DEVIANZA E APPARTENENZA

Intervista di Rossana Calbi a Martina Ronca foto di Benedetto Randazzo e Marta Gobbi

Gli esseri umani sono esseri incompleti*, sembra che quest’affermazione dell’antropologo Marco Aime sia lo sprone della ricerca di Martina Ronca, curatrice, storica dell’arte e cantante. Un’indagine costante quella di Martina che la muove dai libri alla creazione di un processo artistico strutturato, la curatela di performance, e allo stesso tempo giocoso: la sua presenza sul palco come cantante nei Majors. Un’incompletezza che la giovane studiosa romana analizza e riempie quotidianamente nel rapporto con la creazione di alto e basso profilo, dimostrando, se ancora fosse necessario, che la cultura si compie a partire dall’elaborazione del Sé e dell’Altro sempre e comunque su più livelli.
È soprattutto l’azione a indicare il vero sviluppo culturale: la capacità di fare con consapevolezza e per questo capace anche di ridere e scherzare su se stessa.
Martina Ronca completa il suo corpo e la sua osservazione con azioni visibili dimostrando come la cultura stia nel fare!

 
Il 23 ottobre 2016 hai preso parte alla conferenza IL TATUAGGIO. CORPO, DEVIANZA E APPARTENENZA, ci parli delle altre relatrici: Cecilia De Laurentiis e Anna Livia Carella?
Cecilia è una tatuatrice e storica dell’arte. L’idea della conferenza è nata da lei – in collaborazione con Akka, il proprietario di Uroboro – quando si è laureata con la tesi Il tatuaggio nell’arte contemporanea: dal corpo degenerato al corpo politico. Nella sua ricerca analizza le relazioni tra artisti e tatuatori tra la Repubblica di Weimar e il III Reich, specie nelle opere di Otto Dix e Griebel; al momento è ad Amburgo, impegnata in un progetto di ricerca su Christian Warlich (in bocca al lupo!).
Anna Livia è una nippologa, insegnante e operatrice shiatsu. È autrice del testo Il fuoco sulla pelle (Castelvecchi Editore, 2011) sull’irezumi, il tatuaggio tradizionale giapponese, e ideatrice del Kokeshi Rebel Fest, manifestazione romana sulle arti giapponesi, tradizionali e non.
Entrambe vivono della loro passione, con la quale si confrontano con rispetto, quasi devozione, e a cui si dedicano con sincera umiltà e voglia di imparare. Confrontarmi con loro è davvero stimolante, non soltanto dal punto di vista accademico. Io sono un po’ pigra e spesso mi perdo, mentre Cecilia è una valanga di idee e proposte e Anna Livia è molto pacata e pragmatica; collaborare con loro mi aiuta anche a ripensare ai miei studi e al mio metodo di lavoro, spronandomi a fare meglio.

Cos’è l’appartenenza? Cosa vuol dire creare identità con il proprio corpo?
Il corpo tatuato (e, più in generale, modificato) è stato sempre considerato qualcosa da outsider, o comunque rappresentativo di categorie ben distinte; si vedano i tatuaggi criminali russi, o quelli marinareschi. Negli Stati Uniti degli anni ‘70 e ‘80 il tatuaggio si lega all’ambiente BDSM (con l’acronimo BDSM si indica genericamente una varietà di pratiche spesso erotiche o di ruolo che coinvolgono le pratiche di bondage e sadomasochismo. N.d.R): di nuovo, dei fuori categoria. In questo ambiente si tengono i T&P parties: feste private in cui gli appassionati di Tatuaggi e Piercing provenienti da tutta l’America settentrionale si incontrano e confrontano, spesso per la prima volta, sentendosi comunità. Anche in Giappone, del resto, il tatuaggio identifica gruppi di persone ben precisi, come gli appartenenti a una stessa famiglia della yakuza o i pompieri, e se guardiamo ai riti tribali ci rendiamo conto che gli interventi sul corpo, segnando un momento di passaggio, identificano categorie di individui ben distinte da chi ancora non è stato iniziato all’età adulta o alla maturità sessuale.
Ora questo forte senso di appartenenza espresso attraverso le modificazioni corporali è venuto meno: se è vero che tuttora molte persone si avvicinano al tatuaggio grazie all’interesse e alla vicinanza verso determinate controculture (l’hardcore, il punk, il rockabilly) o comunque nell’ambito di contesti border, è anche vero che dagli anni Novanta in poi il tatuaggio, nel mondo occidentale, è stato assimilato all’interno dei trend del momento. Diventa dunque difficile parlare di una vera e propria “identità comunitaria” rappresentata dal tatuaggio; trovo sia più corretto intendere il tatuaggio, e le body modification in senso più ampio, come strumenti di riprogettazione di sé e di costruzione della propria identità secondo il proprio sentire, che varia da individuo a individuo.
Anziché essere il tatuaggio a connotare la persona, è il singolo che utilizza il segno sul corpo per assomigliare all’idea che egli ha di sé; quando mi guardo allo specchio io mi vedo come ancora in costruzione: so che in un determinato punto manca una traccia, un foro, un’immagine, un colore per sentirmi completamente me stessa, e ci lavoro sopra tatuandomi, indossando gioielli da piercing, tingendomi i capelli. Forse un giorno potrò sentirmi “finita”, ovvero perfettamente corrispondente all’immagine e alla persona che sento di essere, o forse no, perché continuerò a cambiare idea su di me; nel frattempo il mio corpo non rappresenta che me stessa, e nient’altro.

 

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