Nicoz Balboa tra Julie Doucet e la Montessori

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I mille interessi di una fumettista, blogger, tatuatrice, mamma e soprattutto artista

 

intervista di Rossana Calbi

La prima volta che ho visto le sirene tristi di Nicoz Balboa erano bruciate nel legno e mi incantavano dalle pareti della galleria della Capitale MondoPop, che, ahimè, ha chiuso ormai da anni: nel 2012; adesso le sue donne disegnate fortificano le foto di William Baglione in Baglione vs Balboa (ovvero: donne nude che ti fanno in culo) fino alla fine di luglio all’Hangar Tattoo Studio di San Lorenzo, sempre a Roma. Impossibile per Nicoz rimanere lontana dalla sua città: Roma, ma in questi anni è diventata mamma, tatuatrice e ormai, dopo la pubblicazione di Born to Lose con la Coconino Press, entrata a far parte del gruppo Fandango nel 2009, è solennemente una fumettista. E tutto questo, tutto il suo divenire è nella sua graphic novel. Born to Lose è la sua crescita, la sua trasformazione, la sua accettazione rispetto ai cambiamenti: Born to Lose è la storia di Nicoz Balboa, un’artista in piena evoluzione che presenta le sue nuove sirene in asana contorte nel progetto Yoga on My Skin, in mostra fino al 30 settembre 2017, presso Amaneï a Salina, nelle Eolie, in collaborazione con Parione9 Gallery.

Born to Lose è la tua prima graphic novel tutta tua, ma prima cosa c’è stato? Quali sono state le pagine pubblicate che ricordi con più soddisfazione?
Born to Lose in realtà non è la prima cosa tutta mia che esce, però diciamo che oggettivamente è il progetto più completo e “adulto” di cui per il momento sono molto fiera ed è il primo che esce con una casa editrice storica.
Le prime pagine pubblicate sono state quelle fotocopiate per le fanzine che facevo prima con le mie amiche del liceo, «Catholic Girls», e poi c’è stato sempre al liceo questa raccolta di fumetti che si chiamava «Caccapiscia». Ce ne sono stati altri nel tempo e negli anni; fino almeno a dieci anni fa ogni tanto fotocopiavo questi fumetti e li producevo, poi l’avvento dei blog ha sostituito le fotocopie, ha velocizzato la distribuzione, l’autoproduzione anche se virtuale.
Parallelamente ho partecipato a varie antologie e come cose personali tutte mie avevo fatto uscire, una decina di anni fa, il fumetto Les Larmes de Crocodile e in Italia, sempre più o meno dodici anni fa, uscì il fumetto Nicozrama ed era edito dal Centro Fumetto “Andrea Pazienza”.

Raccontare noi stessi è forse la cosa più facile, in fondo dovremmo conoscerci al meglio, o serve scrivere e disegnare di noi per imparare a vedere cosa ci gira attorno e cosa ci passa per la testa?
Io opterei più per la seconda opzione: quando io ho iniziato a disegnare questo diario che si chiamava MOMeskine all’inizio e che usciva mensilmente su un blog non avevo idea che stavo facendo quello che stavo facendo l’obiettivo era disegnare tutti i giorni ossessivamente quello che succedeva; adesso mi rendo conto che l’ho fatto probabilmente per capire quello che vivevo, all’epoca non te lo saprei dire io sono la regina dell’incoscienza quando faccio le cose quando è stato il momento di pensare a una pubblicazione è stato lì che mi sono accorta che il personaggio, perché è un fumetto autobiografico, ma si tratta di un’esagerazione di me, aveva un’evoluzione; la vita di questo personaggio andava da un punto iniziale a un punto finale. Per Born to Lose è stata fatta una selezione di una prima parte di questi diari, dei primi due anni e qualcosa. Siccome, poi la vita non è lineare: il libro raccoglie questi due anni in cui io tutti i giorni ho disegnato. Ovviamente pubblicare tutti e due gli anni, pagina per pagina, avrebbe richiesto troppo, sarebbe stata la Treccani e quindi questa selezione è stata fatta per alleggerire un po’ la mole. Mentre selezionavo il lavoro mi sono accorta che avevo vissuto certe cose e le ho viste un po’ da fuori: è stato come vedersi un po’ dall’alto.

Tra le dediche sul volume ne troviamo una a Julie Doucet, autrice canadese di diari a fumetti quali Dirty Plotte e My New York Diary. Qual è il tuo rapporto con quest’autrice?

Julie Doucet è la persona che mi ha insegnato a fare fumetti, anche se lei non lo sa, adesso un po’ lo sa. Io ero appassionata di fumetti da tempo: i super eroi, prima ancora Dylan Dog, poi ho scoperto anche i fumetti americani indipendenti, e nel ’96 mi è capitato sotto mano un numero di Dirty Plotte e lì sono rimasta folgorata, ho avuto l’illuminazione e ho detto: ok, si possono anche fare i fumetti così, raccontando se stessi, raccontando la propria vita e la cosa rimane comunque interessante, almeno per me lo è!

