Giovani, musicanti e disoccupati è il libro che racconta cosa sentono i musicisti

di Rossana Calbi

Durante il periodo di chiusura forzata in casa oltre ai farinacei, la musica è stata sicuramente una delle protagoniste assolute,  musica che non era più possibile toccare fisicamente in un concerto e che si ascoltava ad alto volume con appuntamenti cadenzati, con una scelta che mi lasciava perplessa, ancora non ho ben capito cosa c’entrasse il senso patriottico con la situazione pandemica, io mi sono sentita molto globalizzata e poco stretta in un recinto tutelato, e forse questa sensazione di perdita non è stata neanche negativa. Ogni sera portando la mia cagnolina a spasso, allo stesso orario, un vicino di casa in terrazza metteva su Hallelujah nella versione di Jeff Buckley, ogni sera mentre parlavo al telefono per sfuggire alla solitudine in strada, alzavo la mano e lo salutavo. Io che a stento ho presente chi abiti sul mio pianerottolo, tanto son presa da tutte le faccende che devo risolvere, ogni sera, lungo la stessa strada, con la destra tenevo il guinzaglio e con la sinistra alzavo il mattoncino illuminato salutando uno sconosciuto, che con una canzone mi ricordava che avrei dovuto amare il mondo, anche se mi stava crollando addosso. Anche per me, inesperta, e amante del silenzio, la musica ha avuto un effetto importante in quei giorni in cui non vedevo la possibilità di un ritorno alla quotidianità per poi arrivare a capire che avrei voluto ben altro. Ma come si sentiva chi faceva musica? Chi da sempre la materializzava e non poteva che lamentarsi pubblicamente su post sui social che apparivano disconnessi e a volte anche inconcludenti? Quelle sensazioni sono state raccolte in modo organico da Diego Alligatore, l’esperto di musica, scrive da anni per «Smemoranda» e per i due blog L’orto di Elle e Alli e Il Blog dell’Alligatore, ha fatto raccontare progetti e paure agli artisti che in un semplice post sarebbero stati poco incisivi, li ha fatti spiegare in un libro edito da Arcana Edizioni, una casa editrice che racconta la musica. Giovani, musicanti e disoccupati. L’undergound italico nel 2020 è un percorso per nulla lineare, e in ogni sentiero tracciato si ha modo di riconoscere un propria orma, una preoccupazione che diventerà per loro un’ispirazione e per noi una consolazione, perché quando ci si sente compresi non ci sente soli, neanche in un lockdown.

«La musica indipendente italiana è ormai dentro il sistema contro il quale anni fa aveva operato una gloriosa Rivoluzione. Come nella Rivoluzione francese, arriva il potere, è diventata conservatrice». Una chiara sintesi dell’artista italiana Killing Cartisano. Ora, io nell’ambito culturale e sociale, non riesco proprio a pormi in opposizione al concetto letterale di rivoluzione, ma trovo quest’analisi sintetica molto realistica. Tu come la vedevi la musica indie prima della pandemia?

La mia musica indie la vedevo veramente rivoluzionaria, con tutta la confusione, l’anarchia che ha in questa fase storica la Rivoluzione. Il problema è forse relativo all’indie-pop, cioè quella parte di musica indie che nel decennio scorso ha scalato le classifiche, ha preso parte a Sanremo, è riuscita a spodestare i big. Ma nel momento che lo faceva perdeva. Non era più indie, faceva parte del sistema. Questo per dire che la mia musica indie non fa parte del sistema, è ancora pura. Non dico che tutti gli intervistati del mio libro lo siano, e manco le centinaia di intervistati che sono passati sul mio blog nel corso degli ultimi vent’anni. Ma la maggioranza sì. Il mio indie lo vedo come qualcosa di extraparlamentare. Quindi potenzialmente rivoluzionario.

 

Dichiari chiaramente che è stata la normalità ad aver generato il male. Il male è rimasto, secondo te nell’adattarci a questa nuova situazione? Ne stiamo generando altro?

Decisamente sì. La normalità, l’accettare lo stato esistente perché è impossibile cambiarlo, ha generato il male. Che non è solamente il Covid19, ma anche l’inquinamento atmosferico e mentale di questi ultimi quarant’anni. È dagli anni Ottanta, dal periodo del riflusso per usare una parola forte, che ci stiamo ammalando, e le cure sono sempre peggiori del male. Il sistema capitalista (chiamiamolo con il suo nome), non è riformabile. Purtroppo all’orizzonte non c’è una Rivoluzione, noi continuiamo ad ammalarci di gas venefici, come di virus. E l’unica soluzione proposta dal sistema è un vaccino sperimentale che ingrassa l’industria farmaceutica e un green pass liberticida. Sarò in minoranza, ma per uscire dalla malattia serviva una riconversione ecologica dell’agricoltura, basta allevamenti intensivi, educazione alimentare basata su di una dieta vegan/vegetariana, investimenti nel sociale e nella sanità, bloccare fino alla fine della diffusione del virus viaggi fuori dal proprio paese.

 

Da queste domande trapelano un cinismo che in realtà cerco di tenere sempre a bada, confido forse nelle tue analisi. Nel tuo volume hai fatto parlare chi questo mondo lo vive e lo costruisce, hai chiesto se sia meglio un singolo o un LP, e dove stava andando la musica prima del Covid-19 cercando di capire se abbia cambiato direzione. Ma tu, che da anni e con dovizia, osservi da un punto di vista esterno la musica non mainstream hai individuato il percorso che i più stanno scegliendo?

Credo sia difficile vedere una direzione, perché ora viviamo in un periodo di incertezza totale (ma anche prima non era limpida la situazione). Un percorso indicato nel libro è il crowdfunding, seguito con successo dai Gang, ma non solo da loro (anche altri intervistati, con meno successo perché giovani, l’hanno utilizzato). In definitiva servirebbe un coordinamento tra musicisti, una sorta di cooperativa. Vedo le donne più adatte a farlo, e, visto il maschilismo e la difficoltà a trovare spazi rispetto agli uomini, mi sembrano le più attive in questo. Direi cercare dal basso unione, fuori dalle istituzioni. Un nuovo Sessantotto, insomma, consapevoli che un riflusso è sempre in agguato.

@diegoalligatore
@arcanaedizioni
@rossanacalbi