Tiger Orchid è Noema Pasquali

Intervista di Rossana Calbi

Foto di Andrea Galad

Il corpo segnato si esplica e si palesa. Così nascono le foto di Andra Galad a Noema Pasquali, l’artista performativa, che vive e lavora a Berlino, ha come secondo nome Maddalena e dal suo petto grida: ovunque proteggi, l’incipit della preghiera alla Madre di Dio. Le sue guance, forate da Charlyne864, sono segnate da due rose bianche che rappresentano la stessa Madonna e non troppo lontano, sempre sul suo viso, un mantra dedicato a Kali: la fachira è devota a colei che è il Tempo.
Una performance che si esplica in un incontro in cui Tiger Orchid racconta i suoi studi e quanto questi l’abbiano segnata sul corpo e coinvolgano il suo agire quotidiano, le sue scelte. Lo yoga e la sociologia diventano uno strumento da usare sul proprio corpo e si trasformano in azione pura ed estetica.

Abbiamo dedicato l’intero numero alla stigmatizzazione, alla nostra capacità di farlo con le immagini rendendo esplicativo in un progetto espositivo e artistico cosa significa lasciare o avere un segno. Cos’è il segno per l’artista e la studiosa Noema Pasquali?
Il segno, per me, è la comunicazione primordiale, il potere magico e astratto delle cose, l’infinita possibilità di creare, il potere di condizionare, la natura del segno è viva e tangibile; la ricerca del significato è primordiale. Attribuire un significato, a un oggetto, a un esperienza, implica dare un valore simbolico. Per me, il segno è riappropriazione, è unità creativa fondamentale, è il valore magico che attraverso la significazione crea un legame relazionale che si basa sulla condivisione, creando cultura. L’importanza del segno sta dunque nella sua valorizzazione come contenuto.

Performer e fachira, il tuo lavoro si fonda sulla meditazione e si esprime anche nella spettacolarizzazione, quanto la messa in scena ti costa fatica in un lavoro così fortemente intimista?
Il mio lavoro nasce interamente dall’osservazione delle diverse unità di significato che caratterizzano la realtà che io percepisco, si potrebbe forse definirlo sinergico: la mia esperienza personale e la mia percezione della realtà sono meditate. La messa in scena per me ha sempre un valore rituale, è una sorta di dono, nel senso più antropologico del termine, dove ritroviamo sia il legame comunitario, sia il legame trascendentale. Non credo nelle relazioni utilitaristiche, tipiche delle società moderne, perché non creano legami di lungo periodo, non creano struttura, credo invece nei rapporti simbolici.
Marcel Mauss ha individuato e descritto chiaramente i fondamenti delle società primitive attraverso le caratteristiche del dono, ciò che mi affascina di questa teoria sulla “morale eterna” è la relazione, libera ma obbligatoria, su cui si fondano le società. Come artista cerco di lavorare sulla definizione e ricerco costantemente lo scambio.