le idee molto chiare e siamo partiti con il primo Bloomsday. È stato un evento itinerante per tutta la città: dodici spazi espositivi, la mostra era esclusivamente di Guglielmo Manenti, con una graphic novel con le illustrazioni di tutti i capitoli dell’Ulisse. Fu un grande successo perché coinvolgemmo la Joyce School, il comune ci disse di no perché non aveva fondi, mentre la Joyce School che è molto attiva qui a Trieste, con John McCourt e Erik Schneider, il primo è il rettore, e il secondo è uno dei più grandi esperti di Joyce al mondo, un californiano che vive qui a Trieste, fu molto collaborativa con la nostra idea espositiva. Con il loro supporto si è raccontata anche Città Vecchia (il centro storico di Trieste, n.d.r), Joyce ha vissuto qui a Trieste parecchi anni, per questo si festeggia il Bloomsday. È stato scelto il 16 giugno perché è il giorno in cui è ambientato l’Ulisse: l’epopea di Mr. Bloom, un uomo molto mite e dimesso, in questa epopea che inizia alle 8.00 del mattino e termina la notte. Sono diciotto capitoli. Con chiaro riferimento all’Odissea omerica, un libro molto complesso in cui ogni capitolo di Joyce riporta un capitolo dell’epopea di Ulisse, ci vogliono tutta una serie di chiavi di lettura, ma la cosa importante è che ha codificato il flusso di coscienza, già presente in Dostoevsckij, questa maniera di scrivere senza punteggiatura, che raccoglie i pensieri in modo continuo.
Soprattutto il capitolo finale è totalmente senza punteggiatura in cui ci sono i pensieri di Molly Bloom, che è la moglie di Bloom con chiari riferimenti a Nora Barnacle, la moglie di Joyce. Sono 40-50 pagine odiatissime da Virginia Woolf, che costituiscono una pietra miliare e strausata in letteratura, lo stesso Kerouac scrisse I sotterranei senza punteggiatura, un altro esempio per noi in Italia è Gli invisibili di Nanni Balestrini, che è un flusso di coscienza da parte di uno dei testimoni di quello che fu il fenomeno degli anni Settanta in Italia.

I luoghi di Trieste che oggi che più raccontano Joyce?

Joyce ha vissuto a Trieste un sacco di anni, e ci sono molti aneddoti che sono bellissimi. Quando lui arrivò nel 1904 con la moglie, lasciò la moglie in stazione, aveva come riferimento l’indirizzo di un professore di inglese perché lo aiutasse a trovare casa e mentre cercava il professore, si perse nelle bettole, finì in una rissa e fu arrestato. Non parlando una parola di italiano diceva solo il nome del professore di inglese, che fu chiamato e andò in suo soccorso e da lì andarono a recuperare Nora che era ferma in stazione. Questo dà un po’ il polso di quello che è il personaggio. Ha vissuto in vari posti della città, quindi ci sono dei percorsi molto chiari di quelli che sono le tappe di Joyce: la casa in cui ha abitato in via Bramante, ma soprattutto la zona di Città Vecchia che era una zona molto viva di Trieste, dove c’erano le bettole e i bordelli. Joyce era noto amante dell’alcol e molte volte è stato ripescato ubriaco e riportato a casa. È importante ricordare che ha scritto i primi capitoli dell’Ulisse a Trieste, la città pulsa della presenza dello scrittore, che non è una presenza che rimanda al passato ma è una componente storica che è viva e molto sentita non a caso appunto dal 2009 in poi si festeggia il Bloomsday che è appunto il giorno in cui è ambientato l’Ulisse, ma è anche il giorno in cui James e Nora si sono conosciuti.

Andy Prisney e l’alter ego nella letteratura e nell’arte, quanto è importante usare una maschera?
Questa è una domanda difficilissima perché si può considerare sotto vari punti di vista, rimanendo sull’artista Andy Prisney, l’autore del Bloomsday di quest’anno, vista la collaborazione con il Museo Joyce, quando un paio di anni fa organizzammo una mostra di Andy Prisney, il direttore del museo, Riccardo Cepach, che segue molto le cose che organizziamo con la nostra associazione, vide la mostra, gli piacque molto, e volle proporlo per il Bloomsday del 2020, nel 2020 rimase tutto in stand by per la pandemia, ma pronto per quest’anno, e siamo riusciti appunto nel 2021. Andy Prisney è un personaggio che esiste e non esiste, in questo senso la maschera. Chi è Andy Prisney? Non c’è più la questione dello pseudonimo, ma spiega sotto certi aspetti l’importanza della maschera: la maschera ti dà una sorta di libertà una libertà che permette di esprimerti, lo posso dire anche io che ho un pseudonimo fotografico (Vanni Napso, n.d.r), non sono così nascosto come Andy. Parlando con lui, spiega come ci tiene a scindere in qualche modo una sorta di doppia personalità e si permette delle cose che sotto certi aspetti non si potrebbe permettere. Non è nascondersi, ma è proprio liberarsi di tutta una serie di fardelli che sono convenzioni come la paura del segno grafico, ecco Andy Prisney è la totale libertà del segno. Con una velocità pazzesca e un tratto incredibile, Andy Prisney potrebbe essere ognuno di noi, non è importante chi ci sia dietro, è la parte creativa di ognuno di noi, che in qualche modo è nascosta.

@ddproject2020

@andyprisney

@rossanacalbi