Il marchio di Nicolaj

Intervista di Alessandra Giannini

 

Chi non ha visto Educazione siberiana? Molti sicuramente hanno letto il libro, caso editoriale nel 2009, da cui è stato tratto il film, e tutti di sicuro, nell’ambiente della tattoo-art, conosciamo Nicolaj Lilin, e i suoi racconti sul tatuaggio siberiano. Non tutti sanno, però, che lui è veramente un tatuatore e che vive e lavora a Milano. Lo vado a trovare nel suo studio il Marchiaturificio, in centro città dove lavora con la sua socia Carlotta Monni. Mi colpisce la gentilezza ed educazione di Nicolaj, faticosamente me lo immagino in un contesto di delinquenza, non riesco a immaginarmelo armato se non di una penna o di una macchinetta. Ma la sua fermezza e la decisione delle sue posizioni soprattutto quando parliamo della sua terra e della sua gente manifestano un profondo attaccamento alle origini. Lilin ci accoglie nella sala tatuaggio, tappezzata dei suoi disegni e stencil. Sono sempre affascinata dalle contaminazioni, io in prima persona sono un architetto-tatuatrice e so come spesso sia difficile ma stimolante conciliare professioni diverse. Lilin è uno scrittore-tatuatore e voglio assolutamente sapere come convivono in lui queste due professioni. A mio parere hanno in comune la dimensione del racconto, della storia e con questo do inizio l’intervista.

Sei scrittore e tatuatore, in entrambe racconti storie o con le parole o con il disegno, da dove nasce questa ossessione per il racconto?
È una specie di curiosità. Io a tatuare ho cominciato a otto anni perché sono cresciuto in mezzo a un mondo fatto di persone tatuate anche se all’epoca non capivo ancora bene chi fossero. Nella cultura russa il tatuaggio è una lingua e il tatuaggio siberiano è il padre di tutti i tatuaggi moderni russi. La mummia tatuata più antica è Ötzi, la nostra mummia siberiana.

Abbiamo “intervistato” Ötzi nel nostro numero 1.
Questo è molto interessante, sono andato a vederla. Io ero molto affasciato dal mondo degli adulti, capivo che si trattava di qualcosa di strano e di misterioso, di un simbolo di appartenenza e cercavo di scavare per trovare quante più informazioni possibile. Mi piacevano i simboli, l’estetica di quei tatuaggi vecchi e rozzi, i tatuaggi da galera perché quasi tutti erano criminali, anche mio papà rapinava le banche e mio nonno rapinava treni, erano briganti. Questa gente suscitava in me tanta curiosità e ho iniziato a copiare i loro tatuaggi, avevo un mio quaderno, a otto anni sono andato a chiedere al vecchio tatuatore del paese di diventare un suo allievo emi sono avvicinato a questa tradizione così piano piano, passo dopo passo, sono diventato tatuatore facendo una gavetta lunghissima e terrificante, mi picchiavano, una gavetta vera come doveva essere.
Ti insegnano non a tatuare con una tecnica, ma insegnavano l’etica di vita del tatuatore, c’è una regolamentazione importante su come trattare i simboli, il tatuatore all’epoca trattava le vite dei criminali, doveva essere garante dei segreti. Da noi essere tatuatore significa narrare la storia degli uomini e questo diventa un modo di comunicare qualcosa di sé ai rappresentanti della tua comunità che tu non conosci. Le parole nel mondo criminale non valgono niente, ci si fida solo dei tatuaggi che diventano la carta di identità.

La narrazione letteraria è arrivata più tardi. È nata dalla mia passione per la letteratura. Mio nonno mi picchiava, non mi faceva guardare la televisione che per lui era un male e non aveva tutti i torti. Io, anziché, guardare la TV leggevo i libri. Mi sono appassionato alla lettura e questo linguaggio letterario è diventato parte del mio modo di comunicare, mi piaceva scrivere lettere a mano, questa cosa si è trasformata in scrittura vera e propria.