Manuel Cossu, God bless you!

Intervista di Rossana Calbi

 

– Hai mai visto le opere di Manuel dei Manges? Non so se risponde al tuo genere, però dagli un’occhiata. Magari ci trovi qualche spunto.
E fu la fine!

Non so se ringraziare chi mi consigliò di incastrare il mio astigmatismo sulle figure difformi di uno degli artisti più visionari e semplici su cui io mi sia imbattuta, o dirgli che avevo già tanti problemi nel canalizzare le energie che la mia miopia non aveva di certo bisogno di fissarsi su quei graffi così a lungo. Il mio ottico ringrazia di sicuro!

Avevo un conto aperto con lui e qualche domanda fastidiosa se la meritava, ma voi meritate lui!
Manuel Cossu è il batterista dei Manges, una delle band italiane punk-rock più conosciute, e va be’, se non fosse abbastanza: dipinge una realtà distorta e lineare, i suoi miti e le sue passioni si trasformano in paure e ossessioni.

Scrivere della sua pittura è un gioco con gli ossimori perché io, in quei colori semplici, ci vedo una ricerca disperata, una cura aggressiva, ma sempre e comunque qualcosa da cui non riesco a staccarmi, e accadrà così anche per voi. Me ne sarete grati!

Non ami la tecnologia in generale: cellulare vetusto a cui rispondi poco o nulla (aspetto ancora una risposta ad un sms dal 2015), nessun indirizzo di posta elettronica, almeno questo articolo su carta lo leggerai?  Ma forse non importa, invece vorrei sapere quali sono le pagine dei libri che preferisci e perché. Raccontaci i tuoi autori.

Ciao Rossana, sì, odio la tecnologia. Avevo già problemi in quinta elementare a rapportarmi con la calcolatrice, continuavo a confondere il tasto della percentuale con quello della divisione. Da lì non mi sono più sbloccato: figurati avere a che fare con un iPhone o un computer… Anni fa mi hanno imposto un Nokia per restare in contatto con il mondo, il solito Nokia che probabilmente non è riuscito a risponderti (scusa!) comunque ho ancora il Nokia e il mondo è ancora un mistero. Certo che leggerò questo articolo su carta, conta che il mio stato mentale è da sala d’aspetto. Vivo in una sala d’aspetto e in una c***o di sala d’aspetto le riviste su carta sono le tue migliori amiche. I miei autori preferiti sono Mickey Spillane, F.X. Toole, Joseph Wambaugh, John King di Human punk, John Fante di Un anno terribile, Don Delillo di Libra. Loro vivono dentro di me. Poi, sopra tutti, in un altra categoria, in un altra dimensione, in un altro pianeta c’è uno scrittore che per me conta come i RAMONES. Si chiama James Ellroy. Inutile che ti parli dei suoi libri: di American Tabloid, I miei luoghi oscuri, ti dico solo che qualsiasi cosa buona che ho fatto in vita la devo a lui. Anche dipingere. James Ellroy mi fissa dalle foto che ho attaccato per tutta la casa e mi dice – Figliolo, cerca di dipingere è l’unica cosa che ti tiene dritto, se molli sei un uomo morto! – Spesso nei miei quadri metto personaggi con cicatrici, sono ispirate a Ward Littell, uno dei protagonisti di American Tabloid, la sua vita riparte da un volto ricucito, da punti di sutura e lineamenti trasformati. In quella condizione si rivolse a se stesso con una frase che rimarrà per sempre dentro me: sei a terra ma sei capace di tutto.     

 

Chiederti quali siano i tuoi riferimenti musicali è quantomeno ridicolo, quindi cerchiamo di evitare buonismi di sorta e dicci cosa più dà fastidio alle tue orecchie.
Di musica me ne fa schifo tanta. Poi mi capita di beccare un documentario di un gruppo che non apprezzo e ci trovo qualcosa di interessante, nasce in me una forma di rispetto. Ti faccio un esempio: gli Eagles li ho sempre reputati noiosi quasi fastidiosi, poi ho visto uno speciale su di loro e alla fine mi hanno fatto meno schifo, ho capito che avevano un’anima. L’unico che non riesce a suscitare in me rispetto si chiama Jovanotti, è repellente quanto Steve Jobs che non era un musicista ma faceva schifo quanto lui. Il male assoluto. Idem Jovanotti o Lorenzo, come c***o si fa chiamare.