I rocamboleschi immaginari di Silvia Milani

intervista di Elena Cermaria

Vive a Pesaro e scrive di androidi senzienti e di storie weird americane. Silvia Milani è un’attenta scrutatrice delle realtà multiversiche dell’animo umano e lo fa, da oltre un decennio, sperimentando le forme di narrazione più variegate: dalla narrativa classica alla saggistica, dalla fantascienza alla fondazione di un gruppo di scrittura collettiva. E se questo la porta lontano dagli stereotipi che costellano la narrativa al femminile, tanto meglio. La nostra eroina non si cura certo di sporcarsi le mani con le storie di genere dell’iconografia pop, anzi le amplifica e le fa emergere dal grande e prolifico bacino dell’immaginario collettivo contemporaneo, moltiplicandole, come in un gioco di specchi.

Docente di scrittura creativa e consulente editoriale, ha ideato e curato il progetto del Gruppo di Scrittura Estemporanea (GSE), confluito nella raccolta Alabama (Ventura Edizioni). Laureata in Lettere moderne all’Università degli Studi di Urbino, insegna scrittura creativa presso Università dell’Età Libera. È autrice del saggio Universal robots – la civiltà delle macchine per Delos Digital. Redattrice di testi e contenuti culturali per il web (Tom’s Hardware–Retrocult), è stata web content editor e docente per la sezione di letteratura italiana e storia del Futurismo della piattaforma didattica WeSchool. Ha pubblicato uno studio sul Futurismo per la rivista Insolito e Fantastico (Odoya).  Dal 2018 coordina laboratori di scrittura collettiva e si occupa di revisione testuale.

Hai appena pubblicato Alabama, il progetto di scrittura che ti ha impegnata, assieme ad altri nove autori, negli ultimi due anni. Cos’hanno in comune un gruppo di scrittura estemporanea, un asteroide, e una sperduta cittadina dell’Alabama?

A una prima occhiata hanno in comune una storia: procedendo a ritroso nell’elenco, Sylacauga, la cittadina dell’Alabama luogo della vicenda che ha dato avvio al nostro progetto, nel 1954 fu teatro della caduta, direi rocambolesca, di un frammento di asteroide. Rocambolesca perché il frammento cadde nel salotto di una abitazione e colpì a un fianco l’ignara signora che si trovava al suo interno. Il fatto ebbe all’epoca una discreta risonanza, perché fu il primo caso documentato di un essere umano sopravvissuto all’impatto con un meteorite. Però, guardando meglio, ciò che accumuna davvero una cittadina dell’Alabama, un asteroide e un gruppo di scrittura estemporanea, è il tempo in cui la storia è ambientata, cioè il tempo dell’immaginario. Quando ci si mette a raccontare, indipendentemente se la storia sia davvero accaduta o meno, ma anche a prescindere dal genere di storia, reale o fantastica che sia, il tempo dell’ambientazione rende tutti compresenti: autori, personaggi, città immaginarie o reali, meteoriti. La nostra esplorazione in Alabama, poi, ha inizio nell’Europa della Prima guerra mondiale, attraversa i decenni successivi e supera il nostro presente, scavallando nel futuro: è una sorta di esperienza sovratemporale e simultanea, come in fondo sono tutte le esperienze narrative. In ogni viaggio nello spaziotempo organizzato da uno scrittore, l’umanità, incarnata dal lettore, è l’ospite di riguardo.

Come mai hai deciso di applicare questa forma di narrazione corale a una storia che potremmo definire, senza mezzi termini, weird? È una scelta coraggiosa.

Se ci atteniamo al significato letterale del termine weird, la storia di Alabama aderisce, senza dubbio, al significato di strano, o per lo meno contiene un alto grado di elementi bizzarri, anche se questi non sono il prodotto di un’invenzione narrativa, poiché la cronaca già li conteneva. Se invece pensiamo al weird nell’accezione di genere narrativo che include aspetti fantastici, fantascientifici o addirittura horror, allora direi che Alabama non rientra in questa categoria, ma è più una sorta di realismo bizzarro. Nel momento in cui la scoprii, in un articolo che mi capitò sottomano nell’estate del 2018, la storia era già stata scritta e rilanciata innumerevoli volte dai media, dal 1954 a oggi. Si trattava di un fatto di cronaca, un accadimento vero, l’impatto tra un meteorite e una donna, da cui si dipanava un’autentica wunderkammer di personaggi tra protagonisti, comprimari e comparse. Era qualcosa che poteva diventare interessante indagare e sviluppare in gruppo. Durante i nostri incontri avevamo scoperto, ad esempio, che il medico che per primo visitò la protagonista dopo l’incidente, fu uno dei ricercatori implicati nel famoso scandalo dello studio sulla sifilide di Tuskegee, un programma di ricerca compiuto ai danni della popolazione afroamericana. Il passo tra lo stupore e la progettazione di un laboratorio di scrittura collettiva che potesse farci fare amicizia con persone e situazioni così lontane – tutte decedute da molti anni – per farle rivivere all’interno di un contesto di storie correlate, è stato pressoché immediato. I nove partecipanti al laboratorio – ci riunivamo la sera, nei locali di una biblioteca di quartiere – erano reduci da un mio precedente corso presso un ente culturale locale: per questo non abbiamo avuto bisogno di coraggio per gettarci a capofitto in questa dimensione: ci fidavamo di noi stessi. Anche se profondamente diversi l’uno dall’altro, tutti e dieci eravamo bene affiatati e desiderosi di vivere una nuova esperienza di scrittura che solo al termine del 2020, dopo un intenso lavoro di revisione e progettazione che ha riguardato anche l’illustrazione di copertina, è arrivata alla pubblicazione per Ventura edizioni.

