Stigmăta italiana

Luisa Gnecchi Ruscone

Foto Ivan Lattuada

 Intervista di Alessandra Giannini

 

Dopo la mostra STIGMĂTA – La tradizione del tatuaggio in Italia,tenutasi al Museo medievale di Bologna e l’uscita del libro TATTOO. La storia e le origini in Italiami reco a trovare la storica di tatuaggio Luisa Gnecchi Ruscone.

L’incontro si svolge nello studio-museo Queequeg alle porte di Brera.

Entro da un angusto passaggio per trovarmi in un cortile vecchia Milano e infine nella piccola sala d’attesa del Queequeg. Mi colpisce la moltitudine di disegni, cataloghi e oggetti che ricoprono soffitti e pareti, lo studio è un museo, pieno zeppo di strumenti da tatuaggio antichi, oggetti ritrovati e curiosità. Luisa Gnecchi Ruscone è moglie del maestro Gianmaurizio Fercioni e con lui lavora insieme anche a loro figlia Olivia. Luisa è una studiosa di tatuaggio con al suo attivo molte ricerche, libri e articoli.  Attraversando la sala da tatuaggio mi accompagna in un cortiletto dove le faccio alcune domande. Il libro racconta delle origini del tatuaggio fin dalle sue antichissime origini, con rimandi alla Bibbia, e a Ötzi, la mummia del Similaun. Molto curiosi i riferimenti al Cristo della domenica, figura iconografica medievale che rappresentava Cristo trafitto da più oggetti possibile. Gli oggetti in questione sono comuni strumenti da lavoro, scalpelli, zappe, coltelli, seghe, fusi per la filatura. In questo modo si ricordava ai fedeli che la domenica è un giorno da dedicare a Dio e non al lavoro. Altro scorcio affasciante approfondito nel libro è quello del tatuaggio lauretano. Stampini raffiguranti immagini sacre che venivano tatuati on the roadai fedeli in pellegrinaggio. Infine non poteva mancare Cesare Lombroso e i suoi studi sul tatuaggio criminale. Sbalordita dalle curiosità che mi attorniano nel museo, ne approfitto per fare a Luisa qualche domanda personale e per approfondire qualche aspetto del libro.

Come nasce la tua passione per i tatuaggi?

La mia passione nasce quando incontro mio marito.

Io non avevo tatuaggi e lui era pieno e gli dico: “ti fai del male a fare per sgorbiarti la pelle” poi ho capito che invece non c’entra niente il dolore e che la dimensione non è quella. È nata quando Tommaso Mursia che era un nostro cliente ha chiesto a Gianmaurizio di scrivere un libro sulla storia del tatuaggio e lui mi ha detto: “io non ho tempo, fallo tu”. Cosi in un anno mi sono fatta la mia bella ricerca e da lì è iniziata la mia storia degli articoli per quella che allora si chiamava Tattoo Revue e poi è diventata Tattoo Life.

 

Sei tatuata?

Continuo a non essere tatuata. Non ho mai avuto voglia. Ogni tanto mi vengono delle idee bizzarre ma alla fine non lo faccio mai. Ci ho messo cinque anni a bucarmi un orecchio. Mi sembrava un gesto irreversibile. Ma la storia del tatuaggio mi appassiona molto.

 

Compagna nella vita e nel lavoro del maestro Gianmaurizio Fercioni, non ti è mai venuta voglia di tatuare? Lo hai fatto?

No. Non avendone io, non mi sembrava corretto. Ho tatuato solo Gianmaurizio. Dice che faccio un male cane, lui mi dice “calca, calca” e io calco e in effetti basta una passata sola e i mei rimangono.

 

Nell’incipit del tuo ultimo libroTATTOO. La storia e le origini in Italiaattribuisci l’uso di dipingersi il corpo all’angelo Aslèel che insegnò alle donne i segreti della preparazione dell’antimonio, un pigmento usato per abbellire il corpo. Il tatuaggio nasce dunque come pratica estetica al pari del trucco?

Non sono io che lo attribuisco ad Aslèel, io cito la Bibbia. Il tatuaggio è esistito in tutti e cinque i continenti fin da epoche antichissime.

Ci sono alcuni antropologi che sostengono che venga prima dei graffiti, altri subito dopo, più o meno è contemporaneo. Ha avuto diverse funzioni a seconda del luogo e dell’epoca. Le ragioni per cui la gente si tatuava, era per primo un messaggio sociale.  Ci si tatuava qualcosa perché si capisse qualcosa si sé. Il primo messaggio è di posizione sociale. Di solito erano tatuate le persone importanti: re, principi. Per ragioni militari, ci si scriveva a che esercito si appartenesse per essere riconosciuti in caso di morte. Per amore, per bellezza, come marchio di infamia. Una punizione che consisteva nel dolore del tatuaggio inflitto forzatamente che nel permanere, di solito in faccia o parti visibili del corpo per segnalare il crimine che avevi commesso. Questo è durato fino all’abolizione della schiavitù in tutti i paesi: America, Gran Bretagna e Cina. Noi conosciamo quello di Angelica alla corte dei re. Ultima forma è quella magica e terapeutica, spesso la stessa cosa in società tribali, fatto in zone non visibili. Come nel caso della mummia di Ötzi che ha tatuaggi sulle caviglie e sulla schiena. I tatuaggi costituivano un messaggio sociale e anche estetico.