Beatrice Bogoni

Non sono mai stata una bambina normale, per fortuna.  

 

Intervista di Rossana Calbi

Foto di Tommaso Costa

 

L’immagine di Beatrice è delicata, fragile e quasi eterea e le sue creature hanno le medesime prerogative, ma Beatrice dichiara la sua forza anche nel suo aspetto, spezzando quell’armonia e sottolineando la drammaticità della sua essenza intima; gioca con se stessa, diventa la sua prima bambola da modificare per usare la sua stessa fisicità come dichiarazione dei suoi intenti artistici. Ho avuto modo di seguire il suo lavoro dal 2015 in occasione della mostra collettiva dedicata al film Fantasticherie di un passeggiatore solitario, fino alla sua personale Bright Blemish, un progetto espositivo personale in cui l’artista di San Donà di Piave ha usato le bambole per raccontare quello che è il nostro dramma costante: l’incapacità di accettazione che abbiamo di tutto ciò che ci appartiene. Del nostro mondo interno, delle nostre paure, che dichiarate nelle sue opere sono drammaticamente comuni e quindi, forse, più affrontabili.

Come nasce il progetto legato agli oracoli? Li hai inventati totalmente o ti sei ispirata a qualche studioso della materia?

Il progetto nasce da un profondo e radicato desiderio: quello dell’avere un mazzo di carte divinatorie creato proprio da me, il MIO mazzo di carte. È un percorso iniziato circa una decina di anni fa, e il mazzo di oracoli Il Baule Dei Giochine è solo la prima manifestazione. Girano voci che io stia già lavorando alla seconda!
Da bambina, giocavo con un mazzo di tarocchi trovato a casa di mia nonna, senza sapere che cosa avessi tra le mani; sentivo che quelle immagini mi chiamavano, non so spiegarlo, ma ricordo ancora nettamente la sensazione di potere e mistero che suscitavano in me. Da adolescente ho iniziato a documentarmi, studiare e collezionare i primi mazzi, e ora eccomi qui: i tarocchi e le carte per la divinazione sono, insieme all’arte, la mia grande passione. Amo follemente il fatto che questi “semplici” pezzi di carta possano aprire delle porte dentro di me. Adoro usarli come mezzo per conoscermi profondamente e, con piacere, poter aiutare anche gli altri a fare lo stesso.

I personaggi e le immagini de Il Baule Dei Giochiprovengono dalle mie profondità. Incarnano, nella loro imperfezione, le maggiori suggestioni di cui i miei sogni parlano. Non sento di aver davvero creato queste immagini: ho più che altro la sensazione di aver portato alla luce qualcosa che già esisteva, da qualche parte.

 

La carta per me è un feticcio, la annuso, la tocco e me ne circondo nonostante accumuli la polvere che mi fa starnutire come uno Yorkshire imbizzarrito, tu che rapporto hai con la carta?

La carta è la superficie sulla quale il mio mondo interiore diventa visibile. Le sono molto grata. Sono un po’ vecchia in questo, preferirò sempre quella che io chiamo arte tradizionale, fatta di pennelli, inchiostri, e carte impolverate.