I tuoi primi scritti sondavano la complessità biologica e meccanica degli androidi, comparandola con quella umana. Che cosa ti ha portato a voler approfondire tali temi? La tua formazione? Le tue ricerche personali?

Universal robots – la civiltà delle macchine, il mio piccolo saggio sugli androidi, pubblicato nel 2015 per Delos, è stato il collettore di anni di riflessioni, di articoli e di ricerche sulla natura del robot. Hai presente quando ti capita tra le mani un argomento che, nonostante la tua volontà di esaurirne la carica di indagine, non smette mai di aprirti domande? Un labirinto disposto come un sistema di scatole cinesi, da cui, una volta entrati, diventa impossibile uscire, e perciò non resta altro da fare che arredarlo nel modo più confortevole possibile. Ecco, quel piccolo libro, che qualcuno in una recensione ha definito una macchina per i sogni , è il mio monolocale allestito all’interno dell’immensa tematica umanoide: una moltitudine di dimensioni, tante quante sono le discipline che se ne sono occupate e con le quali ho stretto alleanze, rigorose, di studio e di ricerca: dalla sua origine immaginaria nel mito e quindi nella letteratura, alla psico-sociologia, passando per la teoria dell’informazione, l’informatica e la meccatronica, senza trascurare la filosofia. La mia formazione universitaria ha certamente pesato sull’attrattiva che questi temi hanno avuto sui miei immaginari. Ho una laurea in lettere e non per nulla ho usato la parola immaginari: una parte cospicua della seduzione di questo argomento la devo alla fantascienza e alla proto-fantascienza di qualità – e meno di quantità – che ho esplorato; l’avere avuto a disposizione strumenti utili per discernere i piani di lettura e le collocazioni socio-culturali di certe produzioni e quindi di certe realizzazioni sul piano tecnico-scientifico è stato fondamentale. E ci sono stati autori straordinari, in Italia pressoché sconosciuti, come Auguste de Villiers de L’isle-Adam, che nei suoi racconti, già a fine ‘800, proiettava pubblicità su cieli di Parigi e descriveva scenari che non hanno nulla da invidiare ai paesaggi del più classico cyberpunk americano degli anni ’80-’90. E poi c’è stato il Futurismo, un’altra passione profonda, tra letture, articoli per riviste letterarie e ricerche. Un’avanguardia artistico-letteraria che le antologie scolastiche si ostinano ancora a relegare al ruolo di fenomeno, ma che ha rivoluzionato radicalmente la cultura mondiale, non solo italiana. Nonostante le mie lunghe peregrinazioni, non sono ancora arrivata a cogliere quale sia il confine decisivo tra la natura umana e la natura robotica: credo che mi prenderò ancora un altro decennio per rifletterci su.

In quale universo di senso si muove Silvia Milani quando scrive?

Una domanda meravigliosa e difficilissima. Sebbene abbia una natura che apprezza enormemente i tempi lenti della solitudine e della riflessione, non sono un’individualista e mi trovo a disagio di fronte alla collocazione che la cultura di massa ha riservato all’idea di io. Non nego il valore dell’identità, al contrario, credo ci sia bisogno di definire e di dare merito;  quello che mi lascia perplessa è l’enfasi che, in modo troppo naturale, molti mettono sul presunto merito del proprio lavoro, in altri termini l’auto-referenzialità di alcuni fenomeni artistico-letterari. In ambito narrativo, l’editoria a pagamento, e anche certa editoria sprovvista dei requisiti minimi di onestà, ha diffuso il concetto che tutto possa essere pubblicabile. Al di là del successo di pubblico di un certo progetto, che può dipendere da fattori per nulla connessi al suo vero valore socio-culturale, osservo che oggi le persone che desiderano scrivere paiono di più di quelle che desiderano leggere e questo non mi sembra un bene, mi sembra una corsa affannosa al miraggio di un io immaginario, convalidato, appunto, dal troppo credito che diamo al fenomeno dell’auto-referenzialità. Da epicurea, alimento ciò che mi piace e mi diverte: il buio, l’ignoto, i percorsi ciechi che mettono in gioco la sensibilità e il dettaglio e le mille trasformazioni dell’essere che tengono in scacco l’io e, soprattutto, danno voce e corpo a quel noi che scorre come un fiume silenzioso tra gli esseri.