Quando penso ai miei gusti ho sempre apprezzato lavori autobiografici o fintamente autobiografici o, comunque, in cui la voce narrante fosse soggettiva. Prima di scoprire Julie Doucet portavo sempre con me Il giovane Holden di Salinger, infatti, è nelle citazioni iniziali, quindi quando ho visto che si poteva fare un fumetto in quel modo da un punto
di vista oltretutto femminile e con tematiche anche femminili. Per esempio, mi ricordo benissimo la storia in cui lei si sveglia e dice: Cavolo, il Tampax è pieno! Allora adesso leviterò!
E si alza con la forza della mente e vola per tutta casa in posizione orizzontale per arrivare sopra il water e girarsi per non perdere gocce di sangue per strada con il Tampax pieno.
Quella tipologia di racconto per me fu determinante, quindi per questo la dedica. Poi la cosa tipo fan le inviai il link del blog in cui pubblicavo il MOMeskine e lei, dopo un po’ di mesi, mi scrisse una mail in cui definiva i diari addicted, infatti, in questi giorni sto prendendo forza per dedicarle un libro a penna e spedirglielo in Canada: per me lei è molto importante.

Di passioni ne racconti tante: dalla musica di Gipsy Rufina alla cucina proposta da Vegan Riot, il libro di Paolo Petralia. Una mi ha incuriosito molto: la Montessori. Cosa ti ha insegnato la pedagoga anconese?

Io sono molto sensibile alla musica, che detto così sembra una cosa farlocca, però ascolto molta musica mentre lavoro, sono abbastanza monomaniacale. Ho dei periodi in cui ascolto un solo artista, una sola band spesso anche un solo disco o addirittura anche solo una sola canzone a ripetizione tutto il giorno. Ho avuto questo ‘periodo Gipsy’, che poi non si è mai interrotto, in cui ascoltavo molto molto Gipsy e nel frattempo l’ho contattato e venne a suonare qui a La Rochelle, siamo anche diventati amici l’ho anche tatuato.
Vegan Riot, è una realtà che merita, il sito anche prima del libro era una fonte a cui attingevo, non sempre riesco ad essere vegan, non sempre riesco a rimanere vegetariana. Spesso ho delle ricadute, soprattutto a causa della mozzarella.
Tu mi chiedevi della Montessori, quando è nata mia figlia mi sono interessata alla Montessori, a leggere libri e documentarmi su approcci “alternativi” rispetto all’educazione, alla nutrizione, all’accudimento dei bambini. Ho cominciato interessarmi a varie scuole di pensiero diverse. Soprattutto perché quando ero incinta non mi sono per niente documentata perché ho pensato — va be’, che ci vuole? I figli sono una cosa istintiva, che devi fare? — quando invece è nata mia figlia mi sono resa conto che
non era tutto istintivo che era una cosa molto difficile partorire e allevare un essere umano; mi andava di farlo in maniera cosciente e non applicare regole per sentito dire soprattutto perché mi suonavano male, soprattutto qui in Francia molti approcci fanno l’elogio del distacco, della freddezza, della disciplina e io vengo da un contesto anche culturale in cui la disciplina e l’ordine non mi stanno molto simpatici. Perché avrei dovuto applicarli con la carne della mia carne?! Leggendo e rileggendo mi sono approcciata a degli scritti di Maria Montessori e il suo approccio all’educazione mi sembrava molto pertinente si vede che lei ha studiato l’approccio e l’apprendimento per poi creare un metodo, non è un metodo creato in teoria e poi applicato a forza sui bambini.
Quello che mi ha insegnato è che ogni bambino ha un periodo sensibile per l’apprendimento e ha voglia ed è spinto a imparare le lettere, quindi a leggere, i numeri, i colori oppure la vita quotidiana: allacciarsi le scarpe o versare l’acqua, in quei periodi bisogna nutrire la fame di conoscenza del bambino.
Perché poi nutrendo questa loro fame impareranno molto in fretta. Si deve rimanere all’ascolto dei bisogni del piccolino. È una cosa che io ho provato a fare ed è stato illuminante alzare le antenne invece di imporre delle attività o delle nozioni, basta solo aspettare che la voglia venga da parte del bambino e la voglia arriva, non c’è da preoccuparsi, il bambino è curiosissimo: ha voglia di imparare.

Pagine scansionate, sporche e tracciate velocemente con i colori e disegni dettagliati sulla carta prima e sulla pelle poi: uno stile poliedrico ma sempre riconoscibile. I tuoi personaggi sono antropomorfi un po’ come te, un’anima delicata e romantica e l’altra punk. Alla fine Cappuccetto Rosso picchia il lupo?
Sì, forse mi sa che forse che siamo un po’ di persone qua dentro. O semplicemente sono dei discorsi e quindi dei linguaggi diversi. L’approccio del tatuaggio rispetto al diario grafico sono due necessità e due campi di azione molto diversi.
Alla fine Cappuccetto Rosso picchia il lupo? No, alla fine vanno a braccetto. Vanno a bere.
Nel tatuaggio non sono sola, sono di fronte alla richiesta di un cliente anche se io, poi, metto la mia mano, metto il mio stile ma non perdo mai di vista la richiesta della persona perché è la persona che se ne va con il tatuaggio addosso per tutta la vita, quindi non mi succede mai di imporre un disegno, io disegno sempre per la persona in realtà. Anche se sono fortunata perché spesso i clienti mi chiedono cose che mi piace realizzare. Per quel che riguarda il diario grafico sono da sola di fronte alla pagina, a volte proprio di fronte a un’incazzatura o a una gioia e quindi tutto molto più diretto, più sporco e istintivo.

Attualmente vivi a La Rochelle quale storia ti piace di questa città sul mare?

In realtà La Rochelle ha una storia di resistenza, di ribellione, ha una storia molto carica. Non sono molto brava a raccontare le storie non mie. Ci devo pensare, poi un giorno te lo dirò.

Il tatuaggio è arrivato alla fine, è arrivato dopo la pittura, le mostre, dopo tua figlia, tu eri già Nicoz Balboa del Punk Surrealism, eri già un’artista e sei diventata una tatuatrice dal ’99, un supporto nuovo o una nuova prospettiva?

Il tatuaggio e il disegno hanno sempre viaggiato su due binari paralleli, uno per “necessità”: il disegno, quindi la voglia di raccontarmi, fumetti ne faccio da quando sono bambina, autoritratti ne faccio dall’asilo. Il tatuaggio l’ho scoperto al liceo, negli anni ’90, ed è una cosa che mi ha sempre appassionato, mi sono sempre fatta tatuare. All’epoca che non c’era Internet e mi compravo le riviste: stavo lì con le amiche chiedendomi cosa mi dovessi tatuare, quale stile.
A parte due settimane in cui ho fatto la cameriera, già da quando avevo diciannove anni facevo la piercer , poi quando mi sono trasferita a Parigi ho cominciato a fare piercing in uno studio in cui poi sono diventata shop manager: preparavo le postazioni, gli aghi e tutto il necessario. Mi sono fidanzata con Guicho (tatuatore francese, specializzato in stile giapponese n.d.r) il padre di mia figlia, insieme abbiamo aperto uno studio a La Rochele: in realtà è un lavoro che ho sempre fatto quello della tatuatrice. Ho fatto il primo tatuaggio tanti anni fa, era il ’99, su un mio collega piercer in uno studio dove lavoravo a San Giovanni (Roma n.d.r.), per tanti anni ho tatuato gli amichetti, ma non avevo mai unito tatuaggio e disegno semplicemente perché per me un tatuaggio era un linguaggio a parte e quindi richiedeva un certo tipo di stile un certo tipo di soggetti, per un po’ di anni ho provato a disegnare cose da tatuaggio e devo dire che l’effetto era molto kitsch. Finché un giorno, la mia cara amica Anna Tufano, artista anche lei, mi chiese si tatuarmi un disegno che era su una mia biografia: un lupo con una donnina, io non pensavo che avrei potuto unire i due linguaggi. È lì che vedo il mio punto di svolta.
L’effetto è stato soddisfacente non tanto dal punto di vista grafico, ma dal punto di vista della realizzazione, cioè mi sono divertita. Era il 2012: ho postato questo disegno su Facebook e da lì si è aperta una porta: molte persone mi hanno detto se tatuassi le cose che facevo sui quadri, ed è stato un bel regalo dalla vita perché ho unito due cose che pensavo non si sarebbero mai potuto unire.

Quali tattoo artists ti ispirano e riempi di cuoricini su Instagram?
Quello che io realizzo nel tatuaggio è legato all’illustrazione e al disegno, anche se poi dal punto di vista della realizzazione, non tanto del soggetto, cerco di mantenere alcune cose tecniche canoniche del tatuaggio tipo le linee, il colore, il nero. Cerco di rimanere nel linguaggio del tatuaggio, anche se non nel disegno, infatti, se nel diario grafico uso anche molti acquerelli, macchie di colore, nel tatuaggio non farò mai tipi di tatuaggio con macchie di colore che escono e sbordano, perché proprio ho una sorta di timore rispetto alle due cose. E qui ti rispondo alla domanda: in realtà, i tatuatori che seguo su Instagram sono molto canonici, legati al tatuaggio tradizionale anche neo-tradizionale, come li chiamano, anche giapponesi.

WEB

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