Gian Maurizio Fercioni

E quando sarai vecchio?

Intervista di Alessandra Giannini

Chiunque sia tatuato si è sentito fare le classiche domande di rito: “E se poi ti stufi? E quando sarai vecchio?” Quando saremo vecchi i nostri tatuaggi ci faranno compagnia, invecchieranno con noi. Sempre che invecchiare sia inteso come un male invece che come un arricchimento e una conquista. Gian Maurizio Fercioni è sicuramente uno dei maestri di lunga data del tatuaggio, nel suo studio si respira aria di altri tempi mista a odore di pipa. Tutto è antico nel suo studio che in realtà è un museo del tatuaggio. Oggetti appesi alle pareti, macchinette, disegni, quadri, oggettini, ninnoli, un’estesa collezione tappezza lo studio sconfiggendo l’horror vacui e saturando l’atmosfera di ricordi del tempo passato. In questa splendida scenografia lo scenografo-tatuatore è ormai divenuto parte integrante del luogo, è divenuto lui stesso il genius loci. Fercioni è uno scenografo affermato: firma, con l’architetto Michele De Lucchi, le scenografie per la riqualificazione della sede del Teatro Franco Parenti e dei Bagni Misteriosi seguiti nella direzione artistica da Andrée Ruth Shammah. Sicuramente anche la scenografia del suo studio ha qualcosa di teatrale; Fercioni i suoi anni e i suoi tatuaggi li porta benissimo, quanti vorrebbero avere il suo vissuto e come lui una storia da raccontare.

Foto di Ivan Lattuada

Quando hai iniziato a tatuare?

Avrò avuto dodici anni.

Com’è successo?

Ai tempi frequentavo molto il porto e la darsena di Viareggio, navigando mi sono trovato a contatto con gente tatuata e di conseguenza mi sono ritrovato ad andare per mare nei vari porti come Amburgo, Marsiglia ho avuto la fortuna di essere ospitato in tanti studi che allora erano conosciuti: in Germania, Inghilterra, Olanda. Ho cominciato la tecnica con le macchinette perché io tatuavo a mano all’inizio, come avevo visto fare al marinaio che mi ha fatto questa ancoretta qua.

Quello è il tuo primo tatuaggio?

Si me l’ha fatto una medaglia d’oro al valor militare che abitava su un veliero che era stato confiscato dalla finanza italiana dopo la fine della guerra perché era stata lasciata dal regime fascista agli eredi. Era di un appassionato che la lascio ferma nel porto di Viareggio per tanti anni e lui faceva la guardia. Al posto di un cane di compagnia aveva un cormorano con il quale lui pescava: aveva una tecnica che aveva imparato in Indocina, il cormorano aveva una specie di collare che faceva si che andava giù, pescava ma non poteva inghiottire il pesce, a bordo di questa nave sopra il soffitto della cabina c’erano appese le bottarghe che conservava e vendeva, era molto bello e fascinoso.

La tua passione per Moby Dick nasce da queste frequentazioni?

No, quella era una lettura di quando ero ragazzo, Moby Dick e Taipi di Herman Melville, dove ricorre spesso la descrizione del tatuaggio.

Il mondo del tatuaggio è cambiato?

Eh, si! Io lavoravo più di adesso e il lavoro era basato sul passaparola. Quando ho cominciato a Milano tatuavo soprattutto i gruppi punk e skin nei centri sociali e qualche persona normale, aristocratici che avevo come clienti sia per amicizia che per parentela. Avendo frequentato il liceo artistico e avendo una buona capacità di disegno, misi a frutto quello che avevo orecchiato e visto. Sono stato il primo in Italia ad aprire uno studio e con me c’era un mio compagno di scuola, Mimmo Spadaccini. Io feci tutta l’Europa del Nord, lui fu mandato dal padre che aveva un’agenzia pubblicitaria in Giappone per affinare la sua grafica. Ci rincontrammo a Milano perché un amico comune nella galleria del Corso affittava delle vetrinette e mi chiese se volevo metterci qualche segnale pubblicitario. Io gli dissi: “Va bene, quando torno dalle vacanze!” Tornato a Settembre  vedo che c’è la scritta Vuoi tatuarti? Pensando mi avessero rubato l’idea e vado all’indirizzo segnato. Sto scendendo nella cantina di via Pancaldo, io ho sempre portato i tacchi di ferro alle scarpe, e Mimmo Spadaccini mi sente e dice: “Fercioni, cosa ci fai qua? Abbiamo continuato a lavorare insieme quasi in società e siamo stati i due primi ad avere uno studio